Non chiamiamola diversità, coltiviamo invece le multiformi unicità

Non esiste sul pianeta individuo che per struttura fisica o di pensiero sia esattamente identico a un altro (che, altrimenti, individui non potremmo chiamarci). Combinazioni genetiche differenti, volti e personalità differenti, sensibilità, attitudini e convinzioni differenti.

L’essere umano si declina al plurale,  e il diverso – dunque – è ordinario.

Se c’è una parola che mai è stata più sacra e abusata ad un tempo, quella è uguaglianza. Confusa troppo spesso con l’illusione di esser e dover essere tutti uguali, lei che è di principio l’elogio più alto alle diversità.

Stanno l’una dentro l’altra le parole uguaglianza e diversità. Ma le trattiamo da contrarie come si escludessero a vicenda. Di mezzo, c’è quell’idea di per sè indefinibile (tanto è relativa e condizionata) di normalità, che mentre siamo tutti diversi tra noi, fa qualcuno più diverso degli altri.

Nel XXI secolo, nel dizionario, ‘diversità’ fa ancora sinonimo sociologico di ‘a-normalità’. Un disvalore, qualcosa su cui essere misurati per difetto sulle coordinate del comune riconoscibile del nostro tempo.

È come se riguardasse solo alcuni questa diversità su cui costruiamo barriere, giustifichiamo disparità e combattiamo conflitti. Come se ci fosse una qualche astratta sottocategoria sociale a sé stante, fatta di persone tutte egualmente mancanti di qualcosa, e tutte soggette al verdetto di “noi normali“.

Può sembrare solo una questione di parole, ma non lo è. Perché le parole che diciamo e anche quelle che non diciamo muovono le relazioni sociali, ci definiscono e ci posizionano tra gli altri nel mondo. Le parole c’entrano con i diritti, la libertà, le opportunità. C’entrano con la dignità, con l’esistenza delle persone.

Inopportuni, inadatti, infelici, a volte nemici. In tasca abbiamo centinaia di etichette pronte all’uso, da appiccicare addosso al diverso del prossimo turno. Ci riesce benissimo raccontare (e degradare) la diversità altrui. Ma che ne sappiamo?

A loro, a questi ‘diversi’, lo chiediamo mai chi sono, qual è la loro storia, cosa hanno da dire e da dare al mondo, quanto pesano le loro proprie diversità, com’è la loro vita, se si sentono poi così diversi dagli altri?

Ci chiediamo mai cosa succederebbe se restituissimo ad ognuno le parole a proposito di se stesso?

Iacopo Melio, diverse capacità

"Racconto storie, m’innamoro spesso e divoro maionese!" - Foto gentilmente concessa da Iacopo Melio
“Racconto storie, m’innamoro spesso e divoro maionese!” – Foto gentilmente concessa da Iacopo Melio

Una parola che pochi masticano, per esempio, è ‘abilismo‘, la discriminazione delle persone con disabilità. Abbiamo chiesto di spiegarlo al giornalista e attivista per i diritti umani e civili, dal 2020 consigliere regionale in Toscana, Iacopo Melio (@iacopomelio). 

Non serve offendere, minacciare, picchiare o escludere visibilmente una persona con disabilità per essere abilisti: basta negarle l’accesso all’istruzione, un lavoro, un’adeguata sanità, accesso ai trasporti e così via. Tutto ciò che impedisce a una persona disabile di vivere la propria vita liberamente e di costruirsi il futuro che preferisce, è frutto dell’abilismo“.

A Voci Globali – lui che nel 2018 è stato nominato Cavaliere al merito della Repubblica “per il contributo alla causa dell’abbattimento delle barriere architettoniche e degli stereotipi culturali” – racconta di essere sempre stato abituato a non vedere la propria disabilità, la Sindrome di Escobar,”o quantomeno ad accogliere i miei limiti come parte di me. Non ho dovuto adattarmi a qualcosa, e la mia stessa famiglia mi ha sempre trattato al pari degli ‘altri’.

Sono stato educato ad una ‘normalità’ come sinonimo di ‘unicità’, e non ai recinti. E ho scelto l’attivismo quando ho capito che certi ostacoli avrei potuto affrontarli per cambiare la situazione di tante persone, provando a costruire una società non su misura ‘anche dei disabili’ ma su misura di tutti“.

Quando gli domandiamo cosa significhi, fuori da ogni ipocrisia e cliché, portare la propria diversità in società e quanto parole e barriere vadano a braccetto, risponde che “siamo ancora, purtroppo, molto lontani da una società inclusiva. Lo notiamo quando le persone ci dimostrano il loro utilizzo superficiale delle parole, e alle correzioni rispondono dando poco peso al linguaggio. Ma le parole sono la base della cultura, quando esse cambiano cambia anche il modo in cui le persone si approcciano alle cose e a quel punto cambiano anche le cose stesse, i fatti concreti.

