Confine tra Bielorussia e Polonia, dove muore il diritto comunitario

Adesivo contro Frontex. Foto dell’utente 2le2im-bdc da Wikimedia Commons con licenza Creative Commons

Con l’avvicinarsi dell’autunno, l’Europa è in fermento su come affrontare la probabile interruzione delle forniture di gas dalla Russia. La tragedia umanitaria che da un anno continua a consumarsi lungo le frontiere orientali dell’Unione, invece, sembra essere già stata dimenticata. Il protrarsi del conflitto ucraino ha spostato l’attenzione dei media occidentali dalle foreste polacche al confine con la Bielorussia. Dove tuttora, persone provenienti dall’Asia e dal Medio Oriente tentano di raggiungere l’UE affrontando violenze e abusi.

Il perdurare delle tensioni tra l’Unione Europea da una parte e Mosca e i suoi alleati dall’altra, rischia di causare un nuovo picco di tensione lungo il confine polacco. Dopo dieci mesi di stato di emergenza sulla frontiera nord-orientale, quest’estate il Governo polacco ha annunciato il completamento di un muro di recinzione altamente militarizzato, al fine di scoraggiare nuovi tentativi di ingresso. Con l’inverno alle porte, il rischio di rivedere scene strazianti come quelle dello scorso anno è assai reale. La costruzione del muro segue la decisione della Polonia di impedire qualsiasi ingresso dalla Bielorussia, violando apertamente il diritto al non respingimento e all’asilo.

I fatti relativi alla crisi umanitaria nelle foreste tra Polonia e Bielorussia affonda le proprie radici nei fatti dell’agosto 2021. Un gruppo di 32 richiedenti asilo, composto in maggioranza da afghani, rimasero intrappolati nelle foreste della Polonia orientale. Le autorità locali si opposero al loro ingresso, negando loro la possibilità di presentare una richiesta di protezione. Ogni tentativo di soccorso da parte di volontari e associazioni umanitarie venne ostacolato da Varsavia. La situazione precipitò quando il presidente Andrzej Duda dichiarò lo stato di emergenza. Oltre ai maltrattamenti e alle violenze subite dalle guardie di frontiera bielorusse, le temperature rigide e la mancanza di aiuti causarono sofferenze incalcolabili.

La rotta orientale si è consolidata grazie alla connivenza tra le agenzie, gli intermediari e le autorità di Minsk. Difatti, il regime di Lukashenko, lucrando sulla pelle dei migranti, ha deciso di strumentalizzare il fenomeno migratorio come mezzo di pressione contro l’Unione Europea. L’UE ha pertanto accusato la Bielorussia di utilizzare i migranti come potenziale arma ibrida e ha assicurato il proprio sostegno alla Polonia e ai Paesi Baltici. Ne è conseguito un tacito accordo sulla costruzione di recinzioni militarizzate ai confini e sulle restrizioni al diritto d’asilo e di circolazione. In questo modo, le denunce e gli inviti a intervenire da parte di associazioni come Medici Senza Frontiere e Human Rights Watch sono rimasti pressoché inascoltati.

Mappa con i principali snodi per raggiungere la frontiera polacca. Foto dell’utente Homoatrox da Wikimedia Commons con licenza Creative Commons

Dal 2021 a oggi, la Polonia ha portato avanti una politica di respingimenti indiscriminati. Oltre a ciò, lo Stato polacco ha criminalizzato qualsiasi tipo di attivismo e supporto diretto ai migranti come quello dell’associazione locale Grupa Granica. In aggiunta alle truppe dispiegate lungo il confine, Varsavia ha richiesto l’intervento della controversa Agenzia Europea della Guardia Costiera e di Frontiera (FRONTEX), criticata per il suo ruolo nei respingimenti nel Mediterraneo centrale. Per tutto il 2022 sono emerse prove e testimonianze che accusano le autorità di frontiera polacche, assieme a quelle bielorusse, di brutalità e soprusi.

Già l’11 novembre 2021 era stata documentata l’apertura del fuoco da parte dei polacchi nel tentativo di disperdere i migranti. Al contempo, violenze, furti e crudeltà ingiustificate come la separazione di interi nuclei familiari sono proseguite nel silenzio complice di Bruxelles. Soltanto nel mese di novembre 2021 si contavano 13 persone decedute. Oggi, i decessi confermati si sono fermati a 21, ma la possibilità di ottenere dati certi e imparziali è alquanto remota. Difatti, Varsavia non ha mai fornito cifre esatte sul numero di migranti che hanno tentato di attraversare il confine. Se da una parte Minsk ha dichiarato la presenza di 7000 migranti nel Paese, dall’altra parte, le autorità polacche hanno documentato 30.000 tentativi di ingressi irregolari.

