Ingiustizia alimentare, questione legata alle dinamiche di potere

[Traduzione di Valentina Gruarin dell’articolo originale di Harriet Elizabeth Smith, Ruth Smith e Todd Rosenstock pubblicato su The Conversation]

Il mais ha nutrienti limitati, eppure viene prodotto in Africa per essere commerciato ed esportato. Flickr/NancyLiza, CC BY-NC-ND 2.0.

La pandemia da COVID-19 – insieme alle crescenti minacce relative al cambiamento climatico, alla diffusa malnutrizione, all’instabilità economica e ai conflitti geopolitici – ha accentuato gli effetti negativi del modo di produrre, distribuire e consumare proprio dell’Occidente, rendendo sempre più chiaro il bisogno urgente di rendere più equo il sistema alimentare a livello globale.

Un esempio dell’attuale ingiustizia alimentare si può individuare negli Stati Uniti, dove chi è povero o fa parte di una minoranza etnica non ha facilmente accesso a cibi sani. Questa situazione, aggravata dal COVID-19, è stata definita apartheid alimentare. Si verificano spesso casi in cui le corporazioni controllano la distribuzione degli alimenti al posto dei produttori locali, privandoli della possibilità di guadagno.

Per cambiare questa modalità produttiva, è importante comprendere quali siano le parti che traggono vantaggio dall’attuale sistema e, soprattutto, quali perdano se messe fuori gioco e private dell’accesso al cibo sano.

È necessario che nella gestione delle filiere produttive e di consumo si considerino i diversi fattori – come sesso, età, disabilità, etnia e religione – che determinano categorie di soggetti più vulnerabili a cui prestare maggiore attenzione.

Per esempio, i programmi di sviluppo internazionale promossi dai Governi e dagli enti di beneficenza spesso si concentrano sul sostegno alle donne perché considerate vulnerabili. Questo approccio, però, rischia di trascurare altre cause di povertà, comprese quelle relative alle appartenenze sociali – etnie e classi – emarginando quindi altri gruppi esposti.

In Tanzania, si è scoperto che questa eccessiva semplificazione nel decidere a quali categorie sono riservate determinate risorse, rafforza le gerarchie di potere esistenti all’interno delle comunità. Ciò significa che chi non gode del necessario potere sociale, come le donne più povere, non riesce a beneficiare delle risorse fornite.

Al contrario, la ricerca dimostra che i progetti di sviluppo sono tendenzialmente migliori quando tengono conto delle norme sociali proprie della comunità locale. Per esempio, in Bangladesh, uomini e donne delle comunità indù e musulmane lavorano nelle zone umide, ma ogni gruppo ha un ruolo diverso. I ricercatori hanno dimostrato come i progetti di gestione comunitaria delle zone umide siano risultati più efficaci nelle situazioni in cui i lavoratori abbiano mantenuto i ruoli tradizionali, in base al genere e alla religione.

Un approccio intersezionale risulta utile per andare oltre le categorie semplicistiche, ad esempio quelle che definiscono la donna come “vulnerabile”, portando invece l’attenzione sulle strutture di potere – spesso fondate su un sistema di disuguaglianza –  che modellano l’accesso alle risorse. Questa intersezionalità dovrebbe essere incorporata all’interno della scienza dell’alimentazione, al fine di assicurare alle persone emarginate e vulnerabili un cambiamento di cui siano protagoniste.

Dinamiche di potere

È anche importante comprendere come le dinamiche di potere influenzino l’organizzazione dei sistemi alimentari, sia all’interno delle famiglie che nelle istituzioni governative.

Nell’affrontare le problematiche vissute dalle donne e dalle ragazze in Burundi, CARE International ha lavorato con un gruppo di uomini e donne provenienti dalle comunità locali, per analizzare i sistemi di potere, riflettere sui ruoli di genere e incoraggiare la partecipazione attiva e paritaria delle donne alle decisioni della comunità. I risultati hanno dimostrato il miglioramento della produttività agricola, l’aumento dell’empowerment delle donne e dell’uguaglianza di genere.

Un gruppo di donne africane preparano cibo locale. Attribuzione: Flickr/CGIAR System Organization, CC BY-NC-SA 2.0.

È fondamentale anche la creazione di spazi inclusivi e sicuri per dare voce alle categorie emarginate. Gli approcci creativi, come il teatro, la danza e la musica, forniscono un potente mezzo attraverso il quale raggiungere questo obiettivo.

Per esempio, lo spettacolo Roktim: Nurture Incarnadine, una produzione dell’Ananya Dance Theatre, esplora le politiche alimentari femministe attraverso la danza. La performance mette in risalto le questioni relative alla sostenibilità e alla giustizia nei sistemi alimentari, dimostrando così il grande potere dell’azione comunitaria.

Ingiustizia

L’ingiustizia storica ha un ruolo importante nel fallimento continuo dei sistemi alimentari. Per esempio, in questo caso specifico dobbiamo capire come il colonialismo abbia plasmato i processi produttivi e come continui a farlo tuttora.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, il Governo coloniale presente in Zambia ha promosso la produzione di mais rispetto a quella di colture indigene come il miglio e il sorgo. Ancora oggi, il Governo zambiano spende quasi l’80% del budget agricolo annuale nella produzione di mais. Di conseguenza, il mais – che fornisce nutrienti limitati – domina la dieta zambiana, contribuendo all’insicurezza alimentare cronica della regione.

Per comprendere come migliorare la progettazione e il funzionamento dei sistemi alimentari, è necessario che i ricercatori tengano conto di come il periodo coloniale abbia contribuito a formarli e perpetuarli negli anni. I processi coloniali di sfruttamento e distruzione sociale e ambientale, come la tratta transatlantica degli schiavi, si riflettono infatti nei moderni sistemi alimentari – basti vedere la vasta produzione di mais, che domina il mercato in tutta l’Africa.

Un approccio decoloniale può essere utile a identificare e sfidare il potere, il privilegio e la disuguaglianza, spesso insiti nella ricerca stessa. Per esempio, i programmi di ricerca e di gestione delle risorse vengono solitamente condotti da studiosi provenienti da Paesi sviluppati, piuttosto che dalle loro controparti nei Paesi in Via di Sviluppo.

Inoltre le ricerche sono spesso pubblicate solo in lingua inglese, precludendone l’accesso alle comunità in cui non si parla inglese.

Tradizionalmente, uno dei prerequisiti fondamentali della scienza è l’osservazione imparziale. Eppure, tutte le ricerche condotte in ambito alimentare riflettono pregiudizi culturali che mostrano come i ricercatori siano profondamente influenzati dai propri valori. Raggiungere una consapevolezza riguardo a come viene creata la conoscenza scientifica è un passo fondamentale per raggiungere la giustizia.

Dal co-sviluppo di tecnologie agricole, alla progettazione e al lancio di programmi alimentari, i ricercatori hanno la possibilità di stabilire quali categorie di analisi saranno centrali per la ricerca e chi ne saranno i beneficiari.

Valentina Gruarin

Laureata in Storia e Politica Internazionale, specializzata in Politiche Europee. Si interessa di politica estera dell'UE con uno sguardo particolare alle zone del Nord Africa e Medio Oriente. Ha frequentato un corso di formazione "analista euro-mediterraneo" presso l'Istituto Affari Internazionali. Laureata con il massimo dei voti, ha svolto una tesi magistrale attorno al tema delle teorie post-development, alternative non-eurocentriche al concetto di sviluppo.

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