29 Maggio 2024

Migrazioni, così la Germania agevola la fuga dei cervelli dall’Africa

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dell’articolo originale di Aly Tandian pubblicato su The Conversation]

Centro di Ricerca IBM. Immagine ripresa da Flickr/IBM Research in licenza CC
Il Centro di Ricerca IBM. Immagine ripresa da Flickr/IBM Research in licenza CC

La Germania ha annunciato un progetto per l’apertura di centri per la migrazione in cinque Paesi dell’Africa, un’opportunità che offrirebbe a un’élite di africani la possibilità di stabilirsi in territorio tedesco. Assane Diagne, direttore responsabile di The Conversation Africa, ha parlato con il sociologo Aly Tandian del significato di questa decisione.

Perché la Germania sta pensando di introdurre manodopera qualificata nel Paese e in che modo pensa di farlo?

Negli ultimi anni, in Germania, la cultura dell’accoglienza ha contribuito alla sviluppo delle politiche per l’introduzione di manodopera qualificata. Ciò ha di gran lunga facilitato l’arrivo e, soprattutto, l’integrazione di molti migranti. Ad esempio, il Paese ha accolto quasi un milione di rifugiati durante la crisi siriana del 2015 e questo è stato il motivo dell’assegnazione del Premio Nansen da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati all’allora cancelliera Angela Merkel. I centri oggetto della proposta faciliterebbero ulteriormente le regole per i lavoratori stranieri qualificati.

Tuttavia, l’accoglienza di questi migranti è tutt’altro che motivata da semplici ragioni umanitarie. In Germania, come in molti altri Paesi europei, l’immigrazione fornisce soluzioni a problemi demografici ed economici.

Ad esempio, può contribuire a bilanciare una società che invecchia e a finanziare il sistema pensionistico, oltre che a compensare l’attuale carenza di lavoratori qualificati. La necessità di quest’ultimi infatti è così grande che la Germania ha adottato diverse nuove politiche di accoglienza.

La nuova procedura accelerata proposta per la manodopera qualificata semplifica essenzialmente l’assunzione di lavoratori stranieri qualificati. Essa consente ai datori di lavoro di richiedere il riconoscimento delle qualifiche estere al fine di agevolare la richiesta del visto di un lavoratore in fase di assunzione. Per ottenere il visto il lavoratore qualificato deve poi presentare un contratto di lavoro o una concreta offerta lavorativa. L’Agenzia federale per il Lavoro in fase di reclutamento non controllerà più se per quella posizione specifica il candidato è tedesco o provienente da un Paese UE.

Quali Paesi africani saranno interessati e che tipo di persone sono ricercate?

Oltre che in Ghana, la Germania istituirà centri in Marocco, Tunisia, Egitto e Nigeria. Le persone ricercate sono lavoratori qualificati con formazione professionale o accademica, ricercatori, scienziati e dirigenti.

Quali sono le implicazioni di tali politiche?

Di recente, il ministro dello sviluppo tedesco, Svenja Schulze, ha parlato di soluzioni vantaggiosewin-win – per tutti, se messe in prospettiva.

Ciò, però, incoraggia il fenomeno della fuga dei cervelli, ovvero l’esodo di persone qualificate dai Paesi africani. Un altro approccio simile è quello della Francia per l’acquisizione di manodopera qualificata. Il Governo francese prevede di creare un permesso di soggiorno specifico per i medici stranieri. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), nel 2022 la Francia ha assunto circa 25.000 medici nati all’estero, ovvero il 12% del numero totale di professionisti iscritti all’Ordine dei Medici.

L’esodo di migranti qualificati può portare a una perdita di competenze, idee e innovazione, una carenza di investimenti nel campo dell’istruzione, ma anche a livello di gettito fiscale, di servizi cruciali nei settori della sanità e dell’istruzione. Ad esempio, il Ghana ha un disperato bisogno di forza lavoro qualificata, ma è uno dei Paesi africani a cui la Germania si rivolge.

Questa politica di reclutamento qualificato nel Sud del mondo da parte dei Paesi del Nord crea una situazione in cui le Nazioni di origine rappresentano dei meri incubatori in cui gli esperti nascono, vengono istruiti e formati prima di partire per altre destinazioni.

Questa forma di migrazione di manodopera qualificata dovrebbe essere ripensata e soprattutto supervisionata da entrambe le parti in quanto solleva anche una questione etica. Un aspetto questo che non può essere ignorato poiché questo modello di reclutamento priverà gli Stati africani del personale di cui hanno bisogno.

Dovrebbero essere firmati accordi tra gli Stati invece di lettere di impegno tra lavoratori qualificati e datori di lavoro. Inoltre, un quadro rigoroso a vantaggio di lavoratori, datori di lavoro e Stati eviterebbe di rendere meno precari quei salariati stranieri, i quali sono pagati meno rispetto ai loro colleghi nazionali.

Cosa si può fare per far rimanere i lavoratori qualificati nel loro Paese di origine dove mancano le competenze nei relativi settori di attività?

I Paesi africani devono disporre della propria agenda migratoria. Dovrebbero poi incoraggiare la mobilità di esperti qualificati sostenuti dalla migrazione circolare; in questo modo potrebbero lavorare in diversi Paesi a rotazione godendo di una protezione rigorosa.

La migrazione circolare è una maniera per soddisfare le esigenze del mercato del lavoro dei Paesi di destinazione, promuovere lo sviluppo in quelli di origine e avvantaggiare i migranti stessi, potremmo quindi definirla una “tripla vittoria”.

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica e Specializzata in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale, lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

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