22 Febbraio 2024

Generazione di poveri. E in Italia cresce anche la povertà educativa

In Italia cresce una generazione di poveri. Per l’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), la povertà assoluta è già realtà per quasi un milione e 400 mila minori che non hanno accesso a beni e servizi essenziali per condurre una vita minimamente accettabile. Non sono mai stati così tanti dal 2005, parliamo del 14% dei bambini e adolescenti di questo Paese.

È poi l’Ufficio statistico dell’Unione europea (EUROSTAT) a lanciare l’allarme per quelli che alla povertà – e all’esclusione sociale che con quella va a braccetto – sono sempre più vicini: un bambino su quattro in Italia corre il rischio di esser vittima di povertà, e a fare più paura è il dato sugli under 6 che fa segnare la percentuale più alta (26,7%) che sia stata registrata dal 1995. E ancora, il 7% circa dei minorenni vive in famiglie che soffrono una grave deprivazione materiale, vale a dire niente spese impreviste, niente vestiti nuovi a sostituire quelli ormai usurati, non c’è un pasto proteico ogni due giorni, la casa è fredda e non si può mai andare in vacanza.

Non va meglio sul fronte della povertà educativa, quella che – legata a doppio filo alla povertà materiale – crea i poveri e gli esclusi di domani, nega le opportunità di mobilità sociale, mortifica i diritti e manda alle fiamme il futuro di ognuno e di tutti.

I numeri, gli studi, le prospettive annunciate dovrebbero farne la preoccupazione di prim’ordine di ogni governo. Invece, intangibile com’è, resta ancora troppo spesso fuori dalle agende mediatiche. E da quelle politiche, soprattutto. Parole a parte.

Il più recente rapporto di Save the Children sul tema richiama l’attenzione su una realtà in emergenza. Il 12,7% degli studenti italiani abbandona i banchi di scuola prima di aver ottenuto un diploma, peggio di noi in Europa solo Romania e Spagna. Sfiora il 10% il tasso di dispersione implicita, che riguarda quelli che a scuola ci vanno ma ne escono “senza le competenze minime necessarie per entrare nel mondo del lavoro o dell’Università“.

Abbiamo il numero più alto in Europa di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, intrappolati in un limbo senza prospettive. E uno studente di origine straniera su quattro perde uno o più anni scolastici pagando il conto di stereotipi e scarsa capacità inclusiva del sistema educativo, con uno scarto preoccupante sulle percentuali che riguardano i compagni di origine italiana.

Tempo pieno, mense, palestre e strutture con agibilità certificata favoriscono esiti scolastici migliori, ma sono un privilegio per pochi. La scuola è più povera proprio dove sarebbe più necessaria in relazione al disagio socio-economico delle famiglie, sulle disparità nelle opportunità di accesso ad un’istruzione di qualità pesano sempre di più di divari sociali, di genere e territoriali del Bel Paese, e la catena della marginalità educativa e quindi la precarietà per il futuro diventa quasi un’eredità familiare.

Svantaggio per svantaggio, dunque. Con buona pace della tanto chiacchierata giustizia sociale.

È la fotografia di un sistema educativo che non è più un grado di fare la differenza, scattata mentre si fa appello alle forze politiche perché cresca fino alla media europea (il 5% del PIL) l’investimento per l’istruzione e si mettano a sistema le risorse del Piano nazionale ripresa e resilienza, della Child Guarantee e della nuova programmazione europea in un Piano nazionale di contrasto alla povertà minorile (materiale ed educativa) “per colmare le gravi disuguaglianze territoriali e assicurare a ogni bambino la possibilità di crescere serenamente, far fiorire i propri talenti e costruire il proprio futuro“.