Ma veniamo ai nostri giorni. Lo scoppio della guerra in Ucraina ha fatto passare in secondo piano l’emergenza lungo la frontiera bielorussa. A partire dal 24 febbraio scorso i rifugiati provenienti dalle zone sotto attacco hanno potuto contare sugli aiuti da parte dei Paesi europei limitrofi. Tuttavia, la disponibilità e rapidità con cui ha reagito il Governo polacco si è dimostrata diametralmente opposta rispetto a quanto fatto sulla frontiera bielorussa. Ciò non ha fatto altro che palesare il carattere razzista della gestione polacca ed europea delle migrazioni nella regione.

Rifugiati ucraini accolti alla frontiera polacca. Foto dell’utente Міністерство внутрішніх справ України da Wikimedia Commons con licenza Creative Commons

Riguardo a tale aspetto, Voci Globali ha raccolto la testimonianza diretta sul campo di Benedetta Pisani, social worker e reporter freelance, creatrice del progetto Gr8humans. Benedetta, nel marzo 2022 ha partecipato a una spedizione umanitaria organizzata da Il Pulmino Verde lungo la frontiera Ucraina:

Il nostro è stato un viaggio di soccorso. Ci siamo concentrati sulla consegna di materiale sanitario e sull’acquisto in loco di ciò che era necessario per l’attività di accoglienza e soccorso per chi fuggiva dall’Ucraina. L’impressione che ho avuto fin dal primo momento è stata quella di un caos organizzato.

In poco tempo sono sorte strutture di accoglienza nei piccoli villaggi e nelle città di frontiera, capaci di accogliere numeri consistenti di rifugiati. Nella nostra seconda tappa a Jarlsaw abbiamo consegnato gli aiuti a Unitatem, un’organizzazione locale.  Ad oggi hanno completato quattro strutture, di cui l’ultima può ospitare 700 persone.

 I casi di persone razzializzate e discriminate al confine con l’Ucraina sono ben noti dall’inizio della guerra. Anche il Pulmino Verde ne ha potuto constatare gli effetti:

L’ultima tappa è stata Korczowa, situata a 70 km da Leopoli. Abbiamo visitato una struttura di accoglienza situata in un vecchio centro commerciale. I centri che avevamo visto in precedenza erano gremiti di volontari e troupe televisive. Qui, al contrario, c’era la sensazione di essere di fronte a rifugiati di serie B.

La struttura era a dir poco fatiscente e di scarsa qualità. La maggior parte delle persone presenti nel campo facevano parte della comunità rom e vi erano gruppi consistenti di persone provenienti dall’Asia e dal Medio Oriente. Erano tutti accomunati dal fatto di non avere documenti riconosciuti dallo Stato polacco. Non potevano tornare indietro e allo stesso tempo non vi era alcuna possibilità di essere ammessi in Polonia. Il centro era più simile ad una struttura destinata ai rimpatri. Il personale dell’ambasciata uzbeka presente nel campo si occupava proprio di questo.

Riguardo alla differenza di percezione tra la situazione sul confine bielorusso e quella sulla frontiera ucraina, la presenza di un doppio standard è lampante:

A Przemyśl, la prima città che si incontra venendo dall’Ucraina, abbiamo visto stazioni colme di volontari che si occupavano di dare informazioni, soccorrere e rifocillare i rifugiati. Vi erano anche associazioni che si occupavano di accudire gli animali domestici che viaggiavano con le famiglie. Purtroppo, la straordinaria rete di solidarietà e accoglienza che abbiamo osservato non c’è stata per chi tentava di arrivare dalla Bielorussia.

Nel Sud della Polonia, l’Europa si è dimostrata accogliente e ha aperto le proprie porte a chi ne aveva bisogno senza alcun timore. A Nord invece, è stato costruito un muro di sorveglianza per respingere uomini donne e bambini in fuga da instabilità, povertà e violenza. Mi sono chiesta il perché di questa differenza di trattamento e per quale motivo il razzismo continui a essere sistemico nelle politiche comunitarie europee. Non sono riuscita a dare una risposta.

Le notizie strazianti relative alla frontiera bielorussa, come altre in passato, sembrano aver destato l’interesse dell’opinione pubblica soltanto per un breve periodo. Come per la rotta balcanica, l’interesse si è rivolto verso questioni più vicine alla sensibilità attuale della popolazione europea. La risposta positiva e solidale nei confronti dei rifugiati ucraini pare aver seppellito quanto accaduto pochi mesi prima a nord del confine. Per contro, le foreste della Polonia orientale continueranno ad essere teatro di soprusi e violenze, che andranno ad aggiungersi silenziosamente alla devastazione e al dolore che affligge la regione.

Alessandro Cinciripini

Attivista dell’ANPI, laureato in Studi dell’Africa e dell’Asia presso l’Università di Pavia, interessato a Vicino Oriente, Balcani e promozione dei diritti umani.

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