Pietismo, compassione e infantilizzazione sono approcci ancora troppo diffusi, assolutamente deleteri, che le persone tutt’oggi hanno verso la disabilità. Purtroppo ognuno di loro non fa che alimentare un’emarginazione frutto dell’ignoranza. D’altronde chi vorrebbe essere amico di una persona vista come triste, infantile, sola, con pochi interessi, privo di doti, incapace di dare e ricevere amore e fisicità?

Ecco perché è importante la sensibilizzazione e la divulgazione, per avvicinare le persone, scoprire l’altro e di conseguenza noi stessi. E non solo in ambito disabilità. Alla fine siamo tutti uguali proprio perché siamo tutti diversi. Quando impareremo a vedere le persone con disabilità come persone ordinarie, allora sì avremo veramente abbattuto ogni tipo di barriera”.

Con il giovane scrittore, fondatore di #Vorreiprendereiltreno Onlus, parliamo di quanto sia importante che le nuove generazioni siano accompagnate nella scoperta della disabilità, di quanto “sia ora che famiglie e scuole smettano di vedere l’identità, l’affettività, l’emotività, la sessualità e la diversità come dei tabù, cose da nascondere, e che affrontino seriamente certe questioni“.

E sul tema dell’auto-rappresentanza, dice: “è fondamentale, quando possibile. Per troppo tempo le persone con disabilità hanno avuto la voce di altri e sono state rappresentate da altri. Nessuno può rappresentare le persone con disabilità consapevoli, se non le persone stesse con disabilità”.

Iacopo si racconta sui social, scrive con ironia dissacrante dei suoi ”salti altissimi” e mette in favola “i cavalieri con la macchia e la paura” che vanno avanti nonostante tutto. “Credo che il racconto abbia un ruolo fondamentale. A maggior ragione se si è portatori di una diversità, trovo il mettersi a disposizione una scelta quasi dovuta per dare un senso ulteriore alla propria esistenza: al contrario, mi parrebbe un’occasione oggettivamente sprecata per quello che di fatto è un obiettivo comune, ovvero costruire una società per tutte e tutti”.

Più racconti siamo in grado di produrre, più prospettive riusciamo a far conoscere, e più le persone saranno allenate a comprendere che non c’è solo il loro giardino ma anche quello di tantissimi altri. Più ci abituiamo al diverso e prima smetteremo di notare quella diversità“.

A tutti quanti hanno ancora difficoltà a rivendicare spazio per la propria diversità, dice “ognuno di noi è risorsa per la società, a prescindere da quale sia la cassetta degli attrezzi con la quale è sceso in questo mondo. Siate fieri di ciò che siete”.

Lara Lago, diversi corpi

"Body Activist" - foto gentilmente concessa da Lara Lago
“Body Activist” – foto gentilmente concessa da Lara Lago

Body Positivity abbiamo tutti imparato a dirlo. Lara Lago (@laralake), giornalista taglia 52 dai capelli blu, che per mestiere racconta la diversità e per attivismo combatte la grassofobia, ha parlato con Voci Globali di quanto quell’espressione sia in realtà male interpretata, e strumentalizzata.

È la disciplina che dice che ogni corpo vale, e parliamo dal punto di vista dei diritti, delle possibilità a cui dovremmo avere accesso a prescindere dalla forma del nostro corpo. Non si tratta dell’esaltazione dell’obesità, e non c’entra nulla col dire ‘grasso è bello’. Questa cosa qua non l’ha mai detta nessuno, non una persona grassa quantomeno.
Piuttosto è dire che grasso è una parola neutra tanto quanto magro, e che un sacco di stereotipi vanno scardinati, come il fatto che il corpo grasso è per forza un corpo malato, che il corpo grasso è grasso perché si sfonda di junk food e perché non si allena. È dire che dobbiamo accettare che siamo diversi e che possiamo avere una connotazione diversa in fatto di corpi e non per questo siamo più o meno validi
“.

Contro l’accezione distorta di body positivity sfruttata dai brand che sciorinano slogan tipo ‘àmati’ “e poi per quei brand io dovrei andare in giro nuda perché della mia taglia non hanno nemmeno le mutande“, e dai media che fanno di corpi perfettamente conformi ‘paladini’ dell’accettazione di sé alimentando “uno stereotipo di bellezza, un modello entro il quale stare che però è distante dalla realtà perché i dati ci dicono che la maggioranza delle donne europee è sopra la 46 di taglia“, la conduttrice della rubrica di SkyTg24, Caro Corpo ci consegna una parola nuova, che bene descrive la nostra società: ‘grassofobia‘.

