Migranti criminalizzati: cercano protezione ma finiscono in carcere

Hasan, 23 anni, scappa dalla guerra portando con sé la madre paralizzata, un fratello con problemi psichici e la sorellina. Arrestato, condannato all’ergastolo. È in carcere senza motivo da un anno e cento quarantaquattro giorni.

Naim (nome di fantasia), 25 anni, scappa dalla guerra portando con sé il figlio piccolo che perde durante un naufragio. Arrestato, condannato all’ergastolo. È in carcere senza motivo da un anno e cento quarantaquattro giorni.

Razuli, 23 anni, scappa dalla guerra, completamente solo. Arrestato, condannato a cinquant’anni di reclusione. È in carcere senza motivo da due anni e diciannove giorni.

Amir, 25 anni, scappa dalla guerra portando con sé bambina piccola e moglie in stadio avanzato di gravidanza. Arrestato, condannato a cinquant’anni di reclusione. È in carcere senza motivo da due anni e diciannove giorni. Nel frattempo, sua moglie ha partorito e suo figlio ha compiuto un anno.

Mohamad, 27 anni, scappa dalla guerra portando con sé i suoi quattro figli. Arrestato, condannato all’ergastolo. È in carcere senza motivo da un anno e novantuno giorni.

Khaled, giovane uomo, scappa dalla guerra portando con sé moglie e tre figli piccoli. Arrestato, condannato a cinquantadue anni di reclusione. È in carcere senza motivo da due anni e trenta giorni.

Giustizia per Amir e Razuli, Lesvos
Giustizia per Amir e Razuli, Lesvos – Credits: Elèna Santioli

Questi sono soltanto alcuni esempi dell’atroce pratica che mira a criminalizzare coloro che rischiosamente abbandonano la loro terra in cerca di protezione. Nelle isole greche del Mar Egeo, la criminalizzazione dei migranti è realizzata da anni in modo sistematico.

La legislazione del Paese prevede che il solo fatto per un individuo di essere al timone, anche per qualche secondo, di un’imbarcazione diretta verso la Grecia con a bordo cittadini di Paesi terzi costituisce di per sé un elemento sufficiente per qualificare il fatto come traffico di esseri umani.

Ma il traffico di esseri umani è un business illecito tra i più redditizi di cui le prime vittime – consenzienti ma forzate – sono proprio le persone migranti. Accusare un migrante di essere un trafficante è un’assoluta antinomia priva di qualsiasi logica – ma non di conseguenze.

Per ogni barca, la polizia abitualmente arresta una o due persone. Secondo gli stessi dati del ministero della Giustizia greco, i cittadini di Paesi terzi condannati per traffico di esseri umani rappresentano ad oggi la seconda categoria in termini di numero di persone detenute nelle carceri greche.

E la pena è spropositata. Si tratta generalmente di dieci anni di reclusione per persona trasportata, a cui si aggiunge l’ergastolo nel caso qualcuno abbia perso la vita durante il tragitto e una pena pecuniaria che spesso raggiunge centinaia di migliaia di euro.

È il caso di Hasan, sopravvissuto a un naufragio e condannato a 230 anni di reclusione. Hasan, 23 anni, è originario dell’Afghanistan, da cui riesce a fuggire in cerca di salvezza. Con sé porta la sorellina, un fratello con problemi psichici e la madre paralizzata che porta letteralmente sulle proprie spalle. Dopo estenuanti mesi di viaggio, Hasan e i suoi familiari raggiungono la costa turca.

Nella notte del 7 novembre 2020 salgono su un’imbarcazione per dirigersi in Grecia. Al largo dell’isola di Samos, l’imbarcazione urta una scogliera e si capovolge. Tutti i passeggeri finiscono in mare. Tra loro una donna al nono mese di gravidanza e un bambino di sei anni. La donna partorirà tre giorni dopo. Il bambino non ce la farà. Da quel giorno Hasan è rinchiuso in carcere da dove si preoccupa per i suoi familiari.

Questo deve finire. Io sono il custode della mia famiglia e ho il dovere di aiutarli, perché mia madre è paralizzata, ho una sorella molto giovane e mio fratello ha problemi psicologici. Ho davvero bisogno di stare con loro. Il loro unico riferimento sono io. E ora, a causa di questa storia del conducente della barca, non so proprio cosa fare.

