Clima e giustizia sociale, la leadership delle donne del Sud globale

[Traduzione a cura di Valentina Gruarin dell’articolo originale di Barbara Van Paassen pubblicato su openDemocracy]

Conferenza organizzata dall’African Women Leaders Network. Foto scattata da UN Women/Ryan Brown, con licenza CC BY-NC-ND 2.0

È sempre più evidente che il cambiamento climatico costituisca una questione di giustizia sociale: affrontare le disuguaglianze globali è il primo passo necessario per arrivare a una soluzione. Vi è una vasta documentazione riguardo il divario di ricchezza – frutto di ingiustizie storiche e relazioni di potere diseguali – tra le nazioni responsabili delle emissioni e quelle costrette ad affrontarne gli effetti peggiori, dalle inondazioni alla siccità e agli incendi selvaggi.

Per troppo tempo, le popolazioni bianche del Nord globale – in gran parte esenti dalle realtà catastrofiche del cambiamento climatico – hanno dominato il dibattito sul clima, mentre quelle del Sud del mondo, in particolare donne e comunità indigene, sono state ignorate. Ne è risultato un drastico aumento delle emissioni e una carenza di finanziamenti a sostegno delle azioni di mitigazione e adattamento climatici, nonché di risarcimento delle perdite e dei danni.

Nel frattempo le “soluzioni” di ordinaria amministrazione, come la compensazione delle emissioni di carbonio, acuiscono le disuguaglianze globali invece di risolverle. Il gigante petrolifero Shell, ad esempio, ha in programma di compensare 120 milioni di tonnellate di anidride carbonica derivanti dalle sue attività inquinanti con piantagioni di alberi su larga scala. Ma ciò, probabilmente, porterà a un incremento del land grabbing nel Sud del mondo.

Come ha detto l’attivista kenyota per il clima e l’ambiente Elizabeth Wathuti:

Se vogliamo affrontare seriamente la crisi climatica, dobbiamo iniziare ad ascoltare e accogliere il dolore di coloro che ne subiscono le conseguenze già oggi.

Non si tratta unicamente di una richiesta di rappresentanza, nonostante anch’essa sia importante. Per citare l’attivista americana per i diritti civili Audre Lorde: “Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la sua casa”. Infatti, per affrontare la crisi climatica e raggiungere così la giustizia climatica, abbiamo bisogno di “strumenti”, leadership e principi radicalmente diversi da quelli finora utilizzati.

Le donne e le femministe – soprattutto quelle del Sud globale che hanno alle spalle una lunga storia di lotta contro la disuguaglianza e per la costruzione di soluzioni inclusive – sembrano in grado di offrire soluzioni concrete. Sono infatti queste donne, provenienti da contesti diversi, che stanno diventando sempre più visibili nella lotta per la giustizia climatica.

In qualità di conduttrice del podcast “People vs Inequality”, ho avuto l’onore di intervistare sei tra le leader, appartenenti a movimenti ambientali, più preparate sul tema. Hanno una caratteristica in comune che mi ha colpita: una leadership audace e coraggiosa, che utilizzano per cercare di spostare il potere nelle mani delle popolazioni più colpite dal cambiamento climatico.

Indipendentemente dal fatto che queste donne si considerino o meno femministe, le loro storie sono forti esempi della leadership e dei principi femministi. Come agiscono, dunque, queste leader in tema di protezione ambientale? Che cosa possiamo imparare noi – a partire dagli attivisti e politici occidentali – su come raggiungere la giustizia climatica?

Costruire un mondo più attento

Una delle motivazioni che ha spinto le sei leader a battersi per la giustizia climatica è il loro forte legame con la natura, ma anche il rapporto creatosi con altri attivisti e con le comunità colpite dalla crisi climatica. L’attivista Elizabeth Wathuti segue infatti le orme di Wangari Maathai, ambientalista kenyota e prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la pace. Tra le tante cose ha fondato movimenti femministi creatisi attraverso esperienze quali la piantagione di alberi e la difesa della natura [esperienze ancora vive nel Green Belt Movement Ndt].

Come Maathai, Wathuti insegna ai giovani non solo a piantare alberi, ma anche a saperli coltivare, mostrando loro, attraverso la natura, le qualità fondamentali della leadership. L’attivista utilizza poi le sue piattaforme online per condividere le storie dei kenyoti che affrontano gli effetti del cambiamento climatico – come la siccità – invitando i leader ad aprire i loro cuori e a umanizzare la crisi climatica.