Io sono grassa, e accetto e professo la mia diversità. Però fuori questo non è. È una diversità che ti blocca. Non trovi da vestire o il posto a sedere in aereo perché in economy le cinture di sicurezza non vanno bene per le persone infinite-fat. Ci sono tante diagnosi mediche sbagliate  perché ‘hai un problema di peso, dimagrisci intanto e poi vediamo’ e magari ero lì per tutt’altro.

Per non dire dei tabù sui disturbi alimentari che possono esserci o no, e sulla componente psicologica di cui non parla mai nessuno. E questo non vale meno per tutta la sfera relazionale, che è dimostrato che se sei una persona grassa e a un colloquio di lavoro hai accanto una persona magra, a parità di competenze succede che viene assunta quella magra sulla base dello stigma che una persona grassa è una persona che non sa prendersi cura di sé e quindi non può essere professionale“.

Lara oggi sente di essere la donna di cui avrebbe avuto bisogno quando era piccola, lei che ha sempre visto le donne della sua famiglia guardarsi allo specchio e criticarsi, lei che è cresciuta senza alcun riferimento di donne grasse felici, realizzate.

Ed è “quel diverso che ti sballa. Perché se io ho il diritto di esistere e di indossare vestiti attillati anche se peso più di 90 chili, com’è possibile che allora tutti noi fino ad ora abbiamo dovuto sottostare ad una ‘norma’? Il corpo grasso che rivendica la propria diversità e occupa il suo posto nel mondo con normalità, alla luce di tutte le sue altre caratteristiche personali al di là della sua etichetta, è una mina vagante. Perché dice agli altri che si può esprimere la propria diversità nonostante una società che tutti i giorni ti ribadisce l’esatto contrario“.

A riappropriarsi di se stessa l’ha imparato ad Amsterdam dove per qualche anno ha raccontato storie di donne, “tutte molto empowering che hanno finito per ispirare anche la mia, perché improvvisamente ho cominciato a pensare che allora si poteva, che c’era un mondo pieno di donne forti che usavano la loro diversità trasformandola in unicità e dicendo ‘questo è quello che sono io‘”.

È tornata in Italia con un tatuaggio sulla pancia – ‘becoming who I am’, e con la consapevolezza che “la bellezza sta nella realizzazione del tuo io, e non ha niente a che fare con lo stare dentro ad uno stardard per essere il contrario di diversi. Io devo essere attinente a me stessa, rispondere alla mia proiezione, a quello che io voglio essere. Quando mi chiedono se mi sento bella, oggi rispondo che io mi vedo bella quando incarno l’idea di Lara che volevo essere quando ero adolescente“.

Ma non è sempre stato così. “Ho rinnegato la mia diversità per anni. Per un sacco di tempo ho tentato di conformarmi, ho persino pensato che il mio dovere nei confronti della mia professionalità fosse dimagrire, per risultare più credibile. Io ero lì per la mia competenza, non certo per la mia estetica, lo sapevo bene. Ma… c’erano tanti, troppi ma. E questa cosa ogni volta mi faceva male“.

Ma le parole degli altri, ma gli sguardi degli altri. Ma i “perché non ti metti a dieta di chi non sapeva che ne ho fatte non so nemmeno io quante ma ho sempre ripreso i chili con gli interessi perché il mio corpo è questo ed è sano e sta bene così“. Ma i “trova i vestiti giusti, quelli adeguati”. Ma l’insicurezza e i sensi di colpa e il dovere sociale di coprirsi come variabili fisse della quotidianità

Ma chi fa punti sulla cattiveria scagliata contro il tuo corpo con la Boiler Summer Cup. Mauna certa comicità italiana. È molto sbagliato che si rivendichi ancora di usare parole che una comunità di minoranza ha dichiarato essere offensive, ignorando che anche dal linguaggio passa il percorso per riconoscere le individualità di ciascuno e che il linguaggio è rispetto anche nelle cose che non si possono più dire“.

Ma la rappresentazione e il riconoscimento che sono cose fondamentali e costantemente negate, “tutt’ora non lo vedi un giornalista grasso in tv e quando c’è un attore grasso nelle serie, nei film, è sempre una persona o triste o che vive la sua condizione di peso come un problema da risolvere. Il suo peso è sempre protagonista insieme a lui. Non è mai una persona normale, è stereotipata“.

È la cronaca della pressione sociale costante sui corpi, soprattutto delle donne, quella di cui ci parla Lara, che ancora ingabbia tantissime e tantissimi.

Se mi avessi chiesto a 24/25 anni cosa volevo essere, ti avrei detto ‘bella’, perché la bellezza è una moneta sociale. Noi dobbiamo provare bellezza agli altri. Ma ti pare?“.

