La Natura della guerra, conseguenze sull’ambiente in Ucraina

Le immagini degli scontri tra Russia e Ucraina ci descrivono la forza devastante di un conflitto. Volti esangui, fiumi di persone in fuga, città rase al suolo sono la prova di quanto una guerra sia sempre totale. Una totalità che non esclude l’ambiente e gli esiti che su di esso produce.

Le conseguenze ambientali della guerra Russo-Ucraina sono molteplici e gli effetti ricadono (e ricadranno) tanto sul presente quanto sul futuro di ognuno di noi.

Ciò che si può osservare a partire dalle prime fasi del conflitto è il danno alla biodiversità e alle foreste ucraine. Gli incendi provocati dagli scontri hanno raso al suolo migliaia di ettari di foreste, come aveva già dichiarato la commissaria Lyudmila Denisova in riferimento agli incendi che hanno interessato la zona di esclusione attorno a Chernobyl. Domare tali incendi e controllarne la portata risulta al momento difficile, se non impossibile, considerato che la priorità viene ovviamente rivolta a salvare vite umane. Animali e aree verdi sono dunque in pericolo, nessuno può occuparsene e le loro perdite si sommano a tutte le altre.

La minaccia alla biodiversità e alle specificità ambientali del Paese è data anche dalla pressione che il conflitto esercita sulle foreste, sottoposte soprattutto ad un aumento del taglio di legname: illegale e strategico da parte delle forze d’occupazione che ne fanno uso per i propri scopi e per sottrarre risorse di sopravvivenza alle popolazioni locali, ma anche di sussistenza per i sopravvissuti dei territori occupati.

A tale sfida si aggiunge l’alta percentuale di antiche aree verdi ucraine che necessitano di continuo monitoraggio ed opere di conservazione. Per esse, per gli ecosistemi che li caratterizzano e per il danno che il loro abbandono può comportare, si sono mobilitati esponenti della comunità green e l’ente ucraino Ukrainian Nature Conservation Group che denuncia come il 44% delle aree naturali ucraine siano interessate dalla guerra, ponendo l’accento – attraverso un appello mondiale – sulla necessità di salvaguardare anche la sopravvivenza dell’ambiente naturale.

Inoltre, la guerra ha segnato una battuta d’arresto per l’opera di rimboschimento annunciata e avviata dal Governo ucraino appena qualche mese prima dell’inizio delle tensioni. Il progetto di piantare un miliardo di alberi – purtroppo per il momento evaporato – avrebbe rappresentato la concreta possibilità di contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico e allassorbimento della CO2.

I diretti effetti ambientali del conflitto non possono non passare per il denunciato e allarmante livello di contaminazione dei suoli e del cielo ucraini.

Lo spostamento di attrezzature, mezzi pesanti, munizioni, il sostentamento degli eserciti e le operazioni militari che disperdono agenti chimici e infestanti costituiscono un fattore importante di inquinamento e di emissioni durante un conflitto: si stima che circa il 5% delle emissioni totali venga dalle attività militari.

Il caso del conflitto in Ucraina esacerba la situazione, considerando che, a differenza di altri teatri di guerra, gli attacchi si svolgono in aree altamente industrializzate e nuclearizzate, innalzando il pericolo di contaminazione dei suoli e delle acque con la dispersione di prodotti e scarti industriali.

La presenza di 15 reattori nucleari nello Stato aggredito pone il rischio radioattivo quello più pericoloso, ma anche quello più allarmante per il futuro. I bombardamenti attorno alla più grande centrale d’Europa, a Zaporizhzhia, rendono la situazione preoccupante per il Continente e non solo.

Inoltre, con il controllo e gli attacchi nella zona di Chernobyl nella prima fase della guerra, l’esercito russo ha disconnesso la centrale dall’impianto elettrico, rendendo difficili le operazioni di raffreddamento dell’uranio, indispensabili per contenere emergenze nucleari. Attorno all’area, in aggiunta, sono state scavate trincee per i combattimenti, su un suolo già altamente contaminato, contribuendo alla dispersione di particelle radioattive.

Chernobyl
Chernobyl. Foto da Wikimedia Commons

Anche se attualmente non quantificabili, gli effetti ambientali che il territorio dovrà fronteggiare hanno una portata ben più lunga di quella immediata e diretta. Ad essi si aggiungono ulteriori conseguenze di cui il conflitto è indirettamente responsabile.

Uno dei più tangibili è la scarsità di cereali e concimi che gli scontri stanno provocando.

L’Ucraina e la Russia provvedono a circa un quarto della fornitura globale di grano e più della metà delle esportazioni di olio di girasole sono sostenute dall’Ucraina. L’incertezza attuale ha provocato non solo un innalzamento del rischio alimentare per molte popolazioni e per l’intera catena di approvvigionamento globale, ma mette anche in pericolo due obiettivi del Green Deal, riguardo i fertilizzanti e le terre agricole lasciate incolte.

Infatti, a rischio è l’attuazione delle strategie From Farm to fork e Biodiversità che sostengono lo sviluppo di un’agricoltura più sostenibile da una parte e la tutela della biodiversità delle terre incolte dall’altra. Diversi Stati fanno un passo indietro rispetto agli impegni sottoscritti per far fronte alla crisi cerealicola scatenata dal conflitto, puntando alla produzione intensiva dei cereali per soddisfare la domanda alimentare e per rendere così l’Europa indipendente dalle importazioni in futuro.  Molti tentano di scongiurare questo stop rispetto agli sforzi di avviare politiche ambientali più strutturali nel Continente.

