Delta del Niger, l’alleanza letale tra Stato e compagnie petrolifere

[Traduzione a cura di Valentina Gruarin dell’articolo originale pubblicato su openDemocracy]

Bambini di fronte ad un'esplosione di gas sul Delta del Niger
Bambini di fronte ad un’esplosione di gas sul Delta del Niger. Attribuzione: Elaine Gilligan, CC BY-NC-ND 2.0

Ken Henshaw è il direttore esecutivo di We The People, un’organizzazione non governativa con sede a Port Harcourt, in Nigeria. Henshaw lavora a stretto contatto con le comunità locali per sostenere l’impegno civile riguardo la giustizia ambientale ed ecologica.

In questa intervista rilasciata al giornalista Freddie Stuart, Henshaw discute della storia del colonialismo britannico in Nigeria e dell’eredità della multinazionale del petrolio Royal Dutch Shell nel Delta del Niger, riportando il malcontento delle comunità locali indigene e la loro richiesta di risarcimenti per lo scempio causato dall’estrazione del greggio.

Segmenti di questa intervista sono apparsi originariamente nella serie di podcast “Planet B” come parte del progetto Perspectives on a Global Green New Deal della Fondazione Rosa Luxemburg. La conversazione è stata modificata ai fini di una maggior chiarezza.

Freddie Stuart: Nel suo pezzo per Perspectives, lei delinea il contesto storico della speculazione aziendale e della repressione statale nel Delta del Niger, in Nigeria. In particolare cita l’incendio britannico del 1895 di Brass –  un fiorente villaggio commerciale nel Delta – al fine di garantire il monopolio dell’olio di palma alle aziende britanniche. Può dirci di più su questo incidente, spiegando perché è rappresentativo della più ampia storia del colonialismo britannico in Nigeria?

Ken Henshaw: Il colonialismo britannico in Nigeria appoggiava apertamente i commercianti europei, rispetto alle comunità locali nigeriane. Quando i regni del Delta del Niger cercarono di rompere il monopolio dei portoghesi, furono brutalmente repressi. Nel momento in cui il re di Brass cercò di ottenere un accordo commerciale più equo, il risultato fu un massacro. Questo rapporto di produzione tra i commercianti europei e quelli locali in Nigeria si è ripresentato nel settore petrolifero.

Gli europei sono sempre stati i principali commercianti, mentre le popolazioni indigene erano considerate artigiane e, per questo motivo, svolgevano una parte marginale negli accordi commerciali.

Vi sono molti casi in cui i commercianti europei – lavorando al fianco delle nazioni europee – hanno represso le imprese locali per trarne un vantaggio diretto. Ciò continuò fino all’epoca coloniale, quando i rapporti di produzione si ufficializzarono a favore del colonialismo britannico. A quel punto, si è assistito all’istituzione di un colonialismo formale in Africa e i suoi abitanti sono diventati sudditi della corona britannica.

Durante il periodo del colonialismo, i rapporti di produzione favorivano ancora gli europei, rispetto alle popolazioni locali. Tutte le infrastrutture istituite durante la missione colonizzatrice erano evidentemente costruite a vantaggio degli inglesi.

Per esempio, quando furono costruite in Nigeria le reti ferroviarie, queste partivano tutte dall’entroterra e percorrevano la costa per facilitare lo spostamento delle merci da esportare in Europa. I colonizzatori crearono delle forze di polizia nigeriana – che furono ereditate nel 1960 dalla Nigeria indipendente – per assicurare l’ordine, mentre i saccheggi e gli sfruttamenti delle risorse continuavano. Anche le attuali strutture di Governo sono state create dagli europei: i coloni hanno istituito una forma di dominio utile a servire e proteggere solo le élite, sia a livello locale che internazionale.

FS: Può parlarci della crescita dell’estrazione del petrolio nel Delta del Niger negli anni ’50, e di come la nuova economia petrolifera abbia assunto gli stessi modelli coloniali di commercio che ha appena descritto? In particolare, può parlare del ruolo delle multinazionali nel ricreare e mantenere questi sistemi di oppressione neocoloniale?

KH: Nei primi anni ’40, si scoprì che la Nigeria sarebbe stata una risorsa promettente per l’estrazione del petrolio. Le licenze di trivellazione furono assegnate dalle autorità coloniali: dapprima l’autorizzazione fu concessa alla Shell, la prima compagnia ad aver scoperto il petrolio greggio in quantità commerciali.

Dall’inizio dell’estrazione, non ci fu alcun dialogo con le comunità locali del Delta del Niger, dove era situati i giacimenti di greggio. Le trattative vedevano come protagoniste solo le autorità coloniali e le compagnie petrolifere di proprietà europea.

L’obiettivo non era quello di concedere questa nuova risorsa agli abitanti del luogo. Lo scopo dei negoziati era quello di delineare i modi e i mezzi tramite i quali il petrolio potesse essere trasportato fuori dal Paese per contribuire all’economia, al benessere e allo sviluppo della Gran Bretagna e dell’Europa.

Oggi si usa affermare che, prima di definire qualsiasi progetto di estrazione di risorse, sia necessario ottenere il consenso preventivo della popolazione locale; nella realtà ciò non si è mai verificato. L’estrazione del petrolio è sempre stata un’imposizione dall’esterno, contro le popolazioni indigene. Per questo motivo, la comunità nigeriana si sente tuttora tagliata fuori dal commercio petrolifero, nonostante le risorse appartengano alla loro terra.

Quando la Nigeria raggiunse l’indipendenza nel 1960, le compagnie petrolifere si trovarono costrette a intrattenere relazioni commerciali con il Governo nigeriano, per sostenere gli stessi livelli di produzione ed estrazione del greggio. Le forze di sicurezza nigeriane, la magistratura e la classe dirigente hanno protetto e appoggiato le compagnie petrolifere.

FS: Nel 1992, lo scrittore e attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa dichiarò: “Gli Ogoni sono stati gradualmente indeboliti dall’azione congiunta della Shell, della maggioranza etnica assassina in Nigeria e delle dittature militari del Paese”. Può descrivere come questa relazione sussista ancora oggi e quale ruolo abbia giocato la comunità internazionale nel perpetuare questa dinamica?

KH: Negli anni ’90, il gruppo etnico degli Ogoni, residente in una zona del Delta del Niger dove si trovano alcuni dei più grandi giacimenti di petrolio di proprietà della multinazionale Shell, ha richiesto un accordo sia al Governo nigeriano che alla compagnia petrolifera. La popolazione indigena ha fatto presente di non aver tratto alcun beneficio dall’estrazione del petrolio in quelle zone.

Al contrario, gli Ogoni hanno potuto solo constatare l’esistenza di un sistema di distruzione ambientale che nega alle popolazioni locali i mezzi di sussistenza. Gli abitanti sono perlopiù pescatori e agricoltori; l’estrazione del petrolio ha inquinato i terreni agricoli, ha reso impossibile piantare i semi nella terra e farli germogliare al momento giusto per produrre generi alimentari per le persone. I pescatori non possono più svolgere la loro attività perché i fiumi sono ormai privi di ogni forma di vita acquatica.

Nel 1990, il popolo degli Ogoni era ormai ridotto a uno stato di povertà assoluta a causa dell’estrazione del petrolio. L’attivista per i diritti ambientali Ken Saro-Wiwa ha chiesto di ridefinire il rapporto tra la popolazione locale e la compagnia petrolifera. Gli Ogoni hanno chiesto a Shell di porre rimedio ai danni ambientali causati o di fermare definitivamente le estrazioni.

È cominciata così la repressione da parte dello Stato e delle compagnie petrolifere. Le rivolte di Ken Saro-Wiwa e del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni (MOSOP) furono violentemente represse dallo Stato nigeriano. Migliaia di persone rimasero ferite o uccise, le donne furono violentate, le proprietà distrutte.

Attualmente gli Ogoni vivono fuori dalla Nigeria come rifugiati richiedenti asilo politico. Sono stato a Ouidah, in Benin, dove sorge un grande insediamento di Ogoni ancora troppo traumatizzati per tornare a casa, in Nigeria. Rimangono lì essenzialmente a causa del trauma subito dalla repressione.

Ma, sorprendentemente, per la prima volta nella storia della lotta dei popoli indigeni contro le multinazionali, gli Ogoni sono riusciti a impedire alla Royal Dutch Shell di continuare l’estrazione di greggio nel loro territorio.

L’attività della Shell nella terra degli Ogoni è stata determinata da un’incredibile alleanza tra lo Stato repressivo e le compagnie petrolifere. Abbiamo visto funzionari delle multinazionali schierare truppe militari e le forze nigeriane eseguire gli ordini delle compagnie petrolifere. Abbiamo vissuto una situazione in cui, a un certo punto, le forze nigeriane erano armate per difendere gli interessi delle compagnie petrolifere. Possiamo provare l’esistenza di un tribunale illegale con i rappresentanti della Shell seduti in aula, che osservavano il procedimento influenzando il processo e assicurandosi che raggiungesse il fine desiderato.

Ma abbiamo osservato lo stesso modello in altre parti del Delta del Niger. Siamo stati testimoni di altre situazioni in cui le comunità locali hanno compiuto atti di resistenza o richiesto migliori accordi con le compagnie petrolifere, a cui lo Stato ha risposto con lo stesso livello di repressione usato contro gli Ogoni.

L’industria petrolifera in Nigeria è costituita da una moneta con due facce. Una è bianca, ordinata; ha un’immagine e un’identità corporativa, la sua base in Europa e finge di essere onesta. L’altra è armata e repressiva. Ma sono due facce della stessa moneta. Due facce che operano per arrivare agli stessi benefici. Il popolo degli Ogoni ha sofferto la fine di questa empia alleanza. Ma molte altre nazionalità etniche nel Delta del Niger continuano, ancora oggi, ad accusare lo sfruttamento da parte di queste multinazionali.

Purtroppo, la comunità internazionale non ha fatto quanto avrebbe dovuto per affrontare questo tipo di situazioni. Alcune comunità locali provenienti dal Delta del Niger, sfruttate dalle compagnie petrolifere, cercano giustizia fuori dalla Nigeria. Si rivolgono all’Aia e altrove, perché la scellerata alleanza tra lo Stato repressivo e le compagnie petrolifere non consentono loro di avere giustizia nel proprio Paese. Sono pochi i casi di comunità che sono riuscite ad ottenere giustizia. Nella stragrande maggioranza degli episodi, le compagnie petrolifere continuano a opprimere le persone, ad abusare dei loro diritti e a distruggere i mezzi di sussistenza delle popolazioni indigene.

La comunità internazionale deve considerare questi casi emblematici come indicatori di azioni molto più grandi che accadono sul terreno africano ogni giorno. È necessario che le organizzazioni internazionali comincino a essere proattive e a rendersi conto che quello che sta succedendo in Nigeria, tra il Governo e l’industria petrolifera, non è un affare. È criminalità.

FS: Può parlarci delle popolazioni indigene del Delta del Niger, il cui sostentamento dipende dalla terra e dai fiumi in cui si trova il greggio, e spiegare come queste persone siano state sistematicamente escluse da qualsiasi processo decisionale su ciò che accade alla terra in cui vivono?

KH: Le popolazioni del Delta del Niger vivono principalmente lungo il delta del fiume Niger, sulla costa dell’Oceano Atlantico e attorno al Golfo di Guinea. I pescatori vivono lungo le insenature e sulle terre paludose. Coloro che vivono nell’entroterra, su un terreno più solido, sono invece agricoltori.

Storicamente, pescatori e agricoltori vivevano in un territorio che, già nel 1957, venne identificato dal governo coloniale come un caso speciale. In un rapporto del Governo, veniva sottolineato che le popolazioni che abitavano sul Delta del Niger avevano bisogni di sviluppo diversi e molto più complessi rispetto ai popoli che vivevano altrove. Purtroppo, nonostante il rapporto, non è stato fatto nulla per impedire alle multinazionali di sfruttare quei territori.

Prima che il greggio venisse estratto in quantità commerciali, il popolo nigeriano viveva di pesca e dell’estrazione dell’olio di palma. Infatti, in epoca precoloniale, l’olio di palma era il principale prodotto proveniente dalla zona. Veniva esportato e utilizzato in Europa nel periodo della rivoluzione industriale.

Ma l’avvento del petrolio ha distolto l’attenzione da quei luoghi e dai mezzi di sussistenza che si ricavavano. Quelli che erano terreni agricoli molto fruttuosi e fertili sono diventati, col tempo, enormi aree petrolifere. Le vaste foreste dedicate alla caccia, sono state distrutte dal gas flaring – combustione del gas – perdurato nella regione per oltre 60 anni. Le forme di vita acquatica, come pesci, granchi e gamberi, sono state contaminate dall’estrazione e dalle fuoriuscite di petrolio che continuano ancora oggi senza sosta.

Da quando è iniziata l’estrazione del greggio in Nigeria, non vi è stato momento in cui le perdite di petrolio si siano arrestate. Nel 2011, dopo un esame approfondito, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha dichiarato che il suolo della terra degli Ogoni versa in condizioni così terribili che potrebbero essere necessari fino a 30 anni per riportarlo ad uno stato sano, avviando forse il più grande esercizio di bonifica ambientale mai intrapreso dall’uomo. Il solo inizio del processo di pulizia costerà circa 1 miliardo di dollari. L’intero Delta del Niger soffre dello stesso inquinamento ambientale a causa dell’estrazione petrolifera durata più di 60 anni.

Se si prende ad esempio il rapporto delle Nazioni Unite sulla terra degli Ogoni, si può calcolare che ci vorrebbero trilioni di dollari per riparare ai vastissimi danni ambientali arrecati, in questa parte del Paese, dalle multinazionali del petrolio.

E ogni volta che le popolazioni indigene chiedono dei cambiamenti, le loro proteste vengono represse dallo Stato. Gli abitanti del Delta del Niger, dai pescatori agli agricoltori, versano in condizioni di miseria. Nelle comunità della regione, i funerali costituiscono l’unica fonte di intrattenimento durante il fine settimana. Per le strade si notano epigrafi che annunciano le morti e ringraziano Dio per la vita concessa. Una vita durata solo 28, 30, o 40 anni, perché a causa dei veleni provenienti dall’estrazione del petrolio, la speranza di vita in quella zona si è accorciata notevolmente.

Nel 1990, dopo 20 anni che la popolazione locale di Umuechem subiva gli effetti dannosi dell’estrazione di petrolio, la Shell non aveva ancora realizzato le promesse fatte alla comunità sulla creazione di infrastrutture, opportunità di lavoro, borse di studio e scuole. Il popolo di Umuechem, dopo aver provato invano a instaurare una corrispondenza epistolare con la Shell, decise di manifestare pubblicamente il proprio malcontento.

La comunità protestò pacificamente presso una località a chilometri di distanza da qualsiasi infrastruttura petrolifera. La Shell si appellò alla polizia mobile, invocando nuovamente la sua scellerata alleanza con lo Stato nigeriano. L’unità di polizia chiamata era la più feroce del Paese, spesso denominata ‘Kill and Go’; quando arrivò nella comunità, scatenò uno dei più grandi momenti di terrore nella storia della Nigeria. La gente fu uccisa e gettata nel fiume. Alcune persone cercarono rifugio nel palazzo del Re della comunità. Il Re, uscito sul balcone, cercò invano di convincere le forze di sicurezza a cessare il fuoco. Lo uccisero senza alcuna pietà. La casa è stata chiusa dall’esterno e data alle fiamme.

Una commissione d’inchiesta provò un uso eccessivo della forza da parte delle unità di sicurezza nigeriane nel trattare con il popolo Umuechem. Furono riconosciuti i danni ed emessi assegni a favore delle persone che avevano subito dei danni in seguito a quel terribile incidente. Tuttavia, gli assegni non furono accettati.

Ancora una volta, il popolo Umuechem del Delta del Niger era stato imbrogliato. Vi sono moltissimi casi in cui vengono alla luce accordi tra le compagnie petrolifere e lo Stato nigeriano, atti a imbrogliare la gente, estrarre quanto più greggio possibile e ottenere il massimo dei profitti. Queste azioni hanno un elevatissimo costo sociale: i mezzi di sussistenza, l’ambiente, la salute e la vita delle comunità locali, vengono distrutti.

Il primo pozzo petrolifero realizzato in Nigeria dalla Shell nel 1956
Il primo pozzo petrolifero realizzato in Nigeria dalla Shell nel 1956. Foto da Flickr, utente Rhys Thom, in CC BY-NC-ND 2.0

FS: Lei scrive che, per aiutare queste popolazioni indigene, “Qualsiasi tipo di transizione si dovrebbe discostare dal solo obiettivo di creare posti di lavoro; sarebbe necessario invece affrontare le conseguenze di decenni di estrazione petrolifera sconsiderata e senza criterio”. Quale deve essere quindi il punto centrale di questo processo di risanamento? Come dovrebbe essere un sistema di risarcimenti veramente giusto ed equo?

KH: Purtroppo il dialogo globale sul Green New Deal non riflette quasi mai un accordo che sia anche giusto. Quando si discute di transizione ecologica, si parla soprattutto della creazione di posti di lavoro “più verdi”, cioè meno distruttivi per l’ambiente.

Sfortunatamente, questa narrazione sta prendendo piede anche in Nigeria, dove il dialogo sulla transizione ha tralasciato l’importante ruolo della giustizia. Nel pensare al Green New Deal, dobbiamo comprendere cosa significhi realmente il termine “transizione”, da e verso cosa.

Così, quando si parla delle comunità del Delta del Niger, di persone che hanno perso il lavoro a causa dell’estrazione del petrolio, o che vedono le loro ricchezze espropriate quotidianamente dall’industria petrolifera, non appare nessuna prospettiva per la creazione di opportunità ecosostenibili. Non esistono nuovi lavori ecologici, perché le fonti di sostentamento delle popolazioni locali, come la pesca e l’agricoltura, sono state distrutte dalle compagnie petrolifere. Quindi, in questo contesto, com’è possibile anche solo pensare a una transizione?

Prima di essa, c’è bisogno di giustizia. Devono arrivare prima i risarcimenti. Per le comunità del Delta del Niger, la transizione e i risarcimenti implicano necessariamente la bonifica delle aree inquinate da anni di estrazione; è necessario restituire le terre espropriate, la forza e il senso di dignità alle popolazioni indigene.

I danni arrecati dall’industria petrolifera dagli anni ’50 sono innumerevoli. Le comunità locali sono state represse e lasciate in condizione di miseria per oltre 60 anni. Se si vuole mettere in atto una transizione, ci si deve prima interrogare su quale sia stato l’impatto del petrolio su queste popolazioni, sulla loro salute, i mezzi di sussistenza, il loro ambiente e modo di vivere. Una volta trovata la risposta, si deve risarcire l’intera regione per i problemi causati. Questo sarebbe il vero significato della transizione, ridare alle persone la vita che, in questi anni, è stata loro tolta.

Il dialogo relativo alla transizione, in questo contesto, deve essere condotto in maniera diversa. Transizione significa qualcosa di totalmente diverso in Europa e nelle società industriali dove l’estrazione è limitata, i benefici sociali sono disponibili e le persone conducono una vita che è considerata dignitosa, per molti aspetti. Questa definizione di transizione è essenzialmente diversa da quella che andrebbe adottata per le comunità del terzo mondo, private per secoli delle proprie risorse. Qui, il dialogo deve essere impostato in maniera differente, avendo cura del fatto che si tratta di zone del mondo in cui il petrolio è stato estratto senza sosta e ha distrutto le fonti di sostentamento delle popolazioni, privandole di forniture di energia, di sicurezza e benessere.

FS: Nel contesto della Nigeria, dell’estrazione del petrolio e della repressione nel Delta del Niger, cosa significa il termine “debito”? Cosa significa, per il popolo nigeriano, l’intenzione di richiedere dei risarcimenti?

KH: Per le comunità del Delta del Niger, il debito non deve essere necessariamente finanziario, purché comporti riparazioni e restituzione.

Non possiamo trascurare anni di distruzione. Le compagnie petrolifere non possono letteralmente invadere un Paese, distruggere l’ambiente, estrarre risorse in modo spietato per oltre 60 anni e poi andarsene liberamente, rimanendo impuniti, dopo aver rovinato la vita agli abitanti di quelle terre ormai devastate.

Per noi, debito significa che le compagnie petrolifere che hanno commesso atrocità ambientali debbano rispondere dei crimini che hanno compiuto. Coloro che hanno distrutto la vita e i mezzi di sussistenza delle comunità indigene, si devono assumere la responsabilità di riparare ciò che è stato rovinato.

Attualmente, la maggior parte delle compagnie petrolifere in Nigeria sono coinvolte in operazioni di disinvestimento. Stanno cambiando i loro nomi, non si chiamano più compagnie petrolifere, ma compagnie energetiche. Molte di queste multinazionali stanno vendendo i loro beni e lasciando il Paese. Vendono le attività, ma non le loro passività, cioè le responsabilità ambientali, ecologiche e di sostentamento, che stanno lasciando in eredità alle comunità locali.

Le compagnie responsabili delle estrazioni hanno un debito verso le popolazioni, per le vite e le terre distrutte. Per noi, il dialogo sulla transizione ecologica è incompleto senza il ripristino di ciò che è stato rovinato nell’era del petrolio.

Il petrolio ha distrutto le vite di innumerevoli comunità nella regione del Delta del Niger e ha lasciato un debito che deve essere ripagato. È un debito di bonifica, di restituzione e di responsabilità. È un debito che le popolazioni del Delta del Niger sono pronte e determinate a ricevere.

Ma sfortunatamente, raggiungere i responsabili e chiedere conto dei loro danni è difficile, perché le compagnie petrolifere continuano a essere protette dallo stesso vecchio legame con lo Stato repressivo.

Valentina Gruarin

Laureata in Storia e Politica Internazionale, specializzata in Politiche Europee. Si interessa di politica estera dell'UE con uno sguardo particolare alle zone del Nord Africa e Medio Oriente. Ha frequentato un corso di formazione "analista euro-mediterraneo" presso l'Istituto Affari Internazionali. Laureata con il massimo dei voti, ha svolto una tesi magistrale attorno al tema delle teorie post-development, alternative non-eurocentriche al concetto di sviluppo.

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