Se le chiediamo dove sta la chiave di volta per venirne fuori, Lara torna ad Amsterdam. “Lì nessuno ha mai fatto un commento sul mio corpo, anzi. Tutti mi incitavano ad essere la parte migliore di me, quella più vera. Nessuno mi misurava in base alla mia immagine. E io mi sentivo bene, perché ero libera di esprimere la mia individualità. Riconosciamola questa cosa qui, capiamo in cosa siamo diversi e valorizziamolo. E usiamo le parole giuste. Così arrivi ad un concetto largo di rispetto“.

Insomma, “ognuno si faccia i corpi propri“.

Valentina Petrillo, diverse identità

"Oltre ogni giudizio, oltre ogni critica, oltre ogni limite" - Foto gentilmente concessa da Valentina Petrillo
“Oltre ogni giudizio, oltre ogni critica, oltre ogni limite” – Foto gentilmente concessa da Valentina Petrillo

Il racconto di sé a Voci Globali di Valentina Petrillo (@valentina_petrillo), prima donna transgender ammessa a gareggiare con la maglia della nazionale italiana paralimpica di atletica, inizia così: “Io sono Valentina e sogno un giorno di non fare più notizia, o meglio di farne solo per i risultati sportivi“.

La paura di rivelarsi, “innanzitutto a se stessi“. I coming-out difficili che vorrebbe un giorno non ci fosse pù bisogno di fare “perché vorrà dire che siamo libere/i ognuna/o di fare le proprie scelte“. Il dolore per chi non ha capito, per amicizie e opportunità perse. Un documento che la costringe ancora a firmarsi Fabrizio, e un percorso di transizione fatto di tante, troppe certificazioni per esistere all’anagrafe come se stessa.

Lo scetticismo di un contesto in cui “siamo culturalmente indietro, più che altrove. Recentemente sono stata a Parigi con la nazionale e devo dire che lì la mia figura era molto meno notata. Qui si parla di me perché sono trans e non perché sono un’atleta (paralimpica e non solo) di livello internazionale. Io voglio vivere ‘normalmente’ la mia vita da donna, come fanno tutte le donne. Invece bisogna ancora parlare di un ‘fenomeno’“.

La battaglia estenuante contro indifferenza e pregiudizi… “Sono ancora accostata a mondi poco edificanti, il mio corpo è costantemente sessualizzato, non si contano i luoghi comuni, le discriminazioni. Ricordo di non aver avuto una casa in affitto per la mia condizione di trans. Si mette addirittura in discussione il mio essere un bravo padre, ma che c’entra?“.

Questa è la storia di Valentina, che ha sempre sentito di essere diversa: “odio questa parola ma così la società mi ha sempre fatto sentire. Avevo cinque anni ed ero già consapevole che sarei voluta nascere donna, e da quel momento è iniziata la battaglia con me stessa, con quello ‘sbaglio della natura’ che non accettavo. Mi sono lasciata sopraffare, non ero libera di essere me stessa“.

Ma la sua è anche la storia di chi ha faticosamente scoperto la fierezza di essere chi è nella propria diversità, “che è dove abita l’unicità e dove sta il bello di essere persone“.

Avevo tenuto ‘a bada’ me stessa una vita intera e ho sempre pensato che nessuno avrebbe mai saputo nulla. Ad un certo punto Valentina mi ha chiesto di lasciarla esistere e questa cosa mi toglieva il fiato, avevo perso ogni energia. Il periodo in cui vivevo in dualità con Valentina è stato il più difficile, mi sentivo a disagio. Presentarmi al maschile, condividere spazi maschili era una violenza per me. Ora sono felice, mi guardo allo specchio e finalmente mi riconosco“.

È persino la storia di un sogno talmente grande che si realizza e diventa un film, 5Nanomoli, voluto “perché si smetta di pensare che siamo donne di strada, ma soprattutto per essere d’aiuto a quante come me soffrono l’impatto della società, per chi come me in passato cerca risposte“.

Avevo otto anni quando sognavo quella maglia, ma la sognavo da donna. Impossibile. Poi la vita mi ha regalato qualcosa di incredibile che credo valga la pena di raccontare. Ho sempre visto rappresentarmi come mai avrei voluto e ora sono io quell’esempio che mi è sempre mancato“, ripete la velocista che mai avrebbe immaginato che il suo corpo e la sua identità sarebbero diventate un messaggio politico e che invece si è ritrovata a scrivere un pezzo della storia dello sport e della società italiana.

Valentina è Valentina. Non è diventata, non crede di essere, non ha scelto di sembrare Valentina. Anche se la società non è ancora pronta per lei perché preferisce la ‘normalità’ – “che concetto astratto, una serie di convenzioni cui devi omologarti per definirti. Non ho mai capito a cosa serva”.

