Mangiare bio: limiti, dubbi e contraddizioni della filiera sostenibile

Un vecchio detto sostiene che siamo ciò che mangiamo. Siamo la continuazione delle nostre tradizioni culinarie o la sintesi delle mode del momento. E sempre di più, negli ultimi anni, siamo consapevolezza, ricerca del giusto anche a tavola. Questo è ciò che ci racconta l’ascesa del biologico come scelta di consumo.

Incoraggiati e rassicurati dalla sigla “BIO” e dal tipico colore verde che ci riporta alla natura e al benessere, ormai troviamo con sempre più facilità per la nostra spesa prodotti biologici, dal grande supermercato al rivenditore locale. La sua crescente diffusione riporta al nostro sguardo anche quanto il panorama dei prodotti biologici sia variegato, in termini di produttori, distribuzione e prezzi e quanto, ad uno sguardo più attento, il nostro acquisto possa rivelarsi un reale sforzo per l’ambiente e la salute, o un mero palliativo per la coscienza.

Quando si parla di prodotto biologico si fa riferimento alle sue modalità di produzione, esso deve cioè contenere ingredienti provenienti dall’ agricoltura biologica o provenire da aree dove certi principi siano rispettati. Un prodotto bio sarà coltivato senza l’uso di agenti chimici, pesticidi nè di OGM per la sua totale (o di maggioranza) percentuale.

La “cultura” del biologico si è fatta strada sullo scenario alimentare intorno agli anni Sessanta, quando superata l’emergenza post conflitto ci si è chiesto se i metodi dell’agricoltura tradizionale e l’impiego dei prodotti chimici fosse sostenibile per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Così, da settore di nicchia ed elitario, si è sviluppato un approccio olistico alla coltivazione. 

Anche l’Unione Europea sul metodo dell’agricoltura biologica conviene che il suo scopo sia non soltanto la produzione di alimenti con sostanze e processi naturali, ma che questi ultimi siano volti ad avere un impatto ambientale limitato. Centrali sono dunque anche l’impiego di risorse ed energia, il rispetto della biodiversità e l’equilibrio degli ecosistemi.

Foto di Uwe Aranas, da Google Immagini con licenza Creative Commons

L’attenzione all’ambiente si aggiunge ai motivi per cui la scelta di un consumatore ricade sul biologico, unita all’esigenza di alimenti meno contaminati da agenti chimici e ad un gusto più genuino.  Le aziende che si dedicano alla pratica dell’agricoltura biologica sono in aumento, contando in Italia oltre 80.000 aziende con circa il 16% di superficie agricola votata al bio.

Il trend positivo investe anche il consumo che è in netta crescita, sia sul suolo europeo che in quello italiano. Degno di nota, è il dato che consegna alla grande distribuzione il primato di commercio dei prodotti biologici: per un totale di circa 2 miliardi di euro, essa copre circa il 70% delle vendite bio nel nostro Paese.

Apripista in questo straordinario andamento sono le grandi catene di supermercati che del biologico hanno fatto anche una bandiera, aprendosi ad intere linee a marchio privato (le cosiddette private label) che man mano ricoprono una gamma sempre maggiore di prodotti. Marchi noti e grande distribuzione abbattono i costi che notoriamente investono il settore del biologico, aprendo al grande pubblico la possibilità di fruizione di prodotti green. Ma non sono poche le perplessità.

I numeri rassicuranti sullo sviluppo e sulla fruizione del bio fotografano certamente un atteggiamento dei mercati più attento, una crescente domanda di consumo critico cui rispondere e un sistema legislativo che  si evolve alla luce del quadro generale.

In questo senso, la normativa europea relativa alla produzione degli articoli biologici, offre un’ulteriore garanzia, costituendo uno dei sistemi normativi più avanzati e rigidi in materia.