Foto di Città di Parma, da Flickr, in licenza CC

Ma quanto pesa realmente l’impoverimento educativo su una società che cambia forma e volto tanto velocemente come la nostra? Come siamo arrivati a fare sì che per oltre il 60% degli studenti campani il livello base delle competenze di italiano sia irraggiungibile, o che in Sicilia si lasci la scuola prima del tempo dieci volte di più che nel resto d’Italia? E a quale futuro andiamo incontro se la scuola non riesce più a rappresentare un presidio di cura per la comunità? Non è ora che si intervenga con attenzione e intenzione reale sulla questione prima che diventi strutturale e irreversibile?

“La povertà educativa produce cittadini dimezzati”

Una chiave di lettura del fenomeno la dà a Voci Globali la sociologa, filosofa e accademica italiana Chiara Saraceno, chiamata dal governo Draghi a capo del Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza.

È a partire dagli anni Novanta, spiega l’esperta, che i minorenni hanno iniziato a rischiare la povertà più di chiunque altro nel nostro Paese. Nella scarsità e frammentarietà dei sostegni alle famiglie con figli, e nella forte incidenza delle famiglie monoreddito “specie se numerose e dove i genitori sono a bassa istruzione/qualifica, soprattutto nel Mezzogiorno dove il tasso di occupazione femminile è bassissimo e i servizi (nidi, tempo pieno, ecc..) sono scarsi“, si rintracciano le ragioni di questo salto generazionale che non ha potuto che aggravarsi con la crisi finanziaria prima e la pandemia poi.

La scarsità di servizi, specie educativi, unita alla povertà economica, produce povertà educativa con effetti di lungo termine sulle chance di vita“, chiarisce la sociologa sottolineando quanto la povertà educativa appaia oggi più grave che in passato con un mercato del lavoro e uno stare in società che richiedono conoscenze e capacità maggiori di un tempo, o meglio che un tempo non erano richieste a tutti.

Non riguarda solo il digitale – dice Saraceno – ma la capacità di leggere e comprendere istruzioni per far funzionare anche macchine semplici, e prima ancora la capacità di comprendere i meccanismi che regolano la vita associata, il funzionamento delle istituzioni, i programmi dei partiti, gli articoli di un giornale, distinguere ciò che è affidabile da ciò che non lo è nella comunicazione, e così via. La povertà educativa produce cittadini dimezzati e lavoratori a bassa qualifica, perciò con poche opportunità e vulnerabili“.

Quando le chiediamo delle reti di responsabilità che hanno favorito il dilagare di questa piaga sociale e che ora possono e devono costruire soluzioni perché si inverta la rotta prima che sia troppo tardi, commenta: “di povertà educativa si è iniziato a parlare solo da pochi anni, [..] anche se i dati sulla dispersione scolastica suggeriscono che si tratti di un fenomeno di lungo termine come di lungo termine è l’attenzione occasionale, non sistematica, da parte dei responsabili politici per questo fenomeno (che però è solo la punta dell’iceberg della povertà educativa) e la necessità di contrastarlo. Sono state fatte sperimentazioni, preparati rapporti interessanti e ricchi, ma che non sono mai stati tradotti in azioni generalizzate e di sistema.

È positivo che nel PNRR la questione venga affrontata sia indirettamente con lo stanziamento di fondi per la creazione di nidi per l’infanzia e di strutture scolastiche con mensa (per consentire il tempo pieno) a partire dalle zone più svantaggiate, sia direttamente con fondi stanziati specificamente al contrasto alla dispersione. Ma l’approccio è molto riduttivo, si pensa che basti un po’ di tutoraggio online sulle varie discipline”.

E continua, “chi lavora sul campo sa bene che occorre modificare l’approccio didattico, per favorire i processi di apprendimento coinvolgendo l’interesse e le abilità di ciascuno. Ed occorre coinvolgere la comunità attorno alla scuola, tramite veri e propri patti educativi. Ci sono molte belle esperienze in questo campo, [..] ma siamo sempre fermi ai bandi con il loro carattere di temporarietà e diffusione limitata, oltre che legati alla disponibilità di singole scuole, presidi e insegnanti a farsi coinvolgere.