Joy Ehikioya, diversi colori di pelle

"Be the change you want to see" - Foto gentilmente concessa da Joy Ehikioya
“Be the change you want to see” – Foto gentilmente concessa da Joy Ehikioya

Joy Ehikioya (@joy_ehik) ha 24 anni, è nata in Nigeria, studia alla magistrale di Scienze politiche e filosofia a Milano, ha scritto un diario per Dimmi di storie migranti – “Certi sogni possono non avverarsi mai”. Ed è “troppo diversa“, diversa tre volte: donna, nera albina, e rifugiata.

La società non ha ancora capito, o imparato, come vivere con le diverse diversità che si trovano in giro per il mondo – dice a Voci Globali – figuriamoci con me che ho questa combinazione sfigata. È una lotta continua per dimostrare il triplo, che se sono donna non vuol dire che non sono capace, se sono albina non vuol dire che non sono umana, se sono rifugiata non vuol dire che non ho diritti“.

Ci spiega che l’albinismo è la condizione genetica che riguarda la carenza di melanina, il pigmento che colora pelle, capelli e occhi. E che è considerata una rarità, interessando circa una persona ogni 17 mila al mondo.

In Nigeria si crede che gli albini portino sfortuna e perciò siamo emarginati dalla società, quando va bene. In Italia, dove vivo ora, le persone albine non sono perseguitate ma è come se non esistessero, non c’è visibilità e si finge che non ci siamo. Anche questa è una forma di rifiuto“, racconta Joy che ha vissuto tante vite e in ognuna di esse è stata la diversa dall’altra.

Mettiamo ostacoli e limiti su ogni persona che crediamo essere ‘troppo diversa da noi’ solo perché non riusciamo a giustificare la sua eccezionalità, non la capiamo e ci spaventa. Una come me che nasce bianca dove sono tutti neri, per esempio, è troppo. Troppo diversa, troppo difficile da spiegare. Lì nascono i pregiudizi, gli stereotipi, le discriminazioni che sono la vita di tutti i giorni.

Rendiamo la vita degli altri più difficile solo perchè sono come sono e anche noi ci perdiamo. Ci perdiamo l’occasione di vedere la bellezza che c’è nelle culture, nelle lingue, nelle storie degli altri“.

Deve cambiare, “ma se aspettiamo che a cambiare sia la società stiamo qui per sempre. Piuttosto comincio da me. Dall’accettare la mia diversità e quella degli altri, dal non rispettare i limiti che gli altri hanno deciso per me e dal non metterne a nessuno. Dal chiedere e studiare quanto non conosco per provare a comprendere chi è più diverso di me, per trovare le cose che abbiamo in comune e quelle che non abbiamo in comune, per scoprire quali sono i limiti e le opportunità.

È la mia strategia. Perché io faccio parte della società, io sono la società. Il modo in cui guardo alle mie diversità è cambiato da quando l’ho capito”.

Io la normalità non so proprio cosa sia. Io non mi reputo una persona normale. Sono diversa, unica, come tutti“. Finisce così la nostra chiacchierata con l’universitaria che lo scorso novembre ha potuto raccontarsi anche al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Red Fryk Hey, diverse menti

"Non HO l'autismo, SONO autistica" - Foto gentilmente concessa da Red Fryk Hey
“Non HO l’autismo, SONO autistica” – Foto gentilmente concessa da Red Fryk Hey

Con le mie diversità ho avuto un rapporto negativo finché non sono riuscita a dare loro un nome. Questa società considera alcune diversità come sbagliate e io ne ero succube: mi sentivo un errore.

La mia mente mi mandava segnali, cercava di farmi capire che la stavo usando male. Ma io davo retta a chi mi dava della pazza, a chi sosteneva fossi una specie di alieno. Credevo avessero ragione e perciò cercavo di soffocare alcune mie caratteristiche che agli occhi delle persone neurotipiche sembrano socialmente inaccettabili. Ma mi facevo del male e non lo so sapevo. 

O meglio, lo sapevo ma credevo di meritarmelo. È stata una lotta continua. Io volevo solo essere me stessa, ma era impossibile. Ogni volta ero troppo per le altre persone, ogni volta ero esagerata, ogni volta non andavo bene. Perciò depressione e disturbi alimentari mi hanno accompagnato sin dall’infanzia. Non mi sono mai sentita ‘al mio posto’.

Poi la diagnosi: io funziono così, punto. Ho preso consapevolezza di essere soltanto, meravigliosamente una delle tante diversità umane e naturali. Mi chiamo Red, sono autistica e mi sento diversa perché lo siamo tutti“.

Ballerina, insegnante e coreagrafa di professione, Red Fryk Hey (@autistic_red_fryk_hey) ha scelto queste parole per parlare di sé a Voci Globali. È autistica, non ha l’autismo.Esattamente come le persone neurotipiche sono neurotipiche e non hanno neurotipicità“.

