25 Giugno 2024

Zimbabwe, violenza di genere è strumento di repressione politica

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di OpenDemocracy Authors pubblicato su openDemocracy]

Sally Dura, coordinatrice nazionale della Women's Coalition of Zimbabwe, durante una riunione del Programma congiunto delle Nazioni Unite per l'uguaglianza di genere (JPGE). Immagine ripresa da Flickr/Joint Programme for Gender Equality Zimbabwe in licenza CC
Sally Dura, coordinatrice nazionale della Women’s Coalition of Zimbabwe, durante una riunione nell’ambito del Programma congiunto delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere (JPGE). Immagine ripresa da Flickr/ Joint Programme for Gender Equality Zimbabwe su licenza CC

Nello Zimbabwe, le donne in politica e le attiviste, in attesa delle prossime elezioni generali previste per il 2023 stanno subendo numerose violenze di genere sia su Internet che altrove.

La violenza sessuale e di genere (SGBV) rappresenta un problema enorme in questo Paese profondamente conservatore e sta avendo ripercussioni sulla vita di milioni di persone. Secondo un’indagine del 2015 pubblicata dallo Zimbabwe Demographic and Health Survey [Programma di Indagini Demografiche e Sanitarie, NdT] una donna su tre, di età compresa tra i 15 e i 49 anni, ha subìto una violenza fisica e una su quattro è stata vittima di violenza sessuale.

Si tratta infatti di un tema particolare nell’arena politica, un ambito in cui spesso molti uomini impiegano la violenza sessuale e di genere nel tentativo di sottomettere e controllare le donne.

La società dello Zimbabwe ha normalizzato la militarizzazione della violenza per far tacere le donne con opinioni considerate troppo dogmatiche. Ad esempio, le donne che non temono di dire la verità in faccia ai potenti e che cercano di colmare il divario di genere in politica sono estremamente vulnerabili a questo tipo di comportamento.

Le donne in politica considerate prostitute

Un clima politico sfavorevole e una visione patriarcale che disprezza la leadership femminista scoraggiano le donne dal partecipare pienamente ai processi elettorali.

L’istigazione alla violenza contro le donne in politica è sostenuta da fattori socioculturali che implicano che le stesse siano delle “rovinafamiglie” che raggiungono il potere tramite comportamenti immorali. Molti ritengono che le donne che rivestono ruoli decisionali e di leadership siano simili alle prostitute in quanto si suppone usino il sesso per fare carriera.

In un recente incontro sulla violenza contro le donne durante le elezioni, organizzato dalla Women’s Coalition of Zimbabwe (WCOZ) [Coalizione femminile dello Zimbabwe, NdT], il facilitatore ha lasciato intendere che i politici uomini giustifichino le loro barbare richieste di prestazioni sessuali con la domanda: “Lo fanno tutte, tu sei per caso la First Lady?”

Come ha scritto la ricercatrice universitaria Rudo Mudiwa, nel suo articolo del 2020 intitolato Prostitutes, Wives and Political Power in Zimbabwe [Prostitute, Donne e Potere Politico nello Zimbabwe, NdT]:

il termine prostituta fa parte della grammatica politica dello Zimbabwe e viene impiegato per sanzionare la partecipazione delle donne ai partiti politici.

Questi vocaboli sono spesso usati come meccanismo di controllo sociale per impedire alle donne di essere attivamente coinvolte in politica.

Tuttavia, alcune donne riescono ad avere successo: prendiamo l’esempio dell’ex first lady Grace Mugabe e l’ex vicepresidente Joyce Mujuru, così come di figure politiche dell’opposizione di ieri e di oggi, quali Priscilla Misihairabwi-Mushonga, Thokozani Khupe e Linda Masarira. Tutte sono riuscite a fare carriera in politica nonostante tali vincoli di natura sociale e culturale.

Il cyberbullismo

L’ascesa dei social media ha dimostrato come il fenomeno della violenza sessuale e di genere è strutturale e profondamente radicato nella cultura dello Zimbabwe. Quando gli uomini escono perdenti da una discussione o non riescono a sostenere le proprie opinioni con prove e fatti tangibili, spesso ricorrono a intimidazioni e violenze psicologiche e verbali in Rete. Sono proprio quelle donne credibili in politica che costruiscono i propri discorsi sulla ricerca scientifica ad essere spesso vittime di fenomeni di cyberbullismo, in particolare di body shaming e di slut shaming.

Come afferma Sitabile Dewa, direttrice generale della Women Academy for Leadership and Political Excellence [Accademia Femminile per la Leadership e l’Eccellenza Politica, NdT]:

Il cyberbullismo rimane uno dei motivi per cui le donne evitano di fare politica.

Inoltre secondo Dewa, le violenze su Internet sono uno strumento usato contro le donne per farle ritirare dalla politica.

Ad esempio, gli abitanti dello Zimbabwe che non sono d’accordo con le opinioni politiche di Linda Masarira, presidente del partito di opposizione Labour, Economists and African Democrats (LEAD), sono arrivati ad attaccarla sui social media insinuando che non si lavasse. Masarira, che è di carnagione scura, è stata brutalmente trascinata su Twitter da politici veterani ossessionati dal vincere ogni scontro.

