Migrazioni e torture, binomio di una società disumana e violenta

Migranti fermati dalla polizia macedone presso il valico di Gevgelija nel 2015. Foto da Wikimedia Commons del Bundesministerium für Europa, Integration und Äusseres con Licenza Creative Commons

Nelle ultime settimane, l’opinione pubblica italiana è tornata a discutere sul tema della migrazione.

Il 16 gennaio, in un’audizione alla Camera dei Deputati, i portavoce di Mediterranea Saving Humans, Open Arms, ResQ, Sea Watch, Sos Mediterranée hanno criticato apertamente il Governo. Hanno sottolineato come la recente decisione dell’esecutivo di assegnare porti sicuri estremamente distanti, abbia inflitto delle sofferenze evitabili ai naufraghi. Il trattamento disumano dei migranti è una realtà tristemente nota da diversi anni.

L’Università Ca’ Foscari di Venezia è da sempre impegnata in questo settore. Attraverso la raccolta “Migration and Torture in Today’s World“, l’Ateneo veneziano riporta l’attenzione sul tema della tortura nel contesto migratorio.

Disponibile gratuitamente dallo scorso 11 gennaio, il libro racchiude al suo interno 12 saggi che approfondiscono il fenomeno della tortura nelle migrazioni. Un’équipe composta da ricercatori di tutto il mondo ha redatto i diversi studi, concentrando le proprie ricerche in diversi contesti geografici. L’elaborato restituisce un bilancio drammatico: dal Mediterraneo centrale ai Balcani, dalla frontiera tra Stati Uniti e Messico al Myanmar, la tortura è parte integrante dell’esperienza migratoria.

Il divieto della tortura come strumento di coercizione è da lungo tempo codificato in numerose convenzioni internazionali. In Europa l’art. 3 della Corte dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ne sancisce il divieto assoluto. Per il continente africano e quello americano i riferimenti giuridici sono rispettivamente: l’art. 15 della Carta di Banjul del 1981 e l’art. 5 della Convenzione Americana dei Diritti dell’Uomo.

Infine, la definizione giuridica più recente e diffusa è quella contenuta nell’art. 1 della Convenzione contro la Tortura delle Nazioni Unite del 1984. Eppure, il quadro restituito dagli approfondimenti dell’équipe veneziana è piuttosto lontano dalla solidità delle norme internazionali.

Partendo da questo assunto, Voci Globali ha intervistato il professor Fabio Perocco, docente di Sociologia delle Disuguaglianze presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e curatore di “Migration and Torture in Today’s World”. In merito alla nascita di questo progetto editoriale afferma:

La collana “Società e trasformazioni sociali” delle Edizioni Ca’ Foscari è nata nel 2015, con l’intento di presentare studi sociologici sulle fondamentali questioni sociali, politiche ed economiche del nostro tempo. Tra queste, il lavoro e le sue trasformazioni, le diseguaglianze sociali nelle loro varie dimensioni e le migrazioni. Tutti fenomeni e tematiche di carattere globale.  Nel corso di questi anni abbiamo realizzato pubblicazioni sui lavoratori vulnerabili, sulle nuove frontiere della precarietà lavorativa (stage, tirocini, lavoro studentesco), sui posted workers (lavoratori in distacco transnazionale), sulla nuova morfologia del lavoro. Nonché sulla condizione dei Rom in Italia, sulla nuova emigrazione italiana e sulla condizione dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Riguardo al binomio tortura e migrazioni sottolinea:

Due volumi della collana sono dedicati al tema della tortura e della violenza strutturale: uno è “Sociologia della tortura”, l’altro, appena uscito, è appunto “Migration and Torture in Today’s World”. Quest’ultimo lavoro si contraddistingue, tra i vari aspetti, per l’interdisciplinarità, termine magico alquanto inflazionato e talvolta abusato. Il volume contiene contributi di taglio storico, sociologico, socio-giuridico, antropologico e medico. Certo non è facile mettere insieme varie discipline senza correre il rischio di fare un pasticcio. Tuttavia, è importante cercare di analizzare a tutto tondo i fenomeni sociali che, per loro natura, sono globali e totali, e non sopportano nessuna forma di riduzionismo.