“L’autismo è un tipo di funzionamento mentale. Non è una patologia e non è sinonimo di disabilità cognitiva. Questo è quello che si pensava tantissimi anni fa e che ha creato tanta confusione nei nostri confronti, e le persone autistiche senza compromissioni tendenzialmente non vengono credute e si sottovalutano le nostre esigenze. Ogni persona autistica è differente dall’altra, ma siamo tutti autistici al 100%”.

Contro la cattiva informazione, le false credenze e gli stigma che si trasformano facilmente in discriminazioni, Red ha unito la sua voce e la sua danza alla rete degli attivisti autistici che rivendicano il racconto di sè.

Osservare le persone autistiche da fuori comprende sempre il dover fare un paragone con il modello neurotipico. Io non potrò mai descrivere la percezione sensoriale delle persone neurotipiche, perché lo farei paragondola alla mia e quindi evidenziandone solo mancanze e differenze. E infatti questo succede con l’autismo“.

La parola autismo fa ancora paura e spesso sono stata discriminata per le mie caratteristiche autistiche. Il mio modo di socializzare, il mio modo di comunicare, le posizioni del mio corpo, il fatto che io non comprenda alcune regole sociali, la mia ipersensorialità, hanno eliminato alcuni miei diritti, soprattutto in campo lavorativo. E la causa sta nell’ignoranza sull’ autismo”.

Quando chiediamo cosa vorrebbe che si sapesse sull’autismo, Red ha tanto da dire. Sono troppi gli stereotipi da smontare, e troppe le cose da conoscere “per  arrivare ad un mondo paritario dove si saprà come comportarsi per non fare del male all’ altro”.

Ma una cosa è da capire prima di tutto, che “tutte le menti sono ‘neurodiverse’ (termine coniato dalla sociologa Judy Singer nel 1998) e alcune persone sono accomunate da sviluppi cerebrali statisticamente più frequenti. Queste persone vengono definite ‘neurotipiche’, al momento pare che siano la maggioranza nel mondo e perciò le regole sociali e l’ambiente sono basate su questo funzionamento. Poi ci sono le persone come me, definite ‘neuroatipiche’ o ‘neurodivergenti’ che sono immerse in una società neurotipica a cui devono sforzarsi di adeguarsi”.

“Non è il funzionamento autistico ad essere un problema, l’ambiente non favorevole ci mette in difficoltà. Le nostre caratteristiche sono diverse da quelle dei neurotipici, ma non sono sbagliate. Se le persone accanto a noi non sono predisposte a comprendere, è tosta. Troppe persone autistiche si nascondono e soffrono. Volerci far diventare come le persone neurotipiche ci fa male”.

E precisa, “non siamo matti e nemmeno esseri speciali, siamo quello che siamo, ognuno con il suo carattere e il suo modo di essere. Non viviamo in un mondo parallelo e quando il nostro modo di fare vi sembra poco leggibile, pensate che anche a me quello delle persone neurotipiche risulta sempre poco leggibile e fuori dal mondo. Eppure siamo tutti e tutte qui. Non siamo da curare (che violenza pesante!), ma da conoscere. Non trattateci come un insieme di deficit e ascoltateci quando vogliamo e possiamo raccontarci“.

Il luogo comune che più le sta stretto riguarda le emozioni, “non è vero che non le proviamo. Io ho sempre provato intensamente emozioni che gli altri nemmeno percepivano e altre volte non provo le stesse emozioni che provano gli altri. Potrei dire che dal mio punto di vista chi non prova emozioni sono gli altri, ma invece abbiamo percezioni differenti, e soprattutto avere difficoltà nel riconoscerle non vuol dire non provarle”.

Yoshiko Oluwakemi, diverse famiglie

"Un passo alla volta, una foto al giorno" - Foto gentilmente concessa da Yoshiko Oluwakemi
“Un passo alla volta, una foto al giorno” – Foto gentilmente concessa da Yoshiko Oluwakemi

Tradizioni, culture, religioni, lingue, pelli, vissuti diversi che si incrociano e si scoprono. E poi diventano famiglia, una famiglia mista. Quella che ha messo su con Banji, Yoshiko Oluwakemi (@yoshiko_oluwakemi) la racconta sui social “per celebrare la diversità, che è la ricchezza del mondo”.

E la sua parola sulla diversità per Voci Globali non può essere che la diversità stessa. “La nostra vita quotidiana è come quella di tutti gli altri, ma in più si arricchisce di tanti piccoli dettagli che rendono la nostra quotidianità straordinaria e colorata.

È uno scambio reciproco e continuo, ogni giorno impariamo l’uno dall’altro, ad esempio io imparo da lui come essere più positiva (nella sua cultura non c’è spazio per le preoccupazioni, i rimpianti e le paure perché tutto è nelle mani di Dio e la fede porta ad essere naturalmente positivi e fiduciosi verso il futuro) e lui impara da me come essere prudente e come gestire le spese.