Entrato in vigore il 1 gennaio 2022, il nuovo Regolamento europeo 848/2018 rafforza ulteriormente i sistemi di controllo della filiera di produzione del biologico; introduce nuove regole sui prodotti bio importati per garantire che il biologico esterno all’Unione ne rispetti comunque gli stessi standard; amplia la lista di prodotti che possono essere commercializzati e introduce nuove norme che consentiranno anche agli agricoltori più piccole di convertire le produzioni in biologiche.

L’Italia, ulteriormente, si lancia nella sfida del “biologico italiano”, allineandosi con le direttive comunitarie e cercando di salvaguardare le specificità alimentari del nostro territorio, attraverso il DDL 988.

La sintesi degli sforzi legislativi di tutela del bio diventa evidente con l’affissione sugli articoli venduti del conosciuto logo (neanche a dirlo, verde) che attesta l’approvazione secondo gli standard europei della provenienza da agricoltura biologica. La fogliolina a stelle ci assicura che stiamo comprando un prodotto contenente almeno il 95% di ingredienti bio, che esso è stato sottoposto al controllo su tutta la filiera di enti europei e ministeriali preposti e informazioni aggiuntive poste accanto al logo ci informano anche da dove quegli ingredienti provengono.

La politica europea richiede sicuramente di rispondere a criteri molto alti di eleggibilità per un prodotto che vuole essere bio e questo può costituire sicuramente una sicurezza per la nostra spesa, Ma la domanda è: quando acquistiamo un prodotto biologico, siamo sicuri che tutta la  “gamma di pretese” e di aspettative che investono ciò che biologico sia soddisfatto?

Se la scelta di comprare bio è legata ad un sistema complesso e diverso di fattori, la modalità di produzione degli ingredienti non ci sta dicendo tutto.

Questo vale soprattutto per il biologico su larga scala e della grande distribuzione che oggi domina il mercato. Al produttore non è vietata la possibilità di affiancare le coltivazioni destinate al biologico a metodi di produzione tradizionale e il caso dei suddetti big del mercato ci da un’informazione in più sull’etica dell’azienda e sulle pratiche sostenibili di produzione, aprendo inoltre al rischio di contaminazione e di falle nel sistema di controllo che potrebbe incresparsi in una filiera lunga.

Ancora, la consapevolezza di voler dare un’impronta di responsabilità ai nostri acquisti dovrebbe investire anche la riflessione sulla prossimità di ciò che acquistiamo e sulla qualità della materia prima.

A dispetto dei colossi, la piccola produzione e le aziende agricole biologiche specializzate che commercializzano i loro prodotti spesso sono portatrici di una mentalità sostenibile a tutto campo, che abbraccia la produzione a km zero, l’attenzione al lavoratore, la ricerca e la conservazione di materie prime privilegiate che possono esprimere tale specificità soltanto come settore di nicchia. 

E nel garantire la qualità della propria offerta alimentare, le piccole realtà spesso si sottopongono a sistemi di certificazione mirate, severe e puntuali che fanno un passo in più. Oltre la fogliolina.

Inoltre, spesso il biologico viene confuso con l’ecologico, rassicurandoci erroneamente sull’ambivalenza dei termini e allontanandoci anche da una considerazione sugli imballaggi, sui trasporti, che non sono riconducibili a quel piccolo marchio verde che tanto ci mette al sicuro.

Organic farm. Foto di S. Maak, da Google Immagini con licenza Creative Commons

Scegliere un prodotto biologico, dunque, non è soltanto l’entusiastico slogan di un marchio, è la ricerca di un criterio più complessivo che indirizzi il consumatore, una consapevolezza che rompa qualsiasi specchietto per le allodole e ci renda critici, ci renda davvero ciò che (o che pensiamo di essere) quando mangiamo.

Vanna Lucania

Laureata in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, esprime con la parola scritta i suoi interessi per l'educazione, l'ambiente e l'Africa. Dal volontariato alle ONG coltiva l'obiettivo di "lasciare il mondo migliore di come lo ha trovato".

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