Allo stesso modo il grande pericolo di rallentamento sulle politiche innovative investe anche il campo energetico. La dipendenza dalla fornitura di gas dalla Russia, infatti, ha riaperto il dibattito sull’utilizzo delle fonti fossili per liberare il nostro e altri Paesi dalla morsa dell’innalzamento dei prezzi. Queste proposte, insieme alla possibilità di affidarsi al nucleare o al gas naturale liquefatto, puntano a risolvere nel breve tempo la crisi energetica.

La sostenibilità energetica, da un lato sarebbe altrimenti d’intralcio per l’Europa nel tentativo di liberarsi dalla Russia sul fronte energia, dall’altro comporterebbe un costo insostenibile per i Paesi colpiti. Anche su questo fronte, dunque, la comunità internazionale mette in pausa gli impegni sulle rinnovabili e l’avvio della Transizione Ecologica.

Sulla grande scia degli impegni globali per il clima, le tensioni tra i Governi e il gioco di alleanze pone in seria discussione anche la diplomazia per il clima e l’ambiente.

In un contesto basato sulla cooperazione e sullo sforzo degli Stati per un bene ambientale comune, gli schieramenti tra forze non facilitano i rapporti anche su questo fronte diplomatico e, lo scorso marzo,  l’Ucraina ha chiesto ufficialmente l’esclusione della Russia da istituzioni e accordi ambientali internazionali, sostenendo:

Lo Stato aggressore a livello internazionale si è impegnato a proteggere e preservare l’ambiente sui principi della piena uguaglianza di diritti e responsabilità degli Stati membri, rispettare la sovranità nazionale e l’indipendenza delle parti contraenti, non interferire nei loro affari interni, rispettare le leggi internazionali. L’aggressore ha gravemente violato i principi universali e le norme del diritto internazionale sull’ambiente, mostrando mancanza di rispetto nei confronti dei Paesi parte. 

Una crisi “a lunga gittata”, dunque, che compromette politiche globali che andrebbero poste al di sopra degli interessi bellici.

Tale incertezza comprende anche la cooperazione nel mondo scientifico, che con l’esclusione della Russia rischierebbe di perdere dalla ricerca e dal monitoraggio ambientale enormi porzioni di territorio artico, ad esempio.

Campi di grano in Ucraina
Campi di grano in Ucraina. Foto di Ilya da Google Immagini con licenza Creative Commons

Il conflitto tra Russia ed Ucraina scopre una questione che riguarda tutte le guerre in ogni epoca storica: quella degli effetti che esse hanno sull’ambiente.

I grandi conflitti del passato, come la Grande Guerra o la Guerra del Vietnam hanno avuto conseguenze tali che l’ONU ha istituito, il 6 novembre, una Giornata Internazionale per prevenire lo sfruttamento dell’ambiente durante i conflitti armati, iniziativa al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema.

I fronti di riflessione sono essenzialmente due: quanto la guerra impatti sull’ambiente nel breve e lungo periodo e quanto il sostentamento militare privi l’ambiente degli giusti sforzi.

Per quanto riguarda il primo aspetto l’Osservatorio su Conflitti e Ambiente mostra come la guerra possa impattare sull’ambiente in diverse direzioni: dall’inquinamento idrico e atmosferico causati dagli scontri fino ai residui tossici lasciati sui teatri degli scontri e dalle basi militari che nessuno bonifica. A questi effetti si aggiungono altre ricadute sulle popolazioni: ad esempio i campi profughi, messi in piedi spesso con grande velocità e in località non ottimali, generano una pressione antropica che impatta sulle falde acquifere e sul terreno.

L’atteggiamento militare, allo stesso modo, spesso fa dello sfruttamento e depauperamento ambientale un punto strategico, devastando campi coltivati e aree forestali, altrimenti utilizzabili dalle popolazioni attaccate per la propria sopravvivenza. Anche nel post-conflitto, l’uso delle mine in gran parte dei casi rende infertili e mai più coltivabili intere porzioni di territorio, sottraendolo alle già provate vittime e alla tutela e gestione ambientale.

Sull’altro fronte l’impatto delle attività militari (preventive o offensive che siano) non è mai menzionato negli accordi e negli impegni per la salvaguardia del clima e della sostenibilità, escludendo il mondo delle armi dalle responsabilità verso il Pianeta.

Non solo, molte missioni militari hanno il preciso scopo di difendere quelle attività governative che generano un impatto sulla sostenibilità molto alto, come emerge da un rapporto di Greenpeace che stima come circa due terzi delle missioni militari UE siano collegate a risorse non rinnovabili.

I costi dell’attività bellica che passano in sordina si associano alle spese che ad essi sono accompagnate, che hanno visto anche un notevole aumento.

La prospettiva ambientale è che tali spese possano essere reindirizzate ad alimentare l’impegno per la tutela della biodiversità, lo stop al cambiamento climatico e la transizioni a modelli più sostenibili. I recenti risultati oltre i confini del conflitto conducono all’investimento nelle rinnovabili e ad una rivoluzione energetica come soluzione urgente, duratura e strutturale.

La guerra ci spinge nel male ad accelerare verso il bene.

Vanna Lucania

Laureata in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, esprime con la parola scritta i suoi interessi per l'educazione, l'ambiente e l'Africa. Dal volontariato alle ONG coltiva l'obiettivo di "lasciare il mondo migliore di come lo ha trovato".

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