Vedere nostra figlia maggiore parlare due lingue e avere così tanta famigliarità con entrambe le nostre culture, mi rende fiera di come stiamo riuscendo a trasmettergliele entrambe. Per lei è normale vivere in Italia e mangiare il pounded yam con le mani e intingerlo nella salsa di semi di melone, si diverte a ballare la musica nigeriana e a parlare yoruba con i nonni in videochiamata”.

Il loro viaggio nella diversità l’uno dell’altra inizia a Dubai, dove entrambi lavoravano. E continua in Italia dove vivono oggi tra abiti, danze e sapori lontani che convivono in perfetto equilibrio, nonostante qualche credenza di troppo che prova a mettersi di mezzo.

“Come quella volta che al mercato ci passò accanto una vecchia signora e mi disse ‘attenta che quello poi ti uccide e ti taglia la testa!’ e  mi sentii attaccata, ferita, aveva osato pensare una cosa così brutta del mio dolce marito solo perché nero”.

“L’altro giorno poi sono andata dalla sarta per accorciare un vestito troppo lungo che mia suocera mi ha portato dalla Nigeria e la sarta mi ha chiesto se mio marito fosse d’accordo che io indossassi abiti corti. Il vestito era lungo solo perché le misure erano sbagliate e le ho dovuto dire che le donne in Nigeria indossano meravigliosi abiti attillati a forma di sirena, che risaltano le forme”.

Quando usciamo di casa siamo diversi dagli altri perché siamo colorati e parliamo lingue mischiate insieme. Ma siamo anche uguali agli altri, abbiamo gli stessi sogni, le stesse pulsioni, gli stessi sentimenti e le stesse paure”, ci racconta la giovane mamma.

La maggior parte delle volte la gente è felice e incuriosita quando ci incontra per strada ed io sono molto positiva sul futuro, sono sicura diminuiranno le difficoltà e gli attacchi razzisti e raggiungeremo il livello di inclusione che c’è già in altri Paesi europei. L’Italia è solo un po’ indietro e poco informata perché l’immigrazione qui è aumentata solo negli ultimi anni e ci sono ancora parecchi pregiudizi sulle altre religioni e culture, ma sono fiduciosa”.  

Yoshiko è certa che il problema non sia il razzismo ma l’ignoranza, e che per abbattere le barriere “non bisogna per forza parlare di diversità, ma semplicemente rappresentarla”.

Sono convinta che la società stia facendo di tutto pur di renderci tutti uguali. Invece dovremmo restare tutti così come siamo. Ognuno è come è, e per fortuna. Che altrimenti sai quanto sarebbe noioso! Alle persone spaventano i ‘diversi’ perché non li conoscono. Se tutti decidessimo di conoscere, incontrare e supportare le diversità degli altri avremmo un mondo più tollerante, più ricco e più felice.

Perché la diversità ci permette di aprire i nostri orizzonti, le nostre menti, di conoscere altri modi di pensare e altre usanze. È così bello conoscere cose nuove ed imparare sempre di più”.

Storie di 2 babbi e 2 gemelli, diverse famiglie (2)

"Scatti e racconti di Vita quotidiana - Viva l'Amore Sempre" - Foto gentilmente concessa da Luca Ricci ed Emanuele Baroncelli
“Scatti e racconti di Vita quotidiana – Viva l’Amore Sempre” – Foto gentilmente concessa da Luca Ricci ed Emanuele Baroncelli

Luca Ricci ed Emanuele Baroncelli (@nonconventionaltwins) sono i papà di Miranda e Manfredi. I loro figli sono nati da Tamara, e la loro è una famiglia che ha socialmente una definizione ben precisa: non tradizionale. A noi piace più dire arcobaleno.

Stanno insieme da un decennio, e quando si sono conosciuti non ci pensavano proprio ad allargare la famiglia, soprattutto Emanuele. Poi un giorno, in macchina, sulla strada per il mare hanno iniziato a parlarne e da quel momento sono genitori.

Voci Globali ha voluto incontrarli, ed è stato facile capire che è nata così questa famiglia, dalla voglia fortissima di costruire, di esserci.

Ma che fosse una strada percorribile, che “forse non era vero che l’Italia era così impreparata ad accoglierci”, Emanuele l’ha capito quando ha visto con quanta gioia una 85enne amica della nonna parlasse del figlio dei suoi vicini di casa, due uomini: “Se poteva parlare così di una famiglia omogenitoriale una donna tanto anziana, era possibile, potevamo sognarlo”.

