Un pianeta che brucia, e sugli incendi il clima e la mano dell’uomo

Le cronache estive si vestono annualmente del rosso delle fiamme che divampano in tutto il globo. Vaste aree di boschi e foreste sono interessate da incendi ampi e intensi, complici i lunghi periodi di siccità e il caldo estremo.

Sebbene in alcune zone della Terra, come le foreste boreali, la combustione faccia parte del ciclo naturale degli ecosistemi, la maggior parte del fenomeno, su scala globale, è responsabilità colposa o dolosa delle attività umane.

Le aree più colpite sono quelle tropicali di Africa e America Latina, ma nessun Continente ne è immune. Dalla California – dove nel Parco Nazionale di Yosemite sono andati in fumo centinaia di ettari di sequoie secolari, fino alla Corea del Sud in cui tra i 17.000 ettari di foresta sono state distrutte circa 300 case – il nostro è un pianeta che brucia.

Secondo una mappa in continuo aggiornamento, gli incendi monitorati dai satelliti sono decine di migliaia ogni giorno: le foreste sono le aree più colpite, seguite da zone agricole e arbustive.

Un dato virtuoso per l’anno 2022 riguarda il nostro Paese: infatti in Italia, quest’anno, la superficie di verde bruciata con gli incendi è inferiore a quella della media dell’ultimo decennio. Guardando più nel dettaglio, tuttavia, i numeri non sono incoraggianti.

Secondo quanto riportato dal lavoro dell’European Forest Fire Information System (EFFIS), dell’Istituto Copernico, 48.551 ettari di bosco sono stati avvolti e distrutti dalle fiamme in Italia e i numeri sul resto del nostro Continente sono ancora più allarmanti.

I dati, infatti, mostrano quanto la superficie bruciata nel 2022 sia, per la maggior parte dei Paesi monitorati, nettamente superiore alla media complessiva degli ultimi anni.

L’area del Mediterraneo è quella più esposta al rischio di incendi grandi e duraturi. In testa la Penisola Iberica, con il Portogallo e i suoi centomila ettari in fiamme, che hanno coinvolto anche il Parco Naturale della Serra da Estrela, classificato come Geo-Parco Mondiale dall’UNESCO.

Quarantacinque grandi roghi ancora interessano la Spagna; qui le ondate di calore e l’estrema siccità hanno messo in allarme diverse comunità autonome del Paese. E la carrellata di disastri ambientali da fuoco continua con la Romania, che ha registrato più di 700 incendi e la Croazia con un incremento di oltre il 70% nel numero degli stessi.

Il propagarsi delle fiamme mette a rischio la vita degli operatori addetti allo spegnimento ma anche della società civile che vive in prossimità dei territori interessati. Come è successo nel nostro Paese, in Versilia, dove oltre ai mille ettari di bosco, vanno aggiunti alla conta dei danni l’evacuazione di mille persone, minacciate dalle fiamme.

Anche a Pantelleria, l’incendio divampato ha messo in pericolo gente del luogo e turisti, portati in salvo con l’ausilio di gommoni e motovedette.

Purtroppo, in Italia l’emergenza di quest’anno ha mietuto anche una vittima, impegnata nelle operazioni di spegnimento dell’incendio che ha investito il Carso e che, a più riprese, ha colpito natura e popolazione.

Se il rischio per la vita umana mette in allarme e in moto sistemi e istituzioni, il bilancio peggiore resta a carico degli ecosistemi e dell’ambiente. La gran parte dei territori forestali e boschivi coinvolti dai roghi rientrano in siti protetti. Legambiente stima che in Italia, ad esempio, in poco più di un decennio circa 250 mila ettari di aree facenti parte della Rete Natura 2000 sono bruciati.

Aree protette perché costituiscono elementi unici ed essenziali per l’equilibrio di fauna e vegetazione vengono distrutti, e la valutazione che ne scaturisce non può che annoverare quella dei roghi boschivi nel circolo vizioso di causa ed effetto legato ai cambiamenti climatici e del rischio per l’ambiente.

Incendio in Italia. Foto da Google Immagini con licenza Creative Commons

A parte una trascurabile percentuale di incendi divampati per autocombustione, oltre il 90% delle cause che li riguardano sono dovuti all’attività umana.

Una distrazione durante una gita fuori porta o la mancanza di esperienza nel maneggiare il fuoco può innescare un rogo che, con le giuste condizioni di siccità del terreno, può facilmente ingrandirsi.