Siamo solo migranti e quando i migranti vogliono venire, i trafficanti (…) li costringeranno (…) a guidare loro stessi la barca a destinazione, sia che sappiano guidare una barca oppure no.

Quella notte, la guardia costiera greca – immediatamente avvisata dell’emergenza – si è avvicinata per ben due volte all’imbarcazione in difficoltà senza tuttavia intervenire.

Insieme a Hasan c’era Naim, il padre del bambino morto durante il naufragio. Naim, 25 anni, è originario dell’Afghanistan, da cui scappa per portare in salvo suo figlio, sei anni, trovato poi senza vita sugli scogli la mattina dopo la tragedia. Naim, sopravvissuto al naufragio, è accusato della morte di suo figlio. L’uomo ha potuto vedere il suo bambino e identificarne il corpo solo dopo le reiterate pressioni alla polizia greca da parte del suo avvocato e di UNHCR. Ora, dal carcere, non si dà pace.

Solidarietà con N. e Hasan, Samos
Solidarietà con N. e Hasan, Samos – Fonte: ResqShip

Sono stati davvero crudeli con me. Ho perso mio figlio. È annegato nell’acqua. Oltre a questo, mi hanno arrestato in quella situazione orribile e mi hanno messo in prigione. Dicono che è la legge. Questa non può essere la legge. Questo è inumano. Deve essere illegale. Vogliono davvero incolparmi della morte di mio figlio? Lui era tutto quello che avevo. Sono venuto qui essenzialmente per lui”

Nel marzo 2020, nell’isola di Lesvos, era stato il turno di Razuli e Amir. Entrambi sono originari dell’Afghanistan. Razuli, 23 anni, fugge in cerca di salvezza completamente solo. Amir, 25 anni, scappa portando con sé moglie in stadio avanzato di gravidanza e bambina piccola. In una notte di marzo del 2020, Razuli, Amir e la sua famiglia salgono su un gommone diretto verso l’Europa.

Non appena entrati in acque greche, la guardia costiera greca tenta di spingerli indietro per mezzo di lunghi pali di metalli che puntano sulla barca. Si tratta di una pratica di respingimento piuttosto comune nel Mar Egeo e di cui l’Agenzia europea di controllo delle frontiere, Frontex, è stata accusata qualche giorno fa di essere a conoscenza. I pali forano il gommone, l’acqua entra, la barca affonda, la guardia costiera è costretta a far salire le persone a bordo della loro imbarcazione.

Sopravvissuti, Razuli e Amir sono rinchiusi in carcere, condannati a cinquant’anni di reclusione per traffico di esseri umani [Ndr. Amir e Razuli sono stati addirittura accusati del proprio ingresso illegale in quanto nel marzo 2020 il Governo greco aveva sospeso, in violazione manifesta del diritto dell’Unione europea e della Convenzione di Ginevra, il diritto a richiedere asilo che è uno dei diritti fondamentali tra i più importanti].

Sempre a Lesvos, qualche mese più tardi, è stato Mohamad ad essere arrestato. Mohamad, 27 anni, è originario della Somalia, da cui scappa per portare in salvo i suoi quattro figli. Nel dicembre 2020, sale insieme a loro su un gommone. Il gommone si ribalta, affonda. Due persone muoiono. Mohamad e i suoi figli sopravvivono.

Come dichiarato da alcuni testimoni, passeggeri sopravvissuti al naufragio, Mohamad ha fatto di tutto per salvare la vita delle persone mentre la barca affondava. Ora anche lui è rinchiuso in carcere, condannato a centoquarantasei anni di reclusione.

Nessuna isola del Mar Egeo scampa a questo crudele abuso giudiziario. A Chios, il malcapitato è Khaled. Giovane padre, Khaled è originario della Siria. Riesce a fuggire insieme a sua moglie e ai loro tre figli. Scappano dalla guerra in carca di salvezza. Ma Khaled non l’ha mai trovata. Da due anni è rinchiuso in carcere. Condannato a cinquantadue anni di reclusione.