È ora di far diventare sistema le esperienze virtuose, il modo normale di fare scuola e di radicare la scuola nella comunità in cui opera. Il gruppo di esperti nominato dal ministro Bianchi perché fornisse indicazioni su come utilizzare parte dei fondi del PNRR destinati al contrasto alla dispersione aveva elaborato precisi suggerimenti in questo senso, perché le scuole e le comunità destinatarie dei fondi si muovessero in questa direzione. Purtroppo sono rimaste largamente disattese“.

“Una questione di welfare di comunità”

Povertà infantile è anche sinonimo di una generazione minata nello sviluppo cognitivo, condannata alla fragilità e imprigionata nel malessere. È la professoressa Olimpia Pino, associato di psicologia generale al dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma e ricercatrice del Laboratorio di psicologia cognitiva, a parlarci delle dinamiche neuropsicologiche e psicosociali innescate dalla deprivazione materiale ed educativa, soprattutto nella prima infanzia.

Le misure di unfair inequality collocano l’Italia tra i Paesi in cui la distribuzione del reddito si discosta maggiormente da quella che risponde a criteri di uguaglianza di opportunità. Nel nostro Paese, nell’ultimo anno, quasi la metà dei minori in età prescolare non ha letto un libro se non quelli di studio, il 75% non ha visitato un sito archeologico, il 50% un museo, il 43% non ha svolto attività sportiva“, mette subito in evidenza l’esperta.

Citando le conclusioni di ricerche internazionali, ci spiega che “alcune strutture cerebrali sono connesse in maniera diversa nei bambini più svantaggiati. Inoltre, a dimostrazione degli effetti più a lungo termine, i bambini allevati in una famiglia povera nel corso dell’età prescolare presentano una probabilità maggiore di sviluppare sintomi depressivi all’età di nove o dieci anni“.

A proposito di quanto le disparità socio-economiche impattano sulla salute mentale dei giovanissimi e sugli adulti che saranno, la ricercatrice chiarisce che esistono numerosi fattori di rischio capaci di esasperare la percezione della realtà vissuta in adolescenza e le aspirazioni per il futuro.

“L’OMS ha pubblicato nel 2021, a tale proposito, una scheda informativa sul tema considerando che circa la metà di tutti i disturbi mentali esordiscono prima dei 14 anni e che se non trattati adeguatamente persistono con gravi implicazioni anche in età adulta. E anche con il mio gruppo di ricerca – dice Pino – stiamo pubblicando una rassegna sull’impatto che le cosiddette ‘avversità vissute nell’infanzia’ producono sui bambini direttamente o indirettamente anche a livello epigenetico e sono correlate a diverse condizioni negative di salute nell’adulto: cattiva salute mentale, disturbo da uso di sostanze, comportamenti negativi per la salute, malattie fisiche croniche e riduzione della durata della vita“.

La cattedratica descrive la povertà educativa come un fenomeno multidimensionale che “non è solo legato alle cattive condizioni economiche, ma è povertà di relazioni, isolamento, cattiva alimentazione e scarsa cura della salute, carenza di servizi, opportunità educative e apprendimento non formale“. E definendo complessa la società contemporanea, globalizzata e contrassegnata dalla perdita di identità e caratterizzazione, dalla crisi di tutti i settori e anche dall’omologazione e appiattimento delle proposte e dei modelli culturali ed educativi presenti sul mercato, tiene a ribadire quanto proprio per questo la povertà educativa sia insidiosa quanto e più di quella economica.

Priva bambini e adolescenti delle possibilità di apprendere e sperimentare, scoprendo le proprie capacità, sviluppando le proprie competenze, coltivando i propri talenti e allargando le proprie aspirazioni. E investe anche la dimensione emotiva, della socialità e delle capacità di relazionarsi con il mondo. Si creano così le condizioni per lo sfruttamento precoce nel mercato del lavoro, per l’abbandono e la dispersione scolastica, per fenomenti di bullismo e di violenza nelle relazioni tra pari“, afferma la ricercatrice.

