Accordi Italia-Libia, 5 anni di morte e sofferenza nel Mediterraneo

Azione di salvataggio della Mare Jonio nelle acque del Mediterraneo centrale. Foto e credits di Mediterranea Saving Humans

Lo scorso 3 ottobre a Lampedusa si è svolta la celebrazione in memoria dei 368 morti e 20 dispersi del naufragio avvenuto nove anni fa al largo dell’isola. Dal 2013 più di 24.000 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo. Di fronte alle morti in mare e al caos politico che interessa la Libia, l’Italia, appoggiata dall’UE, ha perseguito una cinica politica di esternalizzazione delle frontiere.

Nel 2017 venne siglato il cosiddetto Memorandum d’intesa con la Libia, il cui rinnovo automatico per altri tre anni avverrà il prossimo 3 novembre 2022. Così facendo il Governo italiano ha nei fatti derogato i propri valori costituzionali anteponendo i propri interessi politici ai diritti umani.

L’indomani del naufragio di Lampedusa fu varata la missione militare di soccorso “Mare Nostrum”, ma ben presto il Governo italiano si mosse verso l’instaurazione di rapporti bilaterali con il Governo di Tripoli. Il documento, siglato il 2 febbraio 2017 dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dall’allora primo ministro libico Fayez al-Sarraj, prevede il sostegno diretto dell’Italia al fianco di Tripoli nel contrasto all’immigrazione clandestina e alla tratta di esseri umani.  L’iniziativa seguì uno schema già consolidato dal Governo Berlusconi nel 2008 con il Trattato di Amicizia Cooperazione e Partenariato.

Con la stipula dell’accordo si è assistito a una completa cessione del controllo dei flussi migratori provenienti dal Sahel e dall’Asia alle milizie libiche. Negli ultimi 5 anni l’Italia ha sostenuto capi militari che hanno aggravato e perpetuato la spirale di violenza che oggi coinvolge il Paese africano. Grazie ai fondi ricevuti, i gruppi armati hanno fatto della schiavitù dei migranti la loro principale fonte di reddito.  Nei centri di detenzione trattamenti disumani, violenze e abusi sono una tremenda normalità.

Situazione politica in Libia alla stipula del Memorandum nel 2017. Foto dell’utente Rr016 da Wikimedia Commons

In aggiunta, la Guardia Costiera Libica, formata e addestrata dall’Italia, si è dimostrata null’altro che una delle tante bande al potere in Libia. Dal 2017 al 2020 sono stati emessi finanziamenti diretti alla GCL per un valore di 22 milioni. Nel 2021 le cifre sono aumentate a 10,5 milioni, mentre per il 2022 si arriverà a 11,8 milioni. Nella sua leadership spiccano nomi di trafficanti come Abd al-Rahman Milad noto come Bija, ricercato per traffico di esseri umani. Attraverso il Memorandum, la Libia ha visto riconosciuta dall’Europa la propria zona SAR (Search and Rescue) nella quale oggi si consumano naufragi, respingimenti e plateali omissioni di soccorso.

Per questo motivo, dal 2017 nel Mediterraneo opera un servizio civile europeo di soccorso marittimo. Organizzazioni non governative da tutt’Europa hanno riempito il vuoto lasciato dagli Stati, cercando di garantire una possibilità di soccorso a chi sfida le acque del Mediterraneo. Tra queste, l’italiana Mediterranea Saving Humans. Voci Globali ha raccolto la testimonianza di uno dei fondatori nonché capomissione sulla Mare Jonio, Luca Casarini:

Mediterranea nasce nel 2018 durante la cosiddetta “politica dei porti chiusi” dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Di fronte al diniego dell’Italia di ottemperare agli obblighi della Convenzione di Amburgo e della Convenzione di Ginevra sui Rifugiati, abbiamo dato vita a Mediterranea. La nostra è una ANG, “azione non governativa”, siamo una piattaforma che accoglie sigle come Banca Etica, la Chiesa Cattolica, l’ARCI e molte altre. Ciò che ci unisce è la volontà di salvare vite umane, il resto è venuto da sé.