Copertina della raccolta

Le radici della diffusione di pratiche disumane e violente nell’ambito delle politiche migratorie per il docente sono molteplici:

Il maltrattamento dei migranti è un fenomeno globale che interessa i quattro angoli del pianeta. È un elemento frequente dell’esperienza migratoria nei Paesi di partenza, di transito e di arrivo. In più, è una componente intrinseca delle politiche migratorie statali. […] Tra le varie cause, vi è innanzitutto il peggioramento delle condizioni della migrazione, da attribuire in larga parte agli Stati e ai super-Stati del Nord del mondo. Nello specifico, le violenze sono legate a vari fattori. In primo luogo l’inasprimento di politiche migratorie sempre più selettive, repressive e punitive. In secondo luogo, il processo di precarizzazione, clandestinizzazione e criminalizzazione delle migrazioni le ha rese preda della criminalità organizzata. La detenzione amministrativa è divenuta globalmente il modello di gestione ordinaria di determinati movimenti migratori. Tutto questo è alimentato da una escalation irrefrenabile del razzismo istituzionale e sistemico, divenuto ormai un problema di salute pubblica […].

Il docente prosegue sottolineando lo stretto rapporto tra la violenza sui migranti e lo sfruttamento lavorativo di questa categoria. Per farlo si sofferma sullo scenario balcanico:

Pensiamo al modello di violenza verso i migranti presente nei Balcani, basato su push-back illegali e confinamento nei campi. È un modello che disumanizza le persone e che fa parte del sistema di controllo e repressione della migrazione lungo la cosiddetta “rotta balcanica”. Esso costituisce un elemento strutturale della politica migratoria adottata dai singoli Paesi balcanici e non balcanici, anche su mandato dell’Ue. […] Questa politica, che non ferma i migranti, li seleziona, li umilia, li fa indebitare e li socializza all’inferiorità e alla subordinazione che attende loro in Europa. Essa “prepara” i futuri lavoratori per i mercati del lavoro europei. Dopodiché, alimenta all’esterno dei Balcani il razzismo anti-slavo. I Paesi balcanici vengono dipinti come luoghi in cui vivono popolazioni di trogloditi che per natura o per cultura maltrattano i migranti. A un occhio minimamente attento non dovrebbe sfuggire, sullo sfondo, il carattere neocoloniale di questa vicenda.

La conversazione si sposta poi nel continente americano dove i punti di contatto sono molteplici:

In America centrale, al confine meridionale del Messico con gli USA, la musica è la stessa. Anche qui regna un regime di violenza strutturale contro i migranti, che si esplica su tre livelli. Per prima vi è la violenza personale, quotidiana, che si verifica sull’intero spazio in questione non solo sui confini, e che molto spesso è a opera delle organizzazioni criminali. Poi, segue la violenza istituzionale, sistemica, frutto diretto delle politiche e pratiche statali, delle autorità amministrative e di polizia. Infine, abbiamo la violenza storica, propriamente strutturale, embedded, sia nell’eredità vivente del colonialismo sia nell’accumulazione di capitale in quanto violenza concentrata. Queste forme di violenza sono legate tra  loro: quella personale e la quella istituzionale discendono da un sistema storico di rapporti sociali disuguali. Essi sono il  frutto di secoli di colonialismo, imperialismo, nazionalismo e militarismo.

Muro di confine tra Stati Uniti e Messico nei pressi di San Diego. Foto da Wikimedia Commons dell’utente Amyyfory con Licenza Creative Commons

La centralità delle istituzioni in questa narrazione è inequivocabile. A proposito della disponibilità al dialogo di quest’ultime con il mondo accademico, Perocco prosegue:

Per quanto ne so, e per quanto mi riguarda, il rapporto è alquanto limitato.

Infine, illustrando i possibili sviluppi futuri in tema di migrazioni e quali possibili provvedimenti dovranno essere presi, il professore conclude:

Come si dice questa è una domanda da un milione di dollari che richiederebbe una lunga risposta per la quale qui non c’è spazio. Mi limito a sottolineare due punti: prima di tutto è necessario rendersi conto delle molteplici cause strutturali che sono alla base dell’emigrazione nel Sud del mondo. Tanto più queste cause si approfondiscono e si acutizzano, tanto più le migrazioni crescono e si allargano, stante un oggettivo e pressante dovere di fuga (altro che diritto di fuga). È altrettanto necessaria una fortissima riduzione delle disuguaglianze globali e della polarizzazione sociale interna. Ciò è possibile soltanto con una profonda trasformazione del sistema dei rapporti sociali, in primis quelli di produzione.

Perseguendo attivamente politiche neo-coloniali, l’Occidente crea le condizioni per le migrazioni forzate in ambienti precari e violenti. Qui subentra la tortura in quanto strumento di oppressione e de-umanizzazione. Utilizzata e appaltata  in maniera sempre più disinvolta, essa non  è altro che il braccio armato con cui il Nord del mondo alimenta le sue contraddizioni e mantiene il suo privilegio.

Alessandro Cinciripini

Attivista dell’ANPI, laureato in Studi dell’Africa e dell’Asia presso l’Università di Pavia, interessato a Vicino Oriente, Balcani e diritti umani. Attualmente a Sarajevo dove si occupa di progetti di promozione sociale e interculturale.

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