Sul tema della trasmissibilità della povertà, aggiunge: “le famiglie più povere sono generalmente quelle con minore scolarizzazione: chi nasce in una famiglia in difficoltà economica avrà a disposizione meno strumenti per riscattarsi in futuro da una condizione di marginalità sociale, per cui si troverà con maggiore probabilità in disoccupazione, dipenderà più della media dai programmi di assistenza, e a sua voltà potrà offrire meno opportunità ai suoi figli“.

E allora cosa va fatto per spezzare queste catene e liberare il futuro di una generazione in trappola?

Vi è un crescente riconoscimento internazionale della necessità di promuovere le capacità sociali ed emotive come parte integrante della salute e del benessere dei bambini e dei giovani, aumentando la loro partecipazione alla società e riducendo il crescente peso delle disuguaglianze sociali. È anche una strategia fondamentale per migliorare il capitale psicologico e contribuire allo sviluppo sociale ed economico. Una vasta area di ricerca indica che un’efficace padronanza delle abilità sociali ed emotive supporta il raggiungimento di risultati positivi nella vita.

Le famiglie, le scuole, le comunità e le organizzazioni giovanili svolgono un ruolo chiave. Questa è ormai una questione di welfare di comunità. Contrastare la povertà nella fascia più giovane di popolazione significa offrire concretamente a bambini e adolescenti, a prescindere dal reddito dei genitori, uguali opportunità educative“.

Foto di Bicanski da Pixnio, in licenza CC

“Una comunità intera fatta di occasioni”

Per il direttore di Caritas Italiana Don Marco Pagniello, territorio, comunità e futuro sono le parole che devono restare al centro di qualunque discorso voglia tenersi in merito alla povertà educativa.

Oggi nel nostro Paese un bambino rischia molto di più rispetto ad un adulto e moltissimo di più rispetto ad un anziano di vivere in condizioni di severa povertà. Da ormai molto tempo, abbiamo capito come non sia sufficiente lavorare solo sul fronte dell’aiuto materiale e dell’accompagnamento economico – mette in chiaro il sacerdote. Siamo ormai consapevoli, i territori lo sono, di come sia necessario lavorare sul fronte della giustizia, della costruzione di risposte sistematiche e che siano in grado di raggiungere tutto il Paese, in modo conforme alle diverse esigenze dei territori, abbattendo lo scandalo dei divari territoriali ancora così roboante oggi. Non deve più essere vero che in Italia hai diverse probabilità di poter godere pienamente dei tuoi diritti di bambino in base al posto dove nasci“.

Parla della grande preoccupazione di Caritas per la situazione dei giovani in Italia, per il loro benessere soprattutto. Di quanto pesi l’economia e il contesto familiare di appartenenza, ma anche di quale pericoloso ruolo giochi la mancanza di opportunità di formazione, di crescita, di coltivazione dei propri talenti nelle comunità e sui territori, “penso in particolare alle molte aree interne, all’Italia fatta non solo di periferie spesso impoverite, ma anche di piccoli paesi svuotati di appartenenza“, dice.

Don Marco chiede attenzione per lo sguardo dei ragazzi su futuro, “particolarmente triste e sfiduciato“. Certo che sia indispensabile recuperare la loro voglia di futuro e accompagnarli mentre sono costretti a misurarsi con la fragilità di questi tempi, richiama gli adulti ad un impegno condiviso: “questa constatazione interroga in prima persona anche le nostre comunità e i molti luoghi dove si coltiva la partecipazione dei ragazzi e la loro inclusione. Diventa fondamentale ripensare le nostre relazioni educative, renderle sempre più capaci di ascolto e di affiancamento discreto, di compagnia tenace“.