In merito alla decisione dell’Italia di siglare l’accordo con Tripoli, Casarini prosegue:

L’esternalizzazione delle frontiere in Europa non è un fenomeno nuovo. In Italia si è costruita una narrazione emergenziale completamente distorta sul fenomeno migratorio. Attraverso la retorica “dell’invasione” abbiamo  normalizzato questa situazione, in cui il mero tornaconto politico seppellisce i diritti umani. Questo è un fattore trasversale, che unisce tutta la politica ed è per questo che ci battiamo affinché il Memorandum venga stracciato. Dal 2018 è in atto una campagna di criminalizzazione del soccorso civile in mare, Mediterranea è nata per aggirare la politica di chiusura dell’Italia, il termine che uso è quello di “Cospirazione del Bene”. Perciò siamo stati investiti da un’inchiesta della Procura di Agrigento per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma non ci hanno fermato.

In Libia si susseguono scontri armati tra i trafficanti, l’ultimo che risale al  7 ottobre ha lasciato sul campo i corpi carbonizzati di 15 migranti. Il monopolio delle milizie sul traffico ha causato un aumento dei rischi collegati alla traversata in mare e maggiori difficoltà per le attività di soccorso:

Le operazioni di contrasto dei libici si strutturano su tre livelli. Il primo consiste nell’anticipare il nostro intervento e riportare in Libia i migranti. Il secondo è invece la minaccia diretta ai nostri equipaggi di essere deportati per cercare di farci desistere e allontanare. Questo tipo di intimidazioni sono all’ordine del giorno. Infine, le motovedette libiche con la complicità di La Valletta hanno iniziato a eseguire i push-back anche nella SAR maltese. Tutto questo accade con il supporto diretto della flotta aerea e dei droni di FRONTEX . Abbiamo prodotto delle prove che implicano il coinvolgimento in questo tipo di operazioni anche del moto-trasporto italiano “Caprera” adesso in rada a Tripoli.

Migranti soccorsi a bordo della Mare Jonio in un’operazione di soccorso del 06/06/2022. Foto e credits di Mediterranea Saving Humans

Per ciò che riguarda le testimonianze raccolte in questi anni, il quadro che emerge è estremamente drammatico:

Le persone che soccorriamo a bordo portano i segni delle violenze subite nei lager libici. In quei campi gli stupri sono sistematici, così come gli omicidi, i pestaggi e le torture. Tutto questo viene reso possibile dai finanziamenti italiani ed europei. Oggi tutti gli undici centri di detenzione presenti nel Paese sono gestiti da bande armate, eppure ciò non ostacolerà minimamente il rinnovo dell’accordo. Paradossalmente, l’unica possibilità di cambiamento consiste proprio l’imminente implosione della Libia. In questi anni il tessuto sociale si è completamente disgregato e la violenza endemica rischia di raggiungere livelli ancor più disperati.

Sui futuri sviluppi del soccorso in mare e del fenomeno migratorio la posizione di Luca Casarini è netta:

Oggi la flotta del salvataggio civile europeo sta facendo ciò che gli Stati rifiutano. Grazie all’impegno di Sea Watch abbiamo oggi una flotta aerea che è in grado di individuare le imbarcazioni in difficoltà. Alarm Phone ha allestito un MRCC (Maritime Rescue Coordination Centre) indipendente, che segnala i vascelli in avaria e inoltra le chiamate di aiuto. Non possiamo aspettare che siano gli Stati a cambiare idea. Siamo testimoni della progressiva involuzione delle istituzioni pubbliche europee in materia di diritti. Questa, invece, è la risposta delle società civili del Mediterraneo che stanno elaborando una nuova idea di cittadinanza attiva. Nella stessa Libia ci sono organizzazioni come Refugees in Libya, che lotta in maniera pacifica contro le armi dei trafficanti. Il futuro in cui credo è quello delle istituzioni dal basso, che legano le culture e i popoli del Mediterraneo attraverso l’agire insieme per il bene.

Il rinnovo automatico del Memorandum, previsto per il 3 novembre, non incontrerà nessun tipo di opposizione. Tuttavia, è cruciale riflettere sul peso storico e umano che tale accordo ha riversato non soltanto sulla società italiana ma sull’idea stessa di Europa. C’è da chiedersi quale sarà il giudizio storico sulle scelte dell’attuale leadership e quali prospettive politiche potrà offrire la democrazia europea di fronte alla tragedia in corso nel Mediterraneo.

Alessandro Cinciripini

Attivista dell’ANPI, laureato in Studi dell’Africa e dell’Asia presso l’Università di Pavia, interessato a Vicino Oriente, Balcani e diritti umani. Attualmente a Sarajevo dove si occupa di progetti di promozione sociale e interculturale.

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