Cannabis, in Africa produzione per uso medico penalizza i locali

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Clemence Rusenga, Neil Carrier, Gernot Klantschnig e Simon Howell pubblicato su The Conversation]

Un campo di cannabis a Elkolla, a 100 km da Larache nella regione montuosa del Rif in Marocco. Immagine ripresa da Flickr/tellmagazine in licenza CC
Un campo di cannabis a Elkolla, a 100 km da Larache nella regione montuosa del Rif in Marocco. Immagine ripresa da Flickr/tellmagazine in licenza CC

La cannabis – una coltura con una lunga storia in Africa, insieme alla coca e al papavero da oppio – da quasi un secolo è sotto il controllo internazionale. La Convenzione sull’oppio del 1925, infatti, ha riconosciuto il sistema di controllo internazionale estendendo il suo campo di applicazione anche ad essa.

Nel 1961 è stata poi adottata una nuova Convenzione internazionale al fine di sostituire i trattati multilaterali esistenti per il controllo degli stupefacenti. Il quadro proibizionista per la gestione della cannabis è stato quindi impiegato dagli Stati africani postcoloniali. Questi sforzi da parte delle autorità hanno portato all’aumento della produzione clandestina di cannabis senza che quindi questa contribuisse al sostentamento dei cittadini, e non si è riusciti a eradicarne la coltura.

Paradossalmente, molti Stati africani che per anni hanno perseguitato i cittadini per reati legati alla cannabis stanno ora promuovendo la sua produzione legale. Negli ultimi cinque anni sono dieci i Paesi che hanno emanato leggi volte a legalizzarne la produzione per scopi medici e scientifici. Tra questi il Lesotho, lo Zimbabwe, il Sudafrica, l’Uganda, il Malawi, lo Zambia, il Ghana, l’Eswatini, il Ruanda e il Marocco.

Il Sudafrica ha anche legalizzato l’autocoltivazione di piante di cannabis da parte degli adulti per il proprio consumo personale.

La liberalizzazione della politica sulla cannabis nel Continente africano è stata frutto di due fattori principali. Il primo riguarda il lobbismo degli attivisti locali. Per quanto l’uso di cannabis venga ancora considerato un reato nella maggior parte dei Paesi africani, anche in quelli più conservatori stanno emergendo dibattiti finalizzati a stimolare riforme politiche sull’argomento.

Il secondo elemento consiste nella comparsa di un’industria globale della cannabis legale che è destinata a crescere fino al raggiungimento di quasi 200 miliardi di dollari entro il 2028. Per le autorità statali, i cambiamenti di tali politiche mirano ad aprire strade volte a incrementare le scarse entrate in valuta estera, indispensabili per rilanciare le economie stagnanti.

Eppure, se si vuole che le riforme sulla cannabis abbiano un impatto positivo sull’economia e sulla vita dei cittadini, è necessario fare attenzione ad altre questioni di ordine politico e pratico. Queste riguardano la necessità di garantire la partecipazione degli agricoltori locali alla produzione della cannabis legale, visto che i quadri normativi emergenti sembrano favorire le imprese rispetto ai piccoli produttori.

Venti di cambiamento

La liberalizzazione in Africa riguarda principalmente la produzione per fini medici e scientifici in quanto la coltivazione, il commercio e il consumo al di fuori di essi restano un reato. Nemmeno la produzione da parte dei molti piccoli coltivatori, che storicamente sono stati custodi della pianta e della sua conoscenza, viene contemplata dalle nuove normative. Ciò significa che la loro produzione come mezzo di sostentamento viola ancora le leggi.

Tra le altre condizioni imposte, i produttori devono acquisire una licenza dalle autorità statali. Ne esistono vari tipi per la produzione, la distribuzione e la ricerca. Queste possono variare da Paese a Paese: ad esempio nello Zimbabwe vanno da 5.000 a 50.000 dollari mentre in Sudafrica le tasse ufficiali si aggirano intorno  a 9.200 rand (circa 579,27 dollari) per un permesso di esportazione e a circa 25.200 rand (circa 1.586,69 dollari) per il permesso di produzione.

I costi più alti sono stati segnalati in Lesotho e in Uganda. Qui, infatti, vanno da centinaia di migliaia di dollari a un paio di milioni di dollari, cifre che un agricoltore medio locale non può permettersi.

Ulteriori requisiti richiesti sono i certificati doganali, le garanzie bancarie e di sicurezza e il rispetto delle linee guida di coltivazione. Per le autorità si tratta di condizioni preliminari concepite per assicurare un prodotto finale di cui si potrebbe facilmente “abusare” se non adeguatamente regolamentato. Queste sembrano mirare anche a garantire ai Governi la possibilità di non perdere il gettito fiscale derivante dal settore emergente.

