Integrazione panafricana imperfetta, manca la volontà dei leader

[Traduzione a cura di Gaia Resta dell’articolo originale di Babatunde Fagbayibo pubblicato su The Conversation]

17esimo summit dell'Unione Africana
Il 17esimo summit dell’Unione Africana. Da Flickr con licenza CC BY-ND 2.0

La recente celebrazione dell’Africa Day (25 maggio) rappresenta anche quest’anno l’occasione per valutare i progressi di una reale integrazione del Continente, sotto forma di un’unione federale degli “Stati Uniti d’Africa” o dell’Unione Africana (UA) che sappia esercitare poteri vincolanti sugli Stati membri. Attualmente, invece, l’UA funge meramente da piattaforma per il coordinamento dell’interazione tra i 55 Paesi che la compongono.

Sebbene ci sia stato qualche progresso, c’è ancora molto da fare per raggiungere una reale integrazione.

Gli Stati membri non devono solo sostenere astrattamente l’unità ma potenziare gli organi più importanti dell’UA e, perché questo accada, è necessario che la mentalità cambi. Gli Stati devono accettare la necessità di sacrificare parte della loro autonomia per un beneficio comune a livello socio-economico e politico. Lo scarso impegno dimostrato per l’integrazione continentale si riflette, infatti, nella posizione periferica dell’Africa nell’ambito delle dinamiche globali.

In quanto studioso delle dinamiche istituzionali del processo di integrazione dell’Africa, ritengo che l’integrazione panafricana si trovi in una fase cruciale. Una fase importante quanto quella della fondazione dell’Organizzazione dell’unità africana nel 1963 e la successiva sostituzione con l’UA 20 anni fa.

Una visione del mondo panafricana

In un discorso del 1969, l’allora presidente della Tanzania, Julius Nyerere, colse il significato profondo della prospettiva panafricana:

Ci rendiamo conto che siamo coinvolti nel mondo e che il mondo è coinvolto in Africa, ma il coinvolgimento senza comprensione può essere imbarazzante e perfino pericoloso.

Secondo la visione panafricana, il Continente non può esistere in una condizione di isolamento ma deve essere determinato a sostenere un’agenda che porti avanti gli obiettivi del panafricanismo.

Questo punto di vista rispecchia quello di molti contemporanei di Nyerere, e di coloro che gli succedettero, su come l’Africa dovrebbe posizionarsi sulla scena internazionale.

La “personalità africana” di Kwame Nkrumah, il “rinascimento africano” di Thabo Mbeki e il noto slogan “soluzioni africane per i problemi africani” sono state spesso impiegate per riassumere l’essenza della visione panafricana.

L’idea di Mbeki chiede di restituire dignità all’Africa e di spingere per lo sviluppo economico e politico. Quella di Nkrumah propone i principi di parità sociale. E pone la comunità al di sopra dell’individuo per preparare le società africane alla creazione di un’unione federale di Stati africani che sappia essere assertiva sulla scena globale.

Agenda 2063
L’Agenda 2063 e i suoi obiettivi

Cosa funziona

Nel Continente ci sono stati degli sviluppi positivi che potrebbero stimolare l’integrazione. Tra questi, l’adozione dei seguenti strumenti e procedure:

Come ha osservato Thomas Tieku, esperto delle relazioni internazionali dell’Africa, nonostante alcuni fallimenti sul piano dell’integrazione panafricana, l’UA ha stabilito delle linee guida davvero ammirevoli rispetto a governance, pace e sicurezza.

Ha inoltre sviluppato meccanismi attuativi per la violazione degli standard. Ha adottato rapidamente l’Area Continentale Africana di Libero Scambio (afCFTA), ha rafforzato l’Agenzia per lo Sviluppo dell’Unione Africana (NEPAD), ha mobilitato le risorse per accedere ai vaccini per il COVID-19, e ha integrato l’agenda di sviluppo dell’UA nei piani di sviluppo nazionali.