Tutte queste storie sono accomunate da un’agghiacciante cronaca di ingiustizia sociale che è intenzionalmente attuata nel quadro delle politiche europee di migrazione e realizzata attraverso il criminoso aiuto del Governo greco.

Con la crescente esternalizzazione delle frontiere in Europa e la mancanza di modi sicuri e legali per entrare in Europa e chiedere asilo, coloro che scappano da guerre e persecuzioni sono costretti ad intraprendere pericolosi viaggi che si manifestano spesso letali.

Voci Globali si pone in prima linea in questa battaglia e ha lanciato la campagna “Passaporti, basta privilegi a cui hanno aderito personaggi e associazioni di spicco tra cui Articolo 21, Cecilia Strada, ASGI, Osservatorio Diritti, ResQ People (se ancora non hai firmato, clicca qui).

Ogni giorno, persone che cercano protezione vengono assurdamente arrestate e arbitrariamente condannate a lunghe pene detentive e pesanti multe. Criminalizzare i rifugiati per traffico di esseri umani è un attacco diretto al diritto di asilo.

La punizione sistematica dei migranti e la loro incarcerazione ingiustificata è una pratica riccamente documentata. Legal Centre Lesvos, Aegean Migrant Solidarity, Deportation Monitoring Aegean e Borderline Europe si sforzano da anni ormai di raccogliere testimonianze e pubblicare documenti e rapporti, come “Incarcerating the Marginalized – The Fight Against Alleged Smugglers on the Greek Hotspots Islands”.

Le sentenze che condannano queste persone sono pronunciate quasi sempre in violazione degli standard dell’equo processo e di varie altre disposizioni e regole processuali. La detenzione preventiva ha una durata eccessiva mentre il processo ha una durata eccessivamente ridotta – talvolta di soli quindici minuti, sufficienti per condannare qualcuno all’ergastolo.

L’accusato non ha la possibilità di comunicare con il proprio avvocato né di ricevere informazioni. La traduzione non è fornita oppure – laddove lo sia – è molto scarsa. Le sentenze sono pronunciate nonostante la mancanza di prove. La semplice dichiarazione da parte della guardia costiera greca che la persona abbia guidato il gommone costituisce un elemento sufficiente per una condanna all’ergastolo.

Alle sentenze di condanna si aggiungono poi le gravi conseguenze che esse hanno sulla procedura di asilo del richiedente.

Laddove la condanna sia superiore ai tre anni – che è sempre il caso nella fattispecie di traffico di esseri umani – in virtù dell’articolo 17 dell’IPA (L. 4636/2019), il richiedente asilo perde il diritto a beneficiare della protezione sussidiaria [Ndr. la protezione sussidiaria è una forma di protezione internazionale alternativa allo statuto di rifugiato che spesso è concessa a coloro che provengono dalla Siria in quanto si fonda sulla sussistenza di un danno grave alla persona e non di specifiche circostanze personali].

A Lesvos, il 17 marzo 2022 avrebbe dovuto avere luogo il processo di appello per Amir e Razuli, condannati – lo ricordiamo – a cinquant’anni di reclusione in primo grado per aver presumibilmente guidato l’imbarcazione con cui volevano raggiungere la Grecia per esercitare il loro diritto di richiedere protezione internazionale.

Corte penale di Mitilene, Lesvos
Corte penale di Mitilene, Lesvos – Credits: Elèna Santioli

Per l’occasione, alcuni membri del Parlamento europeo hanno lanciato una petizione e tre di loro – Stelios Kouloglou, Clare Daly, Mick Wallace – si sono recati sull’isola. Lo stesso ha fatto Iasonas Apostolopoulos, noto soccorritore in mare per Mediterranea Saving Humans. Volevano esprimere solidarietà verso Amir e Razuli e opporsi a questa criminosa pratica di criminalizzazione dei migranti. Ma il processo è stato dapprima posticipato e poi interrotto. Riprenderà il 7 aprile 2022.

Come testimoniato dagli avvocati del Legal Centre Lesvos e di Human Rights Legal Project, per adesso il processo di appello si è svolto in violazione di qualsiasi regola di diritto processuale penale greco. I due imputati non sono stati informati di quello che succedeva, la loro comunicazione con i propri avvocati è stata a più riprese ostacolata. Inoltre, sia Amir che Razuli sono stati tenuti ammanettati nell’aula del tribunale per tutto il tempo di attesa del loro processo e la bambina di Amir fatta ingiustificatamente allontanare.