Per il responsabile dell’organismo pastorale della CEI, tanti sono i limiti del quadro di misure e interventi approntati nel tempo contro la povertà dei bambini nel nostro Paese, e grave è il ritardo iniziale che ha reso sempre più drammatico il fenomeno. Ma c’è anche la consapevolezza che importanti passi avanti si sono compiuti negli ultimi anni, e che “ci troviamo oggi di fronte a grandi sfide, ma anche a grandi, grandissime opportunità. Inedite occasioni“.

Oggi nel dibattito pubblico abbiamo davvero una ricchezza di strumenti programmatori per mettere nell’agenda del Paese il tema della povertà dei bambini in modo più strutturato, coordinato, multilivello. E abbiamo anche una destinazione di risorse importante, inedita fin qui. – spiega il parroco – Adesso occorre dare concretezza alle priorità emerse e alle azioni previste, organizzando, coordinando e monitorando la messa a disposizione di risorse adeguate, coinvolgendo in maniera strutturale sia il Terzo Settore che le persone di minore età, la cui partecipazione riteniamo essenziale“.

È sulla comunità educante, insiste Caritas, che bisogna puntare: “si tratta di immaginare una comunità intera fatta di occasioni di apprendimento. Occorre immaginare luoghi di comunità capaci di rompere i confini, dilatando spazi e tempi dell’apprendere, dove la cittadinanza diventa diritto esercitato“.

Il direttore sottolinea quanto urgente sia la costruzione di un attore collettivo di educazione, fatto di scuole – pivot del processo e in molti territori concreto presidio di democrazia – e al contempo di istituzioni pubbliche, civismo, ETS, famiglie, cittadini e soprattutto gli stessi studenti. Servono risposte multilivello, multi-attoriali, multi-competenti, multi-significanti – avverte Pagniello – su cui investire oggi, subito, per mettere al sicuro il domani.

Bisogna parlare con linguaggi plurali, pensare comunità plurali, agire con strumenti plurali e innamorarsi della cifra della differenza e dell’incontro quale caratteristica ultima di risposte efficienti“, ripete.

Tiene a lasciarci un’ultima considerazione, Don Marco. Riguarda la potenza creativa dei giovani e l’urgenza della loro partecipazione ai processi sociali, alla costruzione del mondo che cambia.

Si fa un gran parlare di giovani, ma non siamo ancora in grado di esprimere davvero luoghi, tempi e strumenti per consentire la loro piena attivazione e la loro piena partecipazione alla vita delle comunità. I giovani semplicemente non ci sono, e sicuramente non stanno nella stanza dei bottoni. Dobbiamo recuperare il senso ultimo della loro partecipazione e lasciare il necessario spazio alla loro azione e anche alla loro voglia di proposta. È evidente che questo spiazza e sfida, ma è oggi l’unica risposta da dare alle richieste di protagonismo che ci vengono avanzate“.

E richiamando le parole pronunciate da papa Francesco in occasione del 50° di Caritas Italiana, conclude: “I giovani sono le vittime più fragili di questa epoca di cambiamento, ma anche i potenziali artefici di un cambiamento d’epoca. Sono loro i protagonisti dell’avvenire. Non sono l’avvenire, sono il presente, ma protagonisti dell’avvenire”.

In Italia cresce una generazione di poveri, che saranno adulti poveri e faranno figli poveri. Questo è il racconto che resta. Poco meno di un mese fa, per gli studenti italiani è tornata a suonare la campanella. Per gli adulti è un allarme che non può ancora restare inascoltato. Il prezzo a pagare è il futuro del Paese tutto, ed è troppo alto.

Clara Geraci

Siciliana, classe 1993. Laureata in Giurisprudenza, ha recentemente conseguito il Diploma LL.M. in Transnational Crime and Justice all’Istituto di Ricerca delle Nazioni Unite. Si occupa di diritto internazionale, diritti umani, e migrazioni. Riassume le ragioni del suo impegno richiamando Angela Davis: “Devi comportarti come se fosse possibile cambiare radicalmente il mondo, e devi farlo costantemente”.

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