Mitrovica, l’eredità traumatica del passato vive nel Kosovo di oggi

Vista del Ponte Nuovo dal lato albanese

Il Kosovo è senza dubbio una delle realtà più complesse originatesi dalla dissoluzione violenta della Repubblica Socialista Federale Jugoslava negli anni Novanta. Occupato inizialmente dal Regno di Serbia nel 1913, il Kosovo fu inserito nell’area jugoslava. Fu parte prima del Regno Jugoslavo della dinastia dei Karađorđević e poi della Repubblica Socialista Federale Jugoslava di Josip Broz “Tito”.

Nella Jugoslavia socialista, il Kosovo arrivò ad essere considerato una “quasi repubblica” vista la discreta autonomia di Pristina nei confronti di Belgrado. La situazione nella Provincia Autonoma, che fino a quel momento non era stata priva di tensioni, cambiò drasticamente negli anni Ottanta. Con la morte di Tito nel maggio 1980 si aprì la parabola di ascesa di Slobodan Milošević nella politica serba.

Gli anni Ottanta rappresentarono un periodo di repressione e legge marziale per la popolazione albanese. Il culmine fu raggiunto con l’abolizione dello status giuridico del Kosovo nel 1990. Verso la fine del decennio scoppiò un vero e proprio conflitto tra il Governo serbo e le forze indipendentiste dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Ushtria Çlirimtare e Kosovës). La violenza e la brutalità del conflitto portarono a un coinvolgimento sia delle Nazioni Unite che dell’Alleanza Atlantica. Quest’ultima intervenne attivamente con bombardamenti aerei al fine di indebolire il regime di Milošević.

La guerra venne interrotta dagli Accordi di Kumanovo del 1999 che tuttavia lasciarono una situazione di conflitto strisciante in tutto il Paese.

Gli accordi stabilirono la presenza permanente di un contingente multinazionale delle Nazioni Unite per garantire la pace. Per il Kosovo iniziò un percorso di consolidamento statuale sotto il controllo delle forze NATO e dei Paesi dell’Unione Europea. Nonostante la fine della guerra e la dichiarazione d’indipendenza del 2008, avvenuta sotto l’egida della missione europea EULEX, i rapporti tra Pristina e Belgrado rimangono tesi. La Serbia non ha mai contemplato la possibilità di riconoscere l’esistenza dello Stato kosovaro.

Sebbene la situazione politica nel Paese abbia registrato alcuni miglioramenti basilari in campo politico ed economico, la situazione interna rimane estremamente complessa. Il Kosovo presenta al suo interno una delle popolazioni europee più giovani. Per contro, gran parte di essa è interessata da un alto tasso di disoccupazione e dall’estrema difficoltà di ottenere visti all’interno dell’area Schengen e nel resto del mondo. A ciò si aggiunge la frattura sociale causata dalle tensioni striscianti tra la comunità serba e quella albanese.

La città di Mitrovica, situata nel nord del Paese, è il simbolo delle numerose contraddizioni del Kosovo contemporaneo. La città ha conosciuto una rapida espansione territoriale ed economica durante il periodo jugoslavo. Grazie al complesso minerario di Trepça, Mitrovica è cresciuta rapidamente. La battuta di arresto è arrivata con la crisi economica verso la fine degli anni Ottanta e con la guerra.

La popolazione è composta principalmente da albanesi e serbi. Dallo scoppio delle ostilità i due gruppi convivono separati dal corso del fiume Ibar, che divide il centro abitato tra Nord e Sud. Nella parte nord risiede la stragrande maggioranza dei serbi mentre nella parte sud il resto della popolazione albanese.

Il simbolo di tale separazione è il Ponte Nuovo, anche conosciuto come Ponte d’Austerlitz. Sorto sul vecchio checkpoint istituito dai militari francesi del contingente KFOR, è stato costruito per ricongiungere le due comunità. L’opera è stata finanziata dal Governo francese e nella sua architettura richiama le forme del ben più noto Pont d’Austerlitz di Parigi.

Oggi il ponte è ancora chiuso al traffico dei veicoli in entrambe le direzioni. Il versante serbo è costantemente pattugliato dalle unità di Carabinieri della MSU (Multinational Specialized Unit), mentre il versante albanese viene presidiato dalla polizia kosovara.

Targa commemorativa con i nomi dei soldati francesi di stanza a Mitrovica sul Ponte Nuovo

Secondo i suoi abitanti, Mitrovica è più aperta rispetto al passato. Al contempo, la rigida divisione tra Nord e Sud e di conseguenza tra serbi e albanesi è ancora una delle caratteristiche identitarie più forti. Percorrendo le strade della città non è raro imbattersi in automobili con la targa identificativa rimossa o coperta. Molti attraversano frequentemente il confine per motivi di lavoro o familiari: coprire la targa è una sorta di protezione contro eventuali ritorsioni o danni fisici al veicolo.

Uno degli elementi caratterizzanti della simbologia presente nelle strade di Mitrovica è il richiamo costante al nazionalismo e a una narrazione storica prettamente militarista. Percorrendo il viale dedicato al re Pietro I nella parte serba, si giunge a una statua del Principe Lazzaro, eroe della mitologia nazionale serba. Caduto durante la Battaglia della Piana dei Corvi è anche martire per la chiesa ortodossa serba. La statua è circondata da edifici con murali di chiaro significato nazionalista e irredentista con rimandi alla “Grande Serbia”.

Recentemente sono comparse scritte di supporto all’invasione russa dell’Ucraina, richiamando l’idea di fratellanza pan-slava che lega Serbia e Russia dal Diciannovesimo secolo.

Sulla sinistra un murale nazionalista serbo, sulla destra la statua del Principe Lazzaro

Nella parte albanese, in numerosi spazi pubblici spiccano statue e monumenti dedicati ai combattenti dell’UÇK. Entrando nella piazza principale, intitolata al celebre comandante dell’Esercito di Liberazione del Kosovo Adem Jashari, vi è una gigantografia dell’eroe nazionale albanese Isa Boletin, originario di Mitrovica.

In ogni angolo della città è possibile percepire come la memoria traumatica della guerra sia tutt’altro che pacificata e risolta nelle due comunità. L’impressione tra le vie della città e tra i suoi abitanti è quella di un conflitto mai concluso ma semplicemente congelato. Il ricordo della guerra continua a correre sotto traccia e a permeare molti aspetti della vita comune.

Sulla sinistra un monumento in memoria di un combattente dell’UÇK, a destra un murale in supporto dell’UÇK nella piazza principale di Mitrovica

Ciò che invece è piuttosto visibile è la forte militarizzazione nelle strade e nella vita di tutti i giorni. Nelle vie della città camminano uomini con uniformi diverse ogni giorno. Anche se è meno evidente il peso di alcuni Stati, in particolare quello delle due potenze regionali nei Balcani: la Serbia e la Turchia.

L’influenza dei due Stati è finalizzata a plasmare l’identità collettiva e a ottenere (mantenere, nel caso serbo) influenza politica ed economica sul territorio kosovaro. Uno dei metodi più indiretti ma non meno efficaci è la costruzione di centri di culto in luoghi carichi di simbologia per la città.

Gli esempi principali sono la Moschea di Isa Beg e la Chiesa Ortodossa di San Demetrio. Situate rispettivamente ai piedi della collina che sovrasta la città e nel centro cittadino, i due edifici sono doni del Governo turco e serbo.

Sulla sinistra la Moschea Isa Beg, sulla destra la Chiesa di San Demetrio

A risentire maggiormente di questo clima sono senza dubbio le nuove generazioni. I giovani crescono sperimentando fin dalla nascita la separazione tra serbi e albanesi. Nonostante le difficoltà che si riscontrano, vi sono delle realtà associative come GAIA Kosovo che operano sul territorio. Un’associazione che lavora giornalmente per colmare il divario tra i giovani creando un ambiente multiculturale e aperto. Ciononostante, le opportunità per mettere in contatto serbi e albanesi sono poche e i risultati stentano ad essere visibili nell’immediato futuro.

Tra le attività di recupero promosse da GAIA nel quartiere degradato noto come Qendra Zejtare [letteralmente, “Quartiere degli artigiani”] spicca la creazione di uno spazio culturale aperto alla comunità, il Social Space for Deconstruction. L’apertura del centro dimostra la vitalità della gioventù kosovara. Stretti tra la retorica nazionalista e la militarizzazione della società i volontari hanno deciso di uscire da questa logica. Oggi, giovani di tutte le età delle due comunità possono ritrovarsi e sviluppare nuovi modelli di appartenenza sociale e culturale.

Mitrovica rappresenta anche tutte le contraddizioni della cooperazione internazionale. La ricaduta positiva degli ingenti fondi europei destinati alla crescita e allo sviluppo del Paese sembra inconsistente alla prova dei fatti. La quantità di fondi e risorse riversate sul territorio non sembra aver trovato la soluzione alle criticità presenti.

Mentre infrastrutture e benessere materiale possono essere facilmente raggiunti tramite le risorse economiche, a Mitrovica l’equazione benessere, pace sociale e riconciliazione sembra essere incompleta.

[Tutte le foto sono dell’autore dell’articolo e sono state scattate a Mitrovica tra il 01/06/2022 e il 06/06/2022]

Alessandro Cinciripini

Attivista dell’ANPI, laureato in Studi dell’Africa e dell’Asia presso l’Università di Pavia, interessato a Vicino Oriente, Balcani e promozione dei diritti umani.

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