I curdi vittime sacrificali dell’allargamento dell’Alleanza Atlantica

Aprile 2022, protesta curda contro l’invasione turca. Tim Dennel/ attribuzione CC BY-NC 2.0

Il ruolo che sta ricoprendo la Turchia nella guerra d’Ucraina viene spesso raccontato dal punto di vista occidentale, tenendo poco conto dell’influenza turca in Oriente, delle mire espansionistiche di Recep Tayyip Erdoğan, attuale presidente della Turchia, o del suo ruolo all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Il conflitto turco-curdo

Sono infatti aumentati gli spazi di manovra – anche militari – della Turchia nei confronti dei territori, autoproclamatisi indipendenti, del Nord Est della Siria e dell’Iraq Settentrionale, facenti parte del Kurdistan.Tale regione ha connotazione geografica, ma anche geopolitica, conta 190 000 km2 ed è divisa tra 4 Stati: Turchia, Iran, Iraq e Siria.

Il conflitto che contrappone la Turchia alla regione del Kurdistan ebbe inizio formalmente nel 1984, con la prima insurrezione curda ad opera del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) per la difesa dei diritti – civili e politici – dei curdi, nonché per il riconoscimento dell’autonomia di tale regione. Nel 1999 viene dichiarato un cessate il fuoco unilaterale da parte del PKK, ma nel 2004 il conflitto riprende sino al 2012, quando vengono avviati i negoziati di pace tra il Governo turco e i principali esponenti dell’organizzazione politica curda.

Nel 2015, quando Erdoğan diventa presidente della Turchia, si verifica un’ulteriore escalation del conflitto e la tregua viene di fatto interrotta. L’Unità di Protezione Popolare (YPG), una milizia siriana curda, e il principale partito filo-curdo della Turchia (HDP) hanno accusato il Governo turco di aver permesso ai soldati dello Stato Islamico di attraversare il confine turco-siriano per invadere Kobane, città curda della Siria del Nord Est, impegnata nella lotta contro l’ISIS.

Il conflitto è dunque ripreso e si protrae ancora oggi, contando la quarta offensiva turca in territorio curdo negli ultimi 6 anni con l’evidente obiettivo non solo di respingere la popolazione curda fuori dai confini turchi, ma anche di bersagliare l’intera integrità territoriale della regione del Kurdistan.

L’attuale strategia di Recep Tayyip Erdoğan è quella di creare una cosiddetta ‘zona di sicurezza’ profonda 30km in territorio siriano, lungo il confine con la Turchia, per contrastare i presunti attacchi terroristici da parte delle milizie YPG, che la Turchia considera affiliate al PKK.

Il 9 giugno scorso, le Forze democratiche siriane hanno infatti pubblicato un video che rivelerebbe l’attacco turco, nelle città curde di Qamishli e Manbij, per mezzo di un drone militare e dell’esercito. Gli attacchi sono peraltro ripresi e sono tuttora in corso. Il 18 aprile 2022 era invece cominciata l’offensiva turca contro esponenti del PKK in territorio iracheno.

Le stesse invasioni si verificarono nel 2018 e 2019 contro le forze dell’amministrazione democratica di Siria e Iraq, sempre nella regione del Kurdistan.

Considerando il diritto internazionale, le azioni della Turchia in Siria e in Iraq sono equiparabili alla guerra mossa dalla Russia in territorio ucraino. Entrambe le offensive violano infatti l’articolo 2 comma 4 della Carta delle Nazioni Unite, il quale intima i Paesi membri ad astenersi dall’uso della forza nelle relazioni internazionali.

Secondo un recente rapporto di Amnesty International, vi sarebbero ancora molteplici falle nel sistema giudiziario e nel tessuto politico-sociale della Turchia, concernenti soprattutto l’abuso dei diritti umani, la repressione del dissenso, l’abuso di potere statale, nonché la libertà di espressione e di riunione.

In questo contesto, si inseriscono le condanne alla Turchia da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu). La più recente risale al settembre 2021, quando la Cedu ha espresso una sentenza di condanna nei confronti della Turchia per la detenzione provvisoria dell’ex sindaco curdo di Siirti, Tuncer Bakirhan, incarcerato perché accusato di appartenere al PKK.

Eppure, nonostante la Turchia sia accusata di diverse azioni illecite – tra le altre, l’utilizzo di armi chimiche contro i curdi – nel mese di aprile è stata riconosciuta dalla comunità internazionale come mediatrice diplomatica tra Russia e Ucraina.

Memorandum d’intesa tra Turchia, Svezia e Finlandia

Le mire espansionistiche della Turchia sembrano essere preoccupanti come quelle russe, ma l’informazione in merito è spesso scarsa e approssimativa.

L’obiettivo più evidente di Erdoğan sembra quello di riportare in auge il diritto tradizionale islamico partendo dalla Turchia, per continuare in altre aree del Medio Oriente, superando così le istituzioni secolari nascenti.

Infatti, il confederalismo democratico del Rojava – situato nel Kurdistan siriano – costituisce un chiaro esempio di pluralismo e convivialità tra etnie e religioni diverse, in assoluta antitesi con l’idea di Stato confessionale sostenuta da Erdoğan.

Al fine di legittimare la sua offensiva nel Kurdistan, Erdoğan ha utilizzato la sua posizione strategica come mediatore nella guerra d’Ucraina e come membro NATO.