La fatica e la bellezza di essere padri, le emozioni e le preoccupazioni che sono quelle di tutti i padri. I gemelli che crescono in fretta, come tutti i figli, e il sapere di essere nel posto giusto con loro tra capricci, sgridate e abbracci, fanno di Luca ed Emanuele due babbi.

Essere padri è un impegno che richiede una presenza costante. Dobbiamo essere presenti in ogni singolo momento della loro giornata. Miranda e Manfredi, come tutti i bambini, hanno bisogno di noi quando devono imparare, quando si arrabbiano, quando sono felici.

Loro sono gioia e vitalità, hanno sempre il sorriso stampato sulla loro faccia e questo ci rende ogni giorno orgogliosi, e significa che, forse, stiamo facendo un buon lavoro.

Sicuramente essere genitori è un lavoro molto stancante, ma quando si sente dire che il sorriso dei figli ti ripaga di tutte le fatiche e di tutte le corse fatte per far tornare la quadra della giornata, pensiamo che sia vero. Osservarli da lontano mentre giocano, oppure vederli correre verso di noi quando torniamo dal lavoro è una delle cose più emozionanti che possano esistere”.

Sono famiglia quei quattro. Perché lo sono, così come sono. Stop. “Anche se tante persone annegano nei pregiudizi e non riescono a percepire l’amore, ad accettare l’idea che due persone che si amano possono costruirsi una famiglia a prescindere dalla loro sessualità”.

“Ma l’evoluzione e la rivoluzione sono già iniziate da un po’”. Ne è sicuro Emanuele mentre ci parla del battesimo e di quel parroco che ha chiesto di incontrare personalmente chiunque non riuscisse a comprendere la realtà di quella “Storia di 2 babbi e 2 gemelli”, oppure della maestra dell’asilo contenta che i bambini possano fare un pensiero per nonna per la festa delle mamme e due lavoretti invece che uno per la festa dei papà.

“Tanti sono ormai gli occhi sereni, quelli che sanno che basta che i bambini vivano in una famiglia che si prende cura di loro e non vedono nessun problema”.

Il primo post di @nonconventionaltwins – la pagina che da quando sono arrivati i gemelli racconta la famiglia Ricci Baroncelli – recitava: siamo convinti che educare alle differenze sia un gesto di amore, per noi, per i nostri figli, e per voi che ci seguite… Sicuramente non stiamo facendo niente di nuovo, anzi, forse in tante situazioni saremo scontati e faremo e diremo qualcosa che già avrete sentito da qualche parte. Ma non importa: il segreto sta proprio lì, nell’assoluta, banale e scontata ‘normalità’. Che parolone vero?”

Gli abbiamo chiesto il perché, cosa significasse. “Credevamo di poter fare qualcosa, di poter raccontare di noi, della nostra famiglia, di com’era nato il sogno di diventare genitori e di come siamo diventati noi una volta arrivati i gemelli. In qualche occasione ci hanno attaccati e dato degli egoisti, ma questo tipo di accuse sono all’ordine del giorno per chi come noi decide di vivere uno dei sogni più grandi.

Ecco noi siamo qua per questo, e non saremo nè i primi nè gli ultimi. Abbiamo bisogno veramente di amore in questa società, c’è bisogno di rispetto verso il prossimo, rispetto verso le scelte che un individuo prende per la propria vita. Oggi ci sentiamo in dovere di dare la nostra opinione su tutto, ma se tutti iniziassimo veramente da qui, dal rispetto, vivremmo in un mondo migliore. Lo sappiamo, stiamo facendo retorica, ma dobbiamo ripeterlo ogni singolo giorno”.

Noi non ci sentiamo diversi dalle altre famiglie; non abbiamo i super poteri e non ci sentiamo invincibili; siamo semplicemente genitori di due meraviglie che hanno bisogno di essere amate, e noi cerchiamo di farlo ogni singolo giorno, e credeteci, non c’è niente di più bello”, chiosano la nostra chiacchierata.

Sono tutte diverse le storie che abbiamo conosciuto, le diversità che abbiamo incontrato. Tutte, però, ci hanno lasciato le stesse riflessioni. Che la diversità è un fatto sociale, sta nel mondo ed è imprescindibilmente legata al privilegio della libertà di tutti e di ciascuno. Che riconoscersi nel diritto di essere differenti è l’atto di rivoluzione culturale più urgente. Che normalità, in fondo, non significa niente.

Clara Geraci

Siciliana, classe 1993. Laureata in Giurisprudenza, ha recentemente conseguito il Diploma LL.M. in Transnational Crime and Justice all’Istituto di Ricerca delle Nazioni Unite. Si occupa di diritto internazionale, diritti umani, e migrazioni. Riassume le ragioni del suo impegno richiamando Angela Davis: “Devi comportarti come se fosse possibile cambiare radicalmente il mondo, e devi farlo costantemente”.

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