Lorraine Leete, del Legal Centre Lesvos, ha commentato così: “Amir e Razuli non avrebbero mai dovuto essere arrestati, tanto meno condannati e imprigionati, data la mancanza di prove che abbiano commesso il crimine di cui sono accusati. Mentre Amir e Razuli non riavranno mai indietro i due anni che hanno passato in prigione, speriamo che questo errore giudiziario sia rettificato alla continuazione del loro processo d’appello il mese prossimo“.

Con riguardo invece a Hasan e Naim, Dimitris Choulis, di Human Rights Legal Project, ha dichiarato: “Facendo questo, criminalizziamo i richiedenti asilo che non hanno alternative. C’è una parte del viaggio in cui l’unica cosa che possono fare è guidare la barca per salvarsi la vita“. Il loro processo di appello si terrà a Samos il 22 maggio 2022 (clicca qui per firmare la petizione).

Chi fugge da guerre e persecuzioni ha il diritto di richiedere asilo politico in un Paese terzo. La crescente chiusura delle frontiere europee e le recenti politiche di esternalizzazione non lasciano alle persone altra scelta che quella di intraprendere rischiosi viaggi per salvare la vita loro e dei loro familiari.

Le morti per annegamento o assideramento ai confini d’Europa sono il risultato diretto di queste politiche. Se dobbiamo cercare un responsabile, quello è senza dubbio l’Europa – o la guardia costiera greca. “Non è stato il mare, non è stato il vento, sono state le politiche e la paura”, il messaggio inciso sulla lapide del figlio di Naim.

La pratica dell’Unione europea di rendere inaccessibili i mezzi sicuri e legali per arrivare sul territorio europeo ha largamente contribuito al pericoloso business del traffico di vite umane. Le morti ai confini d’Europa sono responsabilità nostra e non una sfortunata combinazione di circostanze né responsabilità di chi miracolosamente sopravvive.

Nessun Naim, nessun Hasan, nessun Mohamad sono responsabili per il naufragio dell’imbarcazione che doveva portarli in salvo. Loro sono i sopravvissuti al naufragio. Nessun Naim, nessun Hasan, nessun Mohamad sono trafficanti di esseri umani. Loro sono le vittime dei trafficanti.

La pratica quotidiana di incarcerare cittadini di Paesi terzi in cerca di protezione è criminale e scandalosa, le pene a loro inflitte sproporzionate e infondate. Tuttavia, la criminalizzazione dei migranti passa ancora inosservata.

Sono in centinaia ad essere incarcerati anche se non se ne sa nulla. Sono rinchiusi in celle, senza la possibilità di vedere nessuno. Non sono in contatto con l’esterno, non hanno idea di cosa stia accadendo loro. Non possiedono un passaporto europeo, non parlano la nostra stessa lingua. Non conoscono la legge e non sempre hanno accesso ad un avvocato. Non sono ricchi, non sono famosi. Sono esausti, traumatizzati, debilitati.

Gli errori giurisdizionali sono sempre da condannare. Ma quando essi sono il frutto di un preciso e indecoroso piano politico mirato a minare i diritti di persone vulnerabili in cerca di protezione, essi costituiscono una pericolosissima deriva giudiziaria e devono essere denunciati con la più grande fermezza.

Bisognerebbe smettere di trattare coloro che cercano protezione come dei criminali. E invece mostrare solidarietà a coloro che scappano da conflitti armati e persecuzioni e che poi sono costretti ad affrontare il criminale regime punitivo alle frontiere dell’Europa.

Elèna Santioli

Giurista internazionale con doppia laurea in Giurisprudenza conseguita presso la Sorbona, si specializza nella lotta contro la tratta dei minori e nel diritto d'asilo. Co-fonda a Parigi l’associazione Réfugiés Bienvenue e collabora a Dakar con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, prima di prendere parte all’intervento di Première Urgence Internationale in Iraq e di Avocats Sans Frontières France a Samos. Collabora con Legal Centre Lesvos e coordina per Refugee Legal Support un progetto di assistenza legale a favore dei richiedenti asilo.

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