All’inizio di quest’anno, il giornalista Edmund Kudzayi ha dichiarato in una serie di tweet che l’avvocato e politica Fadzayi Mahere aveva avuto una relazione con un importante uomo d’affari di Harare, un tradimento che aveva causato la fine del matrimonio di lui. Mahere, portavoce del partito di opposizione Citizen Coalition for Change [Coalizione di cittadini per il cambiamento o Ccc, NdT], ha negato le accuse facendo causa a Kudzayi per diffamazione (che a sua volta nega) e chiedendo anche un risarcimento di 100.000 dollari per i danni subiti.

In tal senso, si spera che il nuovo Cyber & Data Protection Act, introdotto alla fine del 2021, contribuisca a tutelare le donne in politica dal bullismo online. In particolare, questa legge considera reati il cyberbullismo, le molestie, le false accuse e la condivisione di informazioni sensibili in assenza di consenso.

Politiche elettorali irregolari

La Costituzione dello Zimbabwe, riscritta nel 2013, sostiene i diritti politici delle donne, in particolare nelle sezioni 17 (circa l’equilibrio di genere), 56 (sui concetti di uguaglianza e non discriminazione) e 80 (sui diritti delle donne). Inoltre, la presenza di un sistema di quote fa sì che nell’Assemblea nazionale (la camera bassa del Parlamento), oltre ai 210 seggi aperti a uomini e donne, siano riservati 60 seggi in più a quest’ultime.

Tuttavia, le donne restano poco rappresentate a livello politico. Secondo le statistiche delle ultime elezioni del 2018, le donne costituiscono il 48% del Senato (la camera alta del Parlamento), il 31,5% dell’Assemblea nazionale e solo il 13,3% a livello del governo locale. Le elezioni suppletive di marzo hanno visto la vittoria di cinque donne per il Governo locale rispetto a 23 uomini, e la riuscita di 19 consigliere rispetto ai 103 della controparte maschile.

L’esistenza di processi elettorali irregolari limita, inoltre, la partecipazione delle donne. Il recente aumento delle tasse di candidatura per gli stessi partecipanti, ad esempio, rappresenta un importante ostacolo strutturale per le donne, che si trovano già ad affrontare l’impatto di genere della povertà, così come per le persone affette da disabilità e per altre categorie di persone emarginate. Ciò contribuisce ad accrescere la vulnerabilità delle donne al ricatto sessuale online.

Un altro motivo di preoccupazione riguarda il problema di un sistema giudiziario corrotto che tende a privilegiare i potenti e gli influenti. Ciò incoraggia la comparsa di una cultura del silenzio tra le vittime di violenza politica, che non hanno fiducia nell’efficienza o nell’efficacia del sistema giudiziario. Invece, le stesse vittime vengono spesso attaccate.

Nel 2020, tre attiviste dell’opposizione, Cecilia Chimbiri, l’onorevole Joana Mamombe e Netsai Marova sono state rapite da aggressori sconosciuti e, secondo quanto riportato, violentate e torturate, dopo aver protestato contro la scarsa fornitura di servizi sanitari durante la pandemia da Covid-19. Invece di indagare sull’accaduto, la polizia ha arrestato le tre donne con l’accusa di aver simulato il loro rapimento. Dopo due anni di udienze, il processo si è concluso da appena qualche settimana.

Lo scorso giugno, Moreblessing Ali, l’attivista del Citizen Coalition for Change (Ccc) è stata trovata morta dopo essere stata probabilmente rapita due settimane prima. La polizia è stata accusata di non aver indagato correttamente sul suo omicidio a causa di presunti legami con lo Zanu-Pf, il partito al potere nello Zimbabwe, che invece ha negato. La famiglia dell’attivista è stata costretta a nascondersi e l’avvocato di famiglia Job Sikhala è stato accusato di incitamento ai disordini, mentre un sospettato, Pius Jamba, è in attesa di giudizio.

Elezioni 2023

Lo Zimbabwe si sta preparando alle prossime elezioni generali e sono già state registrate diverse segnalazioni di un’escalation di casi di violenza sessuale e di genere all’interno dei circoli politici.

A marzo, Thokozile Dube, la candidata del Ccc alle elezioni suppletive del Governo locale, è stata aggredita in casa da una banda di 40 assalitori. Secondo quanto riferito, la folla voleva che si ritirasse dalle elezioni. La donna si è poi lamentata delle continue intimidazioni da parte della leadership locale dello Zanu-Pf, in quanto quest’ultima l’ha sempre dissuasa dal contestare durante gli scrutini.

Allo stesso modo, Amnesty International ha espresso preoccupazione circa le aggressioni nei confronti di sostenitori e candidati dell’opposizione, tra cui Dube.

Infine, secondo un articolo pubblicato lo scorso ottobre, facinorosi dello Zanu-Pf avrebbero incitato alla violenza e spogliato le donne organizzatrici della Coalizione del Ccc durante un’elezione suppletiva a Matobo, una notizia questa smentita dal partito. In risposta, la Coalizione femminile dello Zimbabwe (WCOZ) ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che episodi simili:

ci ricordano continuamente che la violenza è una minaccia persistente che inverte le conquiste ottenute negli ambiti dell’uguaglianza di genere e della piena partecipazione delle donne ai processi democratici.

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica e Specializzata in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale, lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

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