22 Maggio 2024

Le politiche migratorie dell’Europa limitano la mobilità dall’Africa

[Traduzione di Gaia Resta dell’articolo d’opinione di Iriann Freemantle pubblicato su openDemocracy.
Il pezzo si basa su un lavoro collaborativo in corso sul razzismo e le forme spaziali dei confini e dell’ordine, incluso il progetto di un libro comune con Loren Landau, docente di Migrazione e Sviluppo all’Università di Oxford e ricercatore presso l’Università del Witwatersrand’s African Centre for Migration & Society.]

Migranti in Ungheria, 2015. Foto di Gémes Sándor/SzomSzed da Wikimedia Commons in CC

L’approccio dell’Europa alla questione dei flussi migratori dai Sud del mondo ricalca quelle gerarchie globali che negano pari opportunità e accesso alla partecipazione alle persone con la pelle nera o scura. Le politiche migratorie europee non sono soltanto “plasmate dal razzismo”, sono il razzismo.

Inquadrando tutti i migranti africani come irregolari, l’Europa legalizza, sostiene e consente il fatto che siano esposti a violenze estreme durante i loro viaggi. Questo è il terrore razziale del giorno d’oggi, il cui scopo è scoraggiare i migranti non soltanto dallo spostarsi ma, innanzitutto, dall’avere l’aspirazione di migliorare la propria vita.

Per “gestire” la mobilità dall’Africa, i Governi europei e l’UE collaborano con una vasta gamma di attori in vari settori tra cui quello degli aiuti umanitari, della difesa e della produzione di conoscenze. Vogliono maggiore controllo alle frontiere per impedire “viaggi pericolosi”, più opportunità nei Paesi di origine “così che le persone non sentano il bisogno di rischiare le proprie vite” e, all’apparenza, più alternative legali per arrivare in Europa.

Questo tipo di politica getta nella disperazione attivisti e ricercatori che la considerano empiricamente male informata, ingigantita a dismisurasprezzante dei diritti umani. Con la “gestione” della migrazione, l’Europa promette di proteggere mentre invece ottiene esattamente l’opposto; maggiore sorveglianza e controllo esasperano palesemente i rischi della migrazione, e non soltanto in Europa.

Per di più, i corridoi legali per i migranti non esistono ancora nonostante l’Europa si sia impegnata a crearli. Invece di essere “protetti”, i migranti africani si spostano e vivono in condizioni pericolose oltre che squallide. Durante i viaggi migratori vengono spesso derubati dei loro ultimi brandelli di dignità e subiscono indicibili violenze.

Studiosi e professionisti hanno variamente giudicato questo approccio apparentemente contraddittorio come “delirante”, “controproducente” e “cieco”. Secondo alcuni, la gestione dei flussi migratori è guidata dalle società che guadagnano dalla costruzione di muri, dalla fornitura di droni e dalla gestione dei centri di permanenza. Non si sbagliano.

Migrante in Ungheria al confine con la Serbia, 2015. Foto di Gémes Sándor/SzomSzed da Wikimedia Commons in CC

I “limiti della libertà nera”
L’estrema disumanizzazione che avviene in nome della gestione dei flussi esige una pausa di riflessione. Si tratta chiaramente di molto più che un tentativo male informato o avido di controllare la mobilità. Che i viaggi dei “migranti irregolari” siano infernali non è una coincidenza, ma è funzionale al controllo dei movimenti degli africani nello spazio e nel tempo. L’obiettivo è quello di instillare nelle persone nere l’idea che non debbano uscire dai luoghi e dalle prospettive che i bianchi hanno tracciato per loro.

Ogni volta che gli attori europei non rispondono alle richieste di soccorso, ignorano le richieste di sbarco dalle navi o fingono che i migranti non si trovino realmente in Europa, in realtà cercano di silenziare gli africani in quanto soggetti in grado di immaginare, analizzare e rivendicare possibili futuri a livello globale.

Come i linciaggi delle persone nere negli Stati Uniti nel periodo successivo alla guerra civile, rendere irregolare la migrazione (e le azioni che questo comporta) ha lo scopo di dimostrare “i limiti della libertà nera. Come per il terrore razziale del passato, rendere non regolare la migrazione implica la morte di alcuni e, in questo modo, introduce una propria disciplina che ha i suoi effetti non soltanto sugli individui direttamente coinvolti.

Insegna a coloro che desiderano avventurarsi lontano ad abbassare le loro aspettative e ad accontentarsi di meno. In molti casi, il solo fatto di essere ancora vivi deve essere considerato abbastanza. Infatti, le vittime dei linciaggi erano le persone che aspiravano o erano riuscite ad avanzare “verso l’alto”, economicamente e socialmente.

Non è tutto. La disumanizzazione non si limita ai suoi eccessi violenti più lampanti. La gestione della migrazione, basata sul costrutto sociale e legale del “migrante irregolare” razzializzato sprovvisto sia di morale che di razionalità,  riproduce forme spaziali e temporali – proprie delle frontiere – intrinseche al razzismo.

Sono tre le narrazioni razziste – reciprocamente referenziali, globali e durature – che contengono i concetti base: le persone nere sono a) “esseri umani senza umanità”, arretrati e primitivi, b) hanno bisogno dei bianchi per “progredire” verso il futuro, e c) i neri e i bianchi non possono prosperare e convivere tranquillamente negli stessi luoghi.

Queste narrazioni hanno reso possibili politiche di stampo razzista in tutto il mondo. Tali politiche variano di volta in volta ma è ad esse che si attinge per proporre la segregazione come soluzione alle minacce percepite ai danni dell’ordine egemonico razziale. Ciò si basa su un duplice argomento. Primo, che la segregazione non è (o non è soltanto) richiesta da una gerarchia razziale naturale, ma dal fatto che è meglio essere separati. Secondo, che la convivenza di neri e bianchi rappresenta un rischio per entrambi i gruppi, sebbene in modi diversi.

I suprematisti bianchi hanno spesso esposto e diffuso il pericolo che gli africani possano “crearsi un loro spazio” una volta che abbiano sconfinato nello spazio dei bianchi.

Anche l’approccio causale dell’Europa alla questione della migrazione e l’attiva “irregolarizzazione” del movimento promuovono la segregazione tra africani ed europei. La gestione dei flussi migratori esternalizza i controlli e la protezione dei rifugiati. Fortifica i confini. Per la stragrande maggioranza dei migranti “irregolari” la possibilità di muoversi legalmente non esiste. La gestione della migrazione delegittimizza la mobilità in quanto strategia per migliorare la propria vita e sostiene che le persone farebbero meglio a restare a casa propria. Inoltre, applica sistematicamente la segregazione tramite il terrore.

L’approccio dell’Europa alla migrazione dal Sud del mondo riproduce quelle gerarchie globali che negano alle persone con la pelle nera e scura pari accesso alla partecipazione economica e politica e, di fatto, alla vita stessa. Fondamentalmente, considera gli africani fuori luogo, sia a livello fisico che simbolico, quando osano reclamare la loro parità.

Gaia Resta

Traduttrice, editor e sottotitolista dall'inglese e dallo spagnolo in ambito culturale, in particolare il cinema e il teatro. L'interesse per un'analisi critica dell'attualità e per i diritti umani l'ha avvicinata al giornalismo di approfondimento e partecipativo.

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