Accanto a queste ragioni di tipo colposo si pongono altre cause come l’agricoltura in aree di interfaccia e prossime ai boschi. Qui le operazioni di pulizia dei terreni agricoli che coinvolgono pratiche come il fuoco controllato, aumentano in modo significativo il rischio che dall’esterno il rogo si estenda ai siti protetti.

Anche il pascolo, soprattutto quello abusivo e criminale, costituisce una causa importante. Il processo di combustione del sottobosco, infatti, innesca naturalmente un rinnovamento dello stesso. Un territorio incenerito, in altre parole, genera nuova e tenera vegetazione che diventa ideale per il nutrimento del bestiame. Questo fenomeno conduce i pastori da un lato ad innescare volutamente gli incendi, dall’altra a sfruttare i luoghi attraversati dai roghi per il pascolo, nonostante secondo la legge un’area incenerita è interdetta da qualsiasi utilizzo per almeno un decennio.

Se quelle operate dalla mano dell’uomo sono le cause che da decenni investono il fenomeno degli incendi boschivi, la ragione più attuale e più difficile da sradicare è legata ai cambiamenti climatici innescati dall’uomo.

Il fuoco in natura ha il compito di eliminare la biomassa vegetale (costituita da rami, foglie secche e sterpaglia). Quanto più essa si accumula, tanto più cresce il pericolo che gli incendi siano più intensi e vasti. Le alte temperature che investono i Continenti in maniera sempre più anomala aumentano la siccità dei terreni e le condizioni meteorologiche favorevoli al propagarsi delle fiamme.

Le estati bollenti e progressivamente più durature, dunque, prolungano la stagione degli incendi. Così il cambiamento climatico rende più grave l’annosa piaga dei roghi e di essa, in un circolo vizioso, si nutre.

Sottobosco in fiamme. Foto da Google Immagini con licenza Creative Commons

La distruzione delle superfici boscate, difatti, aumenta da un lato le emissioni di anidride carbonica durante il processo di combustione di aree vaste, come succede durante gli incendi. Allo stesso modo, gli incendi minano la capacità futura di boschi e foreste di assorbire CO2. Così il cambiamento climatico aumenta il suo impatto.

Questa situazione alimenta quello che uno studio pubblicato su Scientific Report rivela a proposito della Dust Bowlification. I cambiamenti climatici stanno rendendo i territori del Continente letteralmente una conca di polvere, che diversamente da un ambiente desertico, rischiano di essere nient’altro che un’area priva di vita.

Tali condizioni, quindi, comportano incendi sempre più frequenti e intensi, che accrescono le emissioni e peggiorano la Dust Bowlification. 

Gli incendi che alimentano i cambiamenti climatici accrescono, accanto ad essi, anche il rischio per l’uomo e la sua esposizione ad eventi disastrosi quali frane, smottamenti ed altri avvenimenti rischiosi legati all’erosione del terreno e al mancato contenimento delle piogge da parte dei boschi.

Di fronte a quello che appare un cane che si morde la coda, si spalancano nuove urgenze alla luce delle quali guardare il fenomeno degli incendi boschivi.

Le strategie europee per l’ambiente e le Foreste, come anche le leggi del nostro Paese (da ultima, in Italia, la legge 155/2021), accanto al riconoscimento delle attuali necessità per la lotta e la salvaguardia delle aree naturali, hanno bisogno di essere più strutturali.

Innanzitutto occorre una maggiore consapevolezza sul fatto che quella degli incendi boschivi non è un’emergenza circoscritta al periodo estivo. Interventi di prevenzione, coordinamento tra istituzioni ed enti territoriali devono disegnare un quadro della lotta agli incendi che si inserisca, però, nell’azione complessiva di lotta ai cambiamenti climatici.

Un costante monitoraggio dei territori deve essere basato sulla conoscenza locale e su un aumento delle risorse di terra impiegate, sia nella fase di prevenzione che di gestione dell’emergenza, poiché un incendio va domato e poi bonificato, tutte procedure che il solo impiego di forze aeree non può adempiere.

Anche l’impiego di pascolo in maniera preventiva, come alcune realtà hanno già sperimentato, può contribuire a prevenire tali fenomeni.

Essi richiedono, tuttavia, una modifica nell’approccio, che sposti l’attenzione dalle fiamme localizzate in un dato periodo e luogo ad un contesto globale, più ampio, che tenga conto più profondamente delle cause che lo generano.

Vanna Lucania

Laureata in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, esprime con la parola scritta i suoi interessi per l'educazione, l'ambiente e l'Africa. Dal volontariato alle ONG coltiva l'obiettivo di "lasciare il mondo migliore di come lo ha trovato".

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