Eppure, l’integrazione continentale panafricana è vincolata a numerose problematiche. Per esempio, la riluttanza di vari Stati a trasferire i poteri agli organi dell’UA.

Per raggiungere una soluzione, sarà necessario cambiare prospettiva. L’Africa deve riequilibrare il suo modo di vedere se stessa e di relazionarsi con il mondo. Gli Stati africani devono mettere le istituzioni nazionali e regionali in grado di mantenere la promessa di sviluppo politico ed economico.

Cosa non funziona

La capacità di progettare una visione strategica panafricana è minata da numerosi fattori. Uno è il rifiuto di trasferire poteri sovranazionali a istituzioni chiavi dell’UA. Per fare un esempio, il Parlamento panafricano non ha pieni poteri legislativi ma soltanto poteri limitati con ruolo consultivo.

In maniera simile, la Commissione dell’UA non ha il potere di far rispettare agli Stati membri le regole istituzionali. Il report Kagame del 2017 sulle riforme dell’UA ha rilevato che l’Unione ha approvato oltre 1.500 risoluzioni ma non dispone dei meccanismi necessari a tracciarne l’implementazione.

Gli Stati membri non hanno rispettato circa il 75% delle decisioni del Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. Come reazione ai giudizi contro di loro, Stati membri quali Tanzania, Benin, RwandaCosta d’Avorio hanno revocato l’autorizzazione che permetteva agli individui e alle ONG di accedere alla Corte.

La dipendenza dell’UA da finanziamenti esterni costituisce un ulteriore impedimento. Nonostante le riforme finanziarie attualmente in corso, almeno il 61% del budget proviene da donatori esterni. Inoltre, alcuni usano le donazioni come strumento per manipolare le procedure dell’UA.

Le continue violazioni delle norme e degli standard fissati dall’UA per i diritti umani e la governance rappresentano un enorme ostacolo al rafforzamento dell’integrazione continentale. Per esempio, negli ultimi anni c’è stato un incremento di colpi di Stato di natura militare e un certo arretramento della democrazia, con la modifica incostituzionale dei termini di mandato, la repressione digitale, la repressione violenta degli oppositori e i brogli elettorali.

La reazione dell’UA è stata alquanto tiepida. In alcuni casi, i leader accusati di soffocare le voci democratiche sono stati incaricati di guidare procedimenti fondamentali per l’Unione.

Il ruolo limitato della società civile nell’integrazione panafricana è un altro motivo di preoccupazione. Tra l’altro, pochi sanno cosa faccia esattamente l’UA e come lo faccia.

Nonostante i benefici che potrebbero derivare da un’Africa integrata, molti Paesi del Continente guardano con diffidenza all’intero processo. Alcuni, per esempio, hanno limitato la mobilità delle persone. E hanno rifiutato di firmare il protocollo continentale per la libera circolazione, appellandosi a problemi di sicurezza e alla tutela dei posti di lavoro per la gente del luogo.

Cambiare mentalità

L’efficacia delle riforme dell’Unione Africana dipende dal cambiamento di mentalità. I membri devono capire che il miglioramento della posizione dell’Africa nell’ambito della realpolitik internazionale dipende dalla coesione interna. Per raggiungere quest’obiettivo sono necessarie alcune azioni in tre aree chiave:

  • un piano dettagliato ma flessibile che illustri come gli Stati favorevoli trasferiranno i poteri sovranazionali agli organi dell’UA
  • inclusione della popolazione africana nei programmi e nelle procedure dell’UA
  • rispetto del costituzionalismo.

Senza un sistema che enfatizzi i diritti fondamentali e la buona governance, sarà impossibile realizzare gli obiettivi di integrazione regionale come il commercio, la libera circolazione delle persone, la parità di genere, la pace e la sicurezza.

Gaia Resta

Traduttrice, editor e sottotitolista dall'inglese e dallo spagnolo in ambito culturale, in particolare il cinema e il teatro. L'interesse per un'analisi critica dell'attualità e per i diritti umani mi ha avvicinato al giornalismo di approfondimento e partecipativo.

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