Tuttavia, è probabile che la portata limitata della produzione legale, gli alti costi della licenza e quelli di costituzione di un’impresa insieme ad altre condizioni limitino la partecipazione di molti piccoli produttori che non dispongono di risorse per avviare attività legali di questa pianta.

Lamin, un giovane africano mentre mostra i fiori di cannabis nati nel grande campo di Barra, un centro abitato alla foce del fiume Gambia. Immagine ripresa da Flickr/H2O Alchemist in licenza CC.
Lamin, un giovane africano mentre mostra i fiori di cannabis nati nel grande campo di Barra, un centro abitato alla foce del fiume Gambia. Immagine ripresa da Flickr/H2O Alchemist in licenza CC

Il quadro emergente

A tal proposito, siamo impegnati in un progetto di ricerca panafricano che mira a sviluppare una comprensione più profonda della cannabis in Africa. Nell’analisi, ci concentriamo non solo sui suoi usi “tradizionali”, ma anche sulla sua espansione contemporanea come coltivazione redditizia e fonte di sostentamento in un contesto globale in cui la politica sulle droghe sta mutando.

Condotto congiuntamente dalle Università di Bristol e di Città del Capo, il progetto sta raccogliendo nuovi dati empirici in quattro nazioni: Nigeria, Kenya, Zimbabwe e Sudafrica. Questo sarà poi utilizzato per esaminare il ruolo storico e contemporaneo della cannabis nei contesti rurali e urbani africani.

Il nostro studio prevede anche la raccolta delle esperienze dei cittadini, al di là dei racconti ufficiali sulla produzione medica e scientifica.

Le osservazioni iniziali mostrano che il coinvolgimento da parte delle aziende dell’industria legale della cannabis e l’esclusione dei piccoli produttori rappresenta un serio rischio. Poiché i costi per la licenza sono elevati, molti piccoli produttori non possono permetterseli e così i principali titolari restano le aziende.

In Uganda, per esempio, attualmente solo un’azienda è autorizzata dal Governo a produrre cannabis terapeutica. Le rigide normative prevedono un capitale minimo di 5 milioni di dollari e una garanzia bancaria, il che è chiaramente un deterrente per la maggior parte degli aspiranti produttori.

Nello Zimbabwe, il Governo ha concesso la licenza a decine di nuovi investitori per la coltivazione e la lavorazione della pianta terapeutica nel 2021. I beneficiari sono aziende agroalimentari affermate e agricoltori commerciali su larga scala.

Tra novembre 2020 e aprile 2021, preoccupazioni simili in Malawi e in Sudafrica hanno portato i piccoli agricoltori a protestare contro il processo che regola l’ottenimento delle licenze. Jacob Nyirongo, amministratore delegato della Farmers Union of Malawi (Unione degli Agricoltori del Malawi), afferma:

La domanda è: se si acquista una licenza a 10.000 dollari, un agricoltore che prezzo di mercato deve stabilire per la cannabis al fine di realizzare un profitto?

Ci sono poi anche altre condizioni relative alle licenze che rappresentano degli ostacoli per i piccoli produttori. In Sudafrica, i richiedenti devono, tra l’altro, rispettare il programma di certificazione SA-GAP, essere registrati e autorizzati dalla polizia. Aspetto quest’ultimo fondamentale per coloro che hanno precedenti penali per produzione, possesso o consumo illegale di cannabis.

Verso un futuro inclusivo della cannabis

Le prime informazioni emerse dalla nostra ricerca mostrano un’industria emergente con un ruolo limitato per i piccoli produttori. Ciò frena la capacità dell’industria di contribuire al sostentamento delle categorie più indigenti e, in modo più ampio, della maggior parte della popolazione.

Inoltre, il fatto di limitare la produzione legale ai soli scopi medici e scientifici esclude le attività dei molti piccoli produttori esistenti, perpetuandone la natura illegale. In questo modo si crea anche un duplice modello in cui le imprese consolidate beneficiano delle riforme mentre le attività dei piccoli produttori rimangono proibite e perseguite.

Legalizzare la produzione di cannabis per scopi medici è un’azione più che positiva. Ma garantire la partecipazione dei comuni cittadini e dei produttori nell’industria resta la grande sfida che gli Stati africani devono affrontare. E questo anche perché il rischio di acquisizione da parte delle multinazionali del settore si configura come una concreta possibilità.

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica e Specializzata in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale, lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

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