Clima: quel disperato bisogno di voci globali, l’assemblea popolare

[Traduzione a cura di Valentina Gruarin dell’articolo originale di John Rembowski pubblicato su The Ecologist]

Striscione di Extinction Rebellion durante una manifestazione – Foto Markus Spiske/Pexels di pubblico dominio

La creazione di un’Assemblea Globale dei Cittadini in vista della Conferenza annuale dell’ONU sul clima COP26 a Glasgow  [attualmente in corso, NdT], sembra essere una vittoria per i sostenitori di forme più inclusive e deliberative di democrazia a un livello più alto.

Ma l’apparizione sulla scena di tale assemblea e la sua inclusione nell’arena della negoziazione multilaterale non garantiscono necessariamente l’azione radicale e la rappresentazione reale delle voci globali di cui vi è un disperato bisogno in ambito climatico.

Le assemblee cittadine costituiscono un processo deliberativo durante il quale viene concesso, ad associazioni rappresentative della popolazione generale, il tempo, lo spazio e l’accesso all’informazione necessari a esaminare e discutere approfonditamente una determinata questione e offrire proposte che i rappresentanti politici possano attuare.

Qual è l’impulso?

Le assemblee cittadine possono essere ricondotte all’ecclesia (assemblea popolare) dell’antica Atene, nella quale fino a 6.000 cittadini potevano votare direttamente i titoli, le leggi ed eleggere alcuni magistrati.

La partecipazione a queste assemblee era considerata un dovere da parte di chi aveva i requisiti e le votazioni seguivano il principio della maggioranza semplice; i cittadini ascoltavano gli oratori rappresentativi di tutte le parti del dibattito e votavano successivamente.

Negli ultimi anni, le assemblee cittadine sono ritornate in auge, cavalcando un’onda di maggiore sostegno e pressione per l’istituzionalizzazione di forme di democrazia partecipativa, di fronte a segnali di una crescente apatia nei confronti della politica nel “Nord globale” e di una decrescente partecipazione politica in tutto il mondo.

Assemblee come queste si sono diffuse con sempre maggiore frequenza sia a livello locale che transnazionale con mandati che spaziano, tra gli altri, da tematiche riguardanti i giovani – “Assemblea degli Adolescenti” a Barcellona – , sino a quelle relative alla questione dei diritti riproduttivi in Irlanda oppure alla politica nazionale in Scozia o al futuro dell’Unione Europea.

Le assemblee popolari, inoltre, vengono “pubblicizzate” come la potenziale soluzione per generare lo slancio verso l’azione politica di cui c’è tanto bisogno, nell’ambito del clima e dell’ecologia.

Il momento deliberativo

Il movimento sociale e ambientale Extinction Rebellion, ad esempio, ha richiesto l’istituzionalizzazione delle assemblee popolari come mezzo per “andare oltre” l’inerzia e l’immobilismo tipici della politica convenzionale.

I suoi attivisti sostengono che un processo deliberativo ben progettato tenda a includere “nei dibattiti politici voci più diversificate e informate” e aumenti le probabilità che la politica rappresenti il “bene comune”, dal momento in cui “gli attuali sistemi politici ci stanno deludendo”.

La dottoressa Rebecca Willis, esperta e ricercatrice alla guida della Climate Assembly UK, parlando in un podcast della Green Alliance nel maggio 2020, ha sostenuto che per risolvere il problema del cambiamento climatico abbiamo bisogno di una maggiore e migliore democrazia.

La Climate Assembly UK, i cui membri si sono incontrati per 6 weekend nella primavera dello scorso anno, ha pubblicato infatti un report nel settembre 2020 contenente le loro conclusioni.

Ma, nonostante la proliferazione nel mondo – negli ultimi anni – di assemblee popolari e altre forme deliberative, alcune domande sulla questione rimangono.

Le assemblee digitali

Questo processo può essere realmente tradotto a livello globale? Come funzionerebbe, nella pratica, un’Assemblea Popolare Globale? Può essere applicata a questioni così complesse e di vasta portata come la crisi climatica e quella ecologica?

Gli studiosi della democrazia hanno a lungo criticato il “deficit democratico” nella governance globale: la percezione dunque di una mancanza di trasparenza, responsabilità e reale rappresentazione globale ai più alti livelli dei negoziati multilaterali.

In uno scritto del 2013, lo studioso dei processi democratici John Dryzec, facendo supposizioni riguardo a un sistema deliberativo globale, ha dichiarato che l’incapacità di agire efficacemente rispetto al cambiamento climatico non rappresenta il fallimento della democrazia. Questo insuccesso è invece un segnale del fatto che sino ad ora non abbiamo esercitato il modello democratico in modo corretto.

Un’assemblea ‘globale’ dei cittadini si propone di rimediare a questo deficit, aderendo agli stessi principi fondamentali di una regolare assemblea, ma espandendo il mandato della rappresentanza su scala globale.

Lanciata il 7 ottobre 2021 e formatasi in vista della COP26, l’Assemblea Globale si costituirà in forma digitale per oltre 60 ore per 11 settimane con l’obiettivo di sviluppare un approccio olistico riguardo alla crisi climatica ed ecologica.

Striscione di Extinction Rebellion, manifestazione per l’emergenza ecologica e climatica. Foto di Vladimir Molozov su licenza CC BY 4.0

Ambizioni

Scattando un’istantanea della popolazione globale”, l’assemblea riunisce 100 persone da tutto il mondo selezionate a campione, cercando di rispondere alla domanda: “Come può l’umanità gestire la crisi climatica ed ecologica in un modo giusto ed efficace?”

Creare un ‘campione’ globale di persone che sia realmente rappresentativo significa che 60 delle 100 persone debbano provenire dall’Asia e 17 dall’Africa, con metà dei componenti donne e 70 membri con un guadagno inferiore a 10 dollari al giorno.

I partecipanti riceveranno poi uno stipendio, oltre al supporto tecnico, comunicativo e alla traduzione, al fine di facilitare la partecipazione.

I membri dell’assemblea saranno inoltre accompagnati da ‘community hosts’, provenienti da organizzazioni più vicine possibile al tema inizialmente selezionato, che provvederanno a promuovere discussioni guidate da esperti indipendenti di vari settori, dalla scienza all’economia, alla conoscenza indigena.

I componenti dell’assemblea riporteranno (hanno riportato, NdT) le iniziali proposte al COP26 lunedì 1 novembre, nello stesso momento in cui i leader mondiali terranno le loro presentazioni, fornendo un’immagine diretta del divario – o meno – tra le ambizioni dei leader e dei cittadini riguardo al clima. Successivamente si svilupperanno una serie di proposte e principi dettagliati in un report da presentare ai decisori politici nel marzo 2022.

Governance

La domanda rimane dunque: quale impatto l