24 Maggio 2024

Sudan, si allontana la speranza di una transizione democratica

Manifestanti radunati di fronte al Quartier Generale Militare di Khartoum nel 2019. Foto da Wikimedia Commons dell’autore Ola A. Alsheikh con licenza Creative Commons

A partire da sabato 15 aprile, la capitale del Sudan, Khartoum è luogo di sanguinosi scontri a fuoco tra l’esercito regolare e le cosiddette Forze di Sostegno Rapido (RSF). Il conflitto si è allargato in vaste aree del Paese e rischia di trascinare il Sudan in una guerra civile. La sperata transizione democratica seguita alla caduta di Omar al-Bashir nel 2019 sembra essere quantomai lontana. A farne le spese è il popolo sudanese e la sua società civile, che vedono l’opzione democratica sfumare nuovamente.

Nonostante la tregua di tre giorni dichiarata in occasione dell’Eid al-Fitr, i combattimenti non si sono interrotti. Il capo del Consiglio Sovrano di Transizione (TSC) Abdel Fattah al-Burhan, ha dichiarato che nessuna tregua sarà possibile finché le RSF guidate da Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemeti, non lasceranno la capitale. Al momento, l’OMS ha confermato circa 413 morti. I civili si sono barricati nelle proprie abitazioni  e si stima che vi siano tra i 10.000 e i 20.000 rifugiati.

Nel 2019 un colpo di Stato aveva deposto Omar al-Bashir, salito al potere con un golpe a sua volta nel 1989. Dopo un accordo tra militari e civili, Abdallah Hamdok era stato nominato primo ministro dopo un accordo con Abdel Fattah al-Burhan, leader dei militari riuniti nel Consiglio  Militare di transizione (TMC). Il Governo di transizione democratica includeva anche diverse figure provenienti dalla società civile. Durante la deposizione di al-Bashir, il coinvolgimento della popolazione a sostegno della democrazia è stato fondamentale.

In particolare, il movimento delle Forze per la Libertà e il Cambiamento (FFC) hanno avuto un ruolo centrale nelle mobilitazioni di piazza. La sigla riuniva svariati collettivi e movimenti eterogenei, ma si caratterizzava per la sua spinta democratica e la sua militanza spontanea. Al suo interno hanno cooperato associazioni umanitarie e di settore come il collettivo Sudanese Doctors for Human Rights.

Nel 2019 la società civile ha guidato le proteste contro l’autocrazia sudanese e le donne vi hanno rivestito un ruolo importantissimo. Animati dalla speranza per un Paese migliore e democratico, i collettivi femminili hanno svolto un ruolo cardine a partire dall’organizzazione delle manifestazioni del 2019.

Donna durante le proteste a Khartoum nel 2019. Foto da Wikimedia Commons dell’autore Ola A. Alsheikh con licenza Creative Commons

Tuttavia, il 25 ottobre 2021, i militari di al-Burhan, appoggiati dalle Forze di Sostegno Rapido di Hemeti, hanno estromesso i civili dal Governo. Nonostante l’accordo siglato nel dicembre 2022 per garantire la transizione democratica, il Paese è ripiombato nelle violenze e nei soprusi contro cui si era sollevato nel 2019. Da allora i cittadini sono tornati nelle strade e la repressione di al-Burhan e delle milizie di Hemeti si è fatta sempre più sanguinosa. La connivenza tra al-Burhan e le RSF nella repressione del dissenso è un fatto conclamato. Già nel giugno 2019, si era consumato un inaudito episodio di violenza nei confronti dei manifestanti, il cosiddetto massacro di Khartoum.

Ad essere bersagliati dalla repressione sono i giovani, le donne e tutte quelle realtà politiche e sociali impegnate per un cambiamento radicale dello Stato sudanese. Nel corso del 2022, si sono moltiplicati gli attacchi delle forze di sicurezza ai danni di giornalisti e attivisti. Inoltre, i casi di violenze a abusi nei confronti delle donne da parte di miliari e forze di sicurezza sono ampiamente documentati dalle organizzazioni umanitarie attive sul territorio. La violenza del regime ha portato i movimenti civili a chiudere a qualsiasi possibilità di accordo con i militari. Oggi, i comitati civici spontanei sono nuovamente attivi per fornire assistenza medica e umanitaria alla popolazione nonostante i combattimenti.

Militari sudanesi intorno ad un mezzo corazzato durante il colpo di stato del 2019. Foto da Wikimedia Commons dell’autore Agence France-Presse con licenza Creative Commons

In passato sia Hemeti che al-Burhan hanno collaborato nel sanguinoso conflitto nella regione del Darfur. In particolare, è noto il ruolo di Hemeti e delle RSF, al tempo milizie Janjaweed, in crimini di guerra nella regione. Dopo aver preso preso parte ai due colpi di Stato del 2019 e del 2021, il conflitto tra i due è scoppiato a causa del disaccordo sulle modalità d’integrazione delle RSF nelle Forze Armate Sudanesi. Hemeti e le sue milizie hanno acquisito notevole potere negli ultimi anni. Le RSF hanno il controllo di diversi siti di estrazione aurifera. In più, nel corso degli anni hanno stabilito un rapporto di collaborazione con il gruppo paramilitare russo Wagner.

Lo spettro di una possibile guerra civile potrebbe rappresentare un rischio per il Corno d’Africa. Il flusso di persone in fuga dagli scontri sta già coinvolgendo i Paesi limitrofi come il Ciad, dove sono fuggite anche alcune unità dell’esercito regolare. In aggiunta, sia Hemeti che al-Burhani hanno intessuto un complesso sistema di sistema di alleanze. Infatti, Hemeti ha consolidato i propri rapporti con gli Emirati Arabi, mentre al-Burhani è sostenuto dall’Egitto, con cui il Sudan ha solide relazioni militari. Inoltre, al-Burhani ha consolidato le relazioni con Addis Abeba riguardo alla questione delle Grand Ethiopian Renaissance Dam.

La speranza di una transizione democratica rischia di soccombere tra il fuoco incrociato di militari e milizie. La possibilità di ristabilire un controllo civile sui processi democratici del Paese richiede un cambiamento sostanziale del sistema politico sudanese. I recenti avvenimenti dimostrano l’urgenza di un incisivo sostegno a favore delle forze democratiche civili del Paese. Senza un passaggio di potere nelle mani della società civile, il Sudan rischia di rimanere prigioniero delle cicliche dinamiche autoritarie dei militari che hanno contraddistinto la sua storia contemporanea.

Alessandro Cinciripini

Laureato in Studi dell’Africa e dell’Asia presso l’Università di Pavia, interessato a Vicino Oriente, Balcani e diritti umani. Attualmente a Sarajevo dove si occupa di progetti di promozione sociale e interculturale.

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