Rigenerare la natura, esprimere solidarietà e costruire un’economia solidale sono elementi fondamentali per creare un mondo più giusto e sostenibile. Le leader femministe hanno dato prova di saper integrare questi principi nella loro vita quotidiana, nel loro attivismo e nelle loro proposte politiche.

Opuscolo sull’importanza della leadership femminista per il cambiamento climatico. Di UN Women/SideKick, con licenza CC BY-NC-ND 2.0

Condividere il potere

La storia ci ha insegnato che il cambiamento è possibile solo quando gli individui si uniscono per agire insieme. Un’altra donna con cui ho parlato, Victoria Tauli-Corpuz, attivista per i diritti degli indigeni ed ex relatrice delle Nazioni Unite, incoraggia le iniziative collettive stimolando la capacità delle donne e delle loro comunità di difendere i propri diritti.

Tauli-Corpuz ci ricorda inoltre quali sono le conoscenze e le soluzioni che le popolazioni indigene adottano da tempo quando si tratta di proteggere il pianeta. Giovani femministe e attiviste per il clima, come Chihiro Geuzenbroek, si impegnano per realizzare un’inclusione radicale, assicurandosi che le voci escluse vengano ascoltate per prime. Geuzenbroek sottolinea la necessità, soprattutto per noi del Nord globale, di mettere in discussione i nostri comportamenti e la nostra mentalità. Queste leader femministe ci mostrano anche come unire i movimenti, abbattendo le barriere che limitano un approccio unitario alle soluzioni olistiche.

Essere coraggiosi e audaci

Per affrontare al meglio la crisi climatica, è necessario un cambiamento radicale nelle politiche e nelle pratiche: il potere deve passare dalle mani di chi inquina alle mani di chi è più colpito dalla crisi e di chi cerca soluzioni giuste e sostenibili.

In una puntata di “People vs Inequality”, l’avvocatessa per i diritti umani Tessa Khan ha spiegato cosa significhi, in pratica, questo cambiamento di prospettiva. La sua missione risulta chiara e costituisce una strategia completa in grado di riunire i cittadini, i lavoratori e le organizzazioni ambientaliste perché quello dove vive, il Regno Unito, sia un Paese più giusto verso l’ambiente e libero dall’uso di combustibili fossili. L’avvocatessa mostra concretezza e capacità di agire, dando prova dell’importanza di coinvolgere un maggior numero di persone nella lotta al cambiamento climatico.

Anche le leader Tasneem Essop e Farhana Yamin, attiviste da tempo sul fronte della crisi ambientale, sfidano esplicitamente gli squilibri di potere, la mancanza di solidarietà globale e l’attenzione alla crescita economica. Entrambe dimostrano come costruire organizzazioni che rappresentino il mondo in cui sperano.

I politici spesso non affrontano il potere invisibile (le norme, ad esempio) o nascosto (le lobby aziendali) che frenano il cambiamento. Per sostituire le soluzioni di breve termine con quelle strutturali, coloro che operano nel settore ambientale dovranno essere audaci abbastanza da affrontare il potere.

Le leader femministe, storicamente costrette a sfidare l’autorità, si sono dimostrate capaci di agire concretamente anche nella sfera ambientale. Gli strumenti e le strategie che esse hanno sviluppato per analizzare, costruire, affermare e trasformare il potere sono utili a chiunque voglia affrontare le cause profonde della crisi climatica e costruire soluzioni più giuste.

Le sfide globali di oggi sono grandi e a volte possono sembrare insormontabili; richiedono un diverso tipo di leadership. Le donne che lavorano per la giustizia climatica ci dimostrano in che cosa consiste la leadership femminista, dando prova del perché ne abbiamo urgente bisogno.

Valentina Gruarin

Laureata in Storia e Politica Internazionale, specializzata in Politiche Europee. Si interessa di politica estera dell'UE con uno sguardo particolare alle zone del Nord Africa e Medio Oriente. Ha frequentato un corso di formazione "analista euro-mediterraneo" presso l'Istituto Affari Internazionali. Laureata con il massimo dei voti, ha svolto una tesi magistrale attorno al tema delle teorie post-development, alternative non-eurocentriche al concetto di sviluppo.

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