Riad, manovre commerciali e politiche sul quinto pilastro dell’Islam

Foto della Ka’ba scattata all’interno della Sacra Moschea della Mecca. Foto di مريم خالد الرواحي da Wikimedia Commons

Il 12 luglio si è concluso il periodo dedicato all’Hajj, il quinto pilastro dell’Islam. Esso consiste nel pellegrinaggio presso i luoghi sacri della Mecca. Il rituale prevede l’accesso alla Sacra Moschea della Mecca (al-Masjid al-Haram) al fine di effettuare il ṭawāf, la circumambulazione attorno alla Ka’ba, l’edificio più sacro per la religione islamica.

Dopo due anni di limitazioni dovute alla pandemia di COVID-19, l’Hajj del 2022 si è svolto senza la gran parte delle restrizioni. Per contro, le critiche nei confronti delle autorità saudite riguardano principalmente le modalità di accesso al pellegrinaggio, modificate a ridosso del suo inizio.

Con l’allentamento della situazione pandemica nel Paese, si è deciso di riaprire i luoghi sacri ad un flusso più ampio di fedeli provenienti dall’estero. Il numero fissato da Riad è stato di un milione di individui. L’introduzione di un sistema di prenotazione interamente controllato dai sauditi ha però scatenato la frustrazione di una parte dei fedeli residente in Europa, Australia e Stati Uniti.

Nel mese di giugno il Governo ha reso noto che il pellegrinaggio sarebbe stato regolato da una serie di nuove norme. Esse hanno estromesso tutti gli intermediari, comprese le agenzie di viaggio che in passato hanno offerto i loro servizi ai fedeli.

L’unica possibilità  di effettuare l’Hajj si è dunque ristretta ai pacchetti offerti dallo Stato saudita attraverso la piattaforma Motawif. Il sito ha garantito tre pacchetti di diversa durata temporale e con costi differenti tra loro. Infine, una vera e propria lotteria ha estratto i beneficiari tra coloro che erano riusciti a presentare la propria candidatura entro i tempi indicati.

Oltre al dissenso delle agenzie di viaggio e degli intermediari, anche numerosi fedeli hanno criticato la politica saudita. Alcuni di loro avevano già versato gran parte del proprio denaro agli intermediari e pertanto non hanno potuto ottenere alcun rimborso. In aggiunta, la mancanza di preavviso e la ristrettezza della finestra temporale concessa su Motawif, ha escluso naturalmente un numero consistente di fedeli. Infine, i costi elevati richiesti dai nuovi pacchetti statali hanno attirato le accuse di chi considera la mossa di Riad un tentativo di lucrare sul pellegrinaggio.

I dubbi sulla trasparenza saudita nella gestione si sono moltiplicati nelle settimane successive. Difatti, è emerso un collegamento tangibile tra la piattaforma online Motawif e alcune figure di spicco del partito nazionalista indù e islamofobo di Narendra Modi, il BJP.

Secondo la ricostruzione di Middle East Eye, Riad avrebbe coinvolto Prashant Prakash, stretto alleato politico di Modi. Prakash è il vicepresidente di Accel India, l’azienda che ha ricoperto un ruolo cruciale nell’allestimento della piattaforma online.

In aggiunta, la comunità dei fedeli musulmani ha espresso le proprie perplessità riguardo le interferenze di Riad nel campo spirituale. Il pellegrinaggio nei luoghi del Profeta, ricopre un ruolo centrale all’interno della religione islamica e ha una carica morale incalcolabile nella sensibilità dei credenti. Il tentativo del Governo di regolare l’afflusso e le modalità di accesso ai luoghi sacri pone delle serie preoccupazioni per  tutta la comunità musulmana.

Nonostante l’idea di apertura e proiezione verso il futuro del regime del principe Muhammad Bin Salman, la realtà interna al Regno saudita sembra essere differente. La recente visita del presidente americano, Joe Biden, nel Paese ha riportato l’attenzione sull’assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ordinato nel 2018 dallo stesso MBS. L’imbarazzo dell’opinione pubblica americana dimostra in maniera lampante il disagio degli Stati Uniti, che faticano a “controllare” il vecchio alleato.

Il tentativo di “nazionalizzare” l’Hajj manifesta la volontà da parte della Corona di mobilitare anche l’aspetto spirituale in favore del proprio progetto nazionale. Tale dinamica sembra essere in continuità con la tradizione politica del Regno, sorto dall’accordo tra la dinastia dei Saud e gli ulama wahabiti.

Inoltre, l’incremento di peso politico nella regione ha permesso all’Arabia Saudita di giocare un ruolo strategico prominente. In primo luogo, la crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina ha riportato il petrolio saudita al centro delle richieste mondiali. In secondo luogo, l’evoluzione dei cosiddetti “Accordi di Abramo” siglati da Marocco, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan con Israele in chiave anti-iraniana, garantiscono al Paese una maggiore libertà di manovra.

Il Presidente Donald Trump incontra Mohammed bin Salman alla Casa Bianca nel marzo 2017. Foto della Casa Bianca da Wikimedia Commons

In seguito alla conclusione della visita del presidente Biden, il Governo ha annunciato l’apertura del proprio spazio aereo. A beneficiarne saranno tutti i vettori commerciali e turistici, compresi quelli israeliani. I sauditi hanno smentito le voci di un’imminente normalizzazione dei rapporti con Israele, tuttavia il corso degli eventi sembra indicare nella direzione opposta.

Secondo alcuni analisti, Riad vorrebbe accreditarsi come possibile mediatore nel conflitto israelo-palestinese. Così facendo, l’Arabia Saudita diverrebbe garante di una futura pace tra israeliani e palestinesi nel quadro di una soluzione a due Stati.

Le vicende relative all’Hajj e alle strategie adottate da MBS in ottica nazionalista, pongono la necessità di un’analisi puntuale e critica della politica estera saudita. A essere cruciale è l’intersezione di varie chiavi di lettura sia politiche che economiche e religiose. Il fine è quello di affrontare e interpretare la persistenza di un convitato di pietra nella regione del Golfo che non può più essere trascurato.

Alessandro Cinciripini

Attivista dell’ANPI, laureato in Studi dell’Africa e dell’Asia presso l’Università di Pavia, interessato a Vicino Oriente, Balcani e promozione dei diritti umani.

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