Infatti, per le precedenti operazioni, Ankara ha sempre avuto la necessità dell’approvazione di Mosca o di Washington per procedere con le offensive in territorio curdo.

Ciò che ora però cambia le carte in gioco è la crisi geopolitica e dell’ordine internazionale scaturita dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina.

Mosca è infatti impegnata sul fronte europeo, mentre gli Stati Uniti mirano a un allargamento dell’Alleanza Atlantica per aumentare la loro influenza in Occidente, ma anche in Oriente. Così la Turchia si è trovata ad usare la sua posizione strategica all’interno della NATO, ponendo una clausola all’entrata di Svezia e Finlandia nell’Alleanza Atlantica.

Erdoğan non intrattiene buoni rapporti diplomatici con Svezia e Finlandia, in quanto i due Paesi si sono spesso mostrati contrari agli attacchi turchi in territori curdo, ospitandone gli esuli e denunciando le violazioni dei diritti umani nei confronti delle popolazioni del Kurdistan siriano e iracheno.

Nonostante l’UE, gli Stati Uniti e la Turchia considerino il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) un’organizzazione terroristica da contrastare, Svezia e Finlandia sono state – sino ad ora – libere di non appoggiare le offensive della Turchia nel suo vicinato.

D’altro canto, l’articolo 10 del Patto Atlantico prevede che la richiesta di uno Stato di far parte dell’Alleanza venga accolta solo previo il consenso di tutti i membri della stessa. La Turchia ha così posto una sorta di condizione all’entrata di Svezia e Finlandia nella NATO: Erdoğan avrebbe accettato l’ingresso dei due Paesi solo se gli sarebbe stato concesso, da parte della comunità internazionale, margine di azione per la Turchia in territorio curdo, nel Nord Est della Siria e nell’Iraq Settentrionale.

Martedì 28 giugno, alla vigilia del vertice NATO, si è tenuto a Madrid un incontro tra i ministri di Svezia, Finlandia e Turchia e il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg.

In questa occasione, la Turchia ha dunque ritirato il veto all’entrata di Svezia e Finlandia nella NATO. Tale  decisione è stata presa in seguito a un accordo preciso: i 3 Stati hanno firmato un memorandum d’intesa attorno al tema della lotta contro quello che Erdoğan e l’Occidente definiscono ‘terrorismo del PKK’ e dei gruppi a esso associati. I ministri dei rispettivi Paesi hanno inoltre concordato di non richiedere nessun embargo sull’industria della difesa turca e di permettere l’estradizione degli esponenti del PKK in Turchia, qualora si trovino altrove.

Vale la pena ricordare che il PKK è un’organizzazione di lotta politica che, nonostante utilizzi la forza, agisce in risposta alle persecuzioni e all’abuso dei diritti – civili e politici – che la Turchia attua, ormai da decenni, nei confronti degli abitanti della regione del Kurdistan turco, siriano e iracheno. Permettere a Erdoğan di ampliare il terreno di azione contro i curdi equivale a mettere in ulteriore pericolo tutta la popolazione che abita il Kurdistan, nonché a ignorare che migliaia di donne e uomini curdi hanno combattuto per liberare il mondo dall’ISIS.

Erdoğan e le elezioni del 2023

I motivi della presa di posizione turca sono molteplici: tra i più evidenti vi è la volontà, da parte di Erdoğan, di riacquisire credibilità sul fronte interno e riconfermarsi presidente della Turchia alle elezioni che si terranno il prossimo anno, entro giugno del 2023.

L’inflazione crescente (ad aprile 2022 era al 70%) e la disoccupazione dilagante si sono scontrate con una politica economica statale dimostratasi inadeguata a far fronte alle condizioni socio-economiche della popolazione turca.

Secondo un recente sondaggio, i due candidati più accreditati sarebbero due esponenti del Partito repubblicano del popolo (Chp) – attualmente all’opposizione di Governo – mentre l’attuale presidente stando alle stime, non riuscirebbe a raggiungere il 50% dei voti.

Per riguadagnare consensi elettorali, Erdoğan si ritiene pronto a gestire le problematiche socio-economiche del Paese ma di fatto la sua strategia principale consiste nello spostare l’obiettivo verso la gestione dei profughi siriani– che vuole rimpatriare – e verso la repressione dei curdi.

L’Occidente, accettando le clausole poste da Erdoğan, sembra sottovalutare sia l’influenza geopolitica che gli obiettivi di politica estera della Turchia.

Così, mentre l’Unione Europea e le organizzazioni internazionali proclamano la difesa della democrazia e dello stato di diritto, Paesi come la Turchia acquisiscono – legittimati dall’Occidente – margine di manovra per proseguire le offensive, le persecuzioni e le violazioni dei diritti della persona.

Valentina Gruarin

Laureata in Storia e Politica Internazionale, specializzata in Politiche Europee. Si interessa di politica estera dell'UE con uno sguardo particolare alle zone del Nord Africa e Medio Oriente. Ha frequentato un corso di formazione "analista euro-mediterraneo" presso l'Istituto Affari Internazionali. Laureata con il massimo dei voti, ha svolto una tesi magistrale attorno al tema delle teorie post-development, alternative non-eurocentriche al concetto di sviluppo.

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