Filosofia africana: secoli di negazione, ma la Storia dice il contrario

Esiste una tradizione di filosofia in Africa? Qual è o quali sono le filosofie africane? In occasione della Giornata mondiale della filosofia – istituita dall’UNESCO e celebrata ogni terzo giovedì di novembre – cercheremo di rispondere a queste domande.

La maggioranza degli storici della filosofia è d’accordo sul fatto che tale disciplina e ricerca sia nata nelle colonie greco-ioniche dell’Asia Minore nel VI sec. a.C., in particolare nelle città di Mileto ed Efeso.

I primi filosofi non furono certo consapevoli di essere tali. Solo più tardi, Aristotele, nella Metafisica redasse una prima “Storia della filosofia” affermando che tale disciplina è detta filosofia (letteralmente “amore per la sapienza”) e che il primo filosofo ad aver “filosofato” fu Talete di Mileto, lo scopritore della geometria deriso dal popolo. Emblematico fu l’episodio della serva di Tracia che vide Talete cadere in un pozzo perché intento a osservare gli astri, da qui anche lo stereotipo del filosofo con la testa tra le nuvole“.

La nascita della filosofia è caratterizzata da un elemento centrale: l’affrancamento dal pensiero mitico, magico-religioso, in favore dell’adozione di un modello logico-razionale nella spiegazione dei fenomeni naturali e umani.

La disciplina ha poi assunto molte forme e direzioni: impossibile rievocarle in questa sede, sia utile solo ricordare che questo sapere giunse in Occidente grazie all’interazione dei popoli del Mediterraneo e in particolar modo ai romani che diffusero la filosofia in tutta la loro area di influenza: dalla Siria, al Maghreb, dall’Inghilterra all’Europa centrale, ecc…

È bene dunque ricordare che la filosofia era presente in Africa già ben prima di Averroè e Avicenna, i due grandi filosofi musulmani del sec. I-II d.c.

La scuola di Atene - Michelangelo Buonarroti. Musei Vaticani. Licenza wikimedia commons In basso a sinistra dietro Pitagora che legge un grande libro è raffigurato Averroè (l'uomo con il turbante)
La scuola di Atene – Raffaello Sanzio, 1509-1511. Stanza della Segnatura, Musei Vaticani. In basso a sinistra Pitagora che legge un grande libro, dietro di lui è raffigurato Averroè (l’uomo con il turbante). Licenza Wikimedia Commons.

La fascia del Nord-Africa d’influenza romano-cristiana annoverava nomi importanti: da Origene di Alessandria a Tertulliano, proveniente dalla mitica Cartagine, così Sant’Agostino che nacque nell’odierna Algeria.

Ipazia di Alessandria, “fedele” alla filosofia antica, ultima scienziata della scuola alessandrina, la stessa di Archimede e Tolomeo. Ipazia ultimo fiore della scienza ellenica la definì così Blaise Pascal, fu perseguitata e uccisa dai cristiani in Egitto. 

Morte della filosofia Ipazia ad Alessandria d’Egitto. Lapidazione. Autore sconosciuto, anno di pubblicazione 1865. Wikimedia commons.
La scuola di Atene. dettaglio: Pitagora è intento a letggere un grande libro, dietro di lui Averroè con il turbante, accanto a sx
La scuola di Atene. dettaglio: Pitagora è intento a leggere un grande libro, dietro di lui Averroè con il turbante. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Poi della filosofia in Africa sembra si siano perse le tracce. In effetti il colonialismo ha spazzato via pressoché tutto, qualsiasi tradizione culturale, ha inventato un’Africa inesistente fatta di «persone che non hanno neanche la testa, le loro bocche e i loro occhi sono nei loro seni». Un'”invenzione” messa in luce egregiamente dal filosofo congolese Valentin Yves-Mudimbe in “L’invenzione dell’Africa

L’arroganza dell’Occidente moderno ha negato all’Africa il diritto di avere una sua “storicità”, G. W. Hegel: “Ciò che intendiamo propriamente con Africa è quel suo essere non storico e non dispiegato, che è ancora tutto immerso nel grado naturale dello spirito, e che quindi doveva esser messo innanzi qui, dove si è ancora soltanto alle soglie della storia del mondo”. [G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, vol. I p. Firenze 1961. p. 239-242].

Ancora Hegel e i suoi ‘pregiudizi antropologici‘: “È il Paese dell’oro, che resta concentrato in sé: il Paese infantile, avviluppato nel nero colore della notte al di là del giorno della storia consapevole di sé […] “ [Ivi].

Hegel è evidentemente vittima di una fallacia logica, una variante dell’Argumentum ad ignorantiam: dalla mancanza di studi e informazioni storiche sull’Africa (specialmente ai sui tempi) non si può inferire che gli eventi non fossero accaduti.

Il genocidio culturale dell’Africa si è consumato sin dalla tratta degli schiavi verso le Americhe. Una ferita destinata a rimarginarsi solo parzialmente a partire dal secondo ‘900 con il processo di decolonizzazione, le guerre di liberazione, l’opera di intellettuali africani e leader marxisti, lo sviluppo dei post-colonial studies e dei black studies.

Decolonizzare la mente degli africani e demolire i concetti superflui indotti dal colonialismo è il progetto del filosofo ghanese Kwasi Wiredu. Anno 1931, nato a Kumasi, Wiredu si forma nel centro più importante di filosofia di quegli anni: la Oxford di Gilbert Ryle, F. Strawson, S. Hampshire e molti altri.

L’indagine di Wiredu si concentra in particolare sul tema degli universali culturali dei quali difende strenuamente l’esistenza. Wiredu difende e giustifica la sussistenza di strutture universali della cultura conditio sine qua non per il dialogo interculturale.

Com’è possibile infatti la comunicazione se non si condivide un lessico comune, regole comuni? Com’è possibile il confronto autentico se non tra due entità ponderabili? Un filosofo, insomma, contro ogni scetticismo, vera insidia della scienza e della possibilità del dialogo interculturale. Come a dire: la razionalità è una, così come lo è la filosofia.

Contrariamente, per anni antropologi ed etnografi hanno cercato l’identità africana e le “filosofie” africane nei particolari culturali cioè nelle specificità di tradizioni magico-religiose delle tribù e dei popoli africani. Ma cercare la filosofia africana nel pensiero religioso o addirittura mitico e magico è affermare la negazione in termini della filosofia per definizione, e rappresenta l’ennesima operazione di misconoscimento della razionalità africana che condanna l’uomo africano all’irrazionalità a-storica di un mondo cristallizzato, bisognoso di aiuto e mai portatore di una sua autonomia.

Il primo a “fare danni” fu Placide Tempels, un missionario francescano belga in Katanga (Congo). Nel 1945, Tempels pubblicò “Filosofia Bantu” segnando l’inizio del dibattito intorno all’esistenza e alla natura di una filosofia africana.

L’autore si concentra sulla visione metafisica della “forza” tra le popolazioni di lingua Bantu: “la vita africana della mente è strutturata intorno alla comprensione e alla definizione della Forza, il che contrasta nettamente con l’impresa occidentale di comprendere e definire l’Essere”.

Come Wiredu, anche il filosofo e politico ivoriano Paulin Hountondji denuncia questo orientamento che fonda la filosofia africana su alcune concezioni tradizionali e/o religiose dei popoli africani e trae considerazioni universali a partire da un particolare gruppo etnico. Un approccio da considerarsi etno-filosofico ovvero più etnologico che filosofico.

Così Valentin Mudimbe si scaglia contro l’etno-filosofia, ovvero quella idea per cui la filosofia africana sia nella ” visione del mondo” dei popoli dotati di cultura orale, da questi vissuta, trasmessa e accettata unanimemente e allo stesso tempo inconsapevolmente come una vera e propria metafisica implicita. A differenza della filosofia tout court, l’etno-filosofia nega e addirittura impedisce alle culture africane la possibilità di esprimere un sapere filosofico di pari dignità. 

Secondo Diletta Mozzato:si può fissare convenzionalmente l’inizio del dibattito sulla filosofia africana proprio nel momento in cui fioriscono le critiche e le controcritiche all’etno-filosofia” quindi a partire dalla metà del secolo scorso contestualmente al fermento anti-coloniale di cui si ha testimonianza nell’elaborazione teorico-politica di molti intellettuali africani. [Cit. da D. Mozzato, Filosofia (africana) in progress, cit., pp. 15-16].

Griot africana a Dakar, Senegal. Foto del 1910. Wikimedia commons
Un griot a Dakar, Senegal. Foto del 1910. Licenza wikimedia commons

Il sospetto è che proprio in virtù del dibattito sorto intorno alle domande: “Esiste una filosofia in Africa? Qual è o quali sono?” si sia dato inizio a un nuovo capitolo della filosofia africana. Una capitolo fatto di critiche e controcritiche all’approccio etno-filosofico che  individua, di volta in volta, il quid della mentalità africana in aspetti antropologici e quindi mutevoli nel tempo e nello spazio: dal comunitarismo della vita sociale, passando per il principio dell’ubuntu o nella saggezza popolare come quella dei racconti dei griot.

C’è un proverbio Bassa che recitaNon c’è bisogno di indicare l’elefante con il dito. La filosofia africana c’è, esiste, deve solo essere conosciuta e riconosciuta.

È questo l’importante lascito di Hountondji: la filosofia, nella misura in cui è uno stile di ricerca, nella trans-culturalità del suo interrogare, allora è universale; vi è infatti un modus philosophandi unico ovvero uno “stile della ricerca” filosofica. [Cit. da D. Mozzato, Filosofia (africana) in progress, cit., p. 19].

Negli anni 30 del ‘900 un gruppo di storici francesi divenuti noti col nome di “L’école des Annales” fecero una grande scoperta, oggi così condivisa da essere divenuta proverbiale. Abbandonarono l’idea di una Storia esatta, la Storia  non è mai neutra e chi indaga influenza la ricerca. Insomma: “La Storia la scrivono i vincitori”.

Se la Storia l’avessero scritta “gli altri” probabilmente il pregiudizio sull’irrazionalità intrinseca dell’africano non ci avrebbe condotti a ricercare la sua “visione razionale del mondo” nel “loro” pensiero magico-religioso. I “pericoli di una Storia unica”  sono magistralmente affrontati nel TED talk della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozie Adichie.

Un giorno potremmo scoprire che la filosofia non nacque in Grecia, ma in Africa o altrove. D’altronde così pensavano i molti che – nonostante dati e ricerche alla mano – furono bollati come “orientalisti”. Se anche tali orientalisti avessero ragione ormai la “Storia unica” è fissata, il modello della primogenitura ellenica è stato mantenuto.

Il problema è dunque la mancanza di informazioni, studio, la buona fede e la volontà di sapere. Il filosofo mozambicano Erigimino Mucale, intervistato da TLON, ricorda alcuni tra i tanti filosofi africani dell’epoca contemporanea:

“Cheikh Anta Diop, Marcus Garvey, W. E. Du Bois, Lèopold Sèdar Senghor, Aimè Cèsaire, Alexis Kagame, Frantz Fanon, Valentin Yves Mudimbe, John Mbiti, Kwasi Wiredu, Fabien Eboussi Boulaga, Vicent Mulago, Issiaka Prosper Laleye, Marcien Towa, Henry Odera Oruka, Paulin Hountondji, Molefi Kete Asante, Theophile Obenga, Severino Ngoenha, Filomeno Lopes”.

Alla domanda: “Come si sta sviluppando la filosofia in Africa?” Mucale risponde:“Si studia tutto ciò che si studia anche in Europa e in America, la filosofia cosiddetta “canonica”: Storia della filosofia (dai presocratici ad oggi), Filosofia Politica, Etica, Teorie della conoscenza (gnoseologia ed epistemologia) […]“.

Foto di Darina Belonogova da Pexels.
Foto di Darina Belonogova da Pexels. Licenza Creative Commons

Come a dire che la filosofia è una nella misura in cui è intesa secondo la sua origine: indagine razionale sulla natura e sull’uomo. Diremo allora che c’è filosofia africana laddove e ogni qualvolta vi sia un filosofo africano, si discuta dei temi sollevati dal dibattito filosofico africano o si faccia filosofia trovandosi in Africa.

L’elefante è davanti ai nostri occhi.

Michele Ramadori

Laureato in Filosofia a Perugia con una tesi sul filosofo ghanese Kwasi Wiredu e il dibattito storico sulle filosofie dell'Africa. Laurea Magistrale in Filosofia ed Etica delle relazioni. Si è occupato di immigrazione, protezione sociale e rifugiati in diverse ONG e nella sezione sociale del CIR (Consiglio italiano per i rifugiati) nonché di sensibilizzazione e prevenzione su Hiv/Aids, di NEET e diritti LGBT+. Attualmente lavora nell'ambito della progettazione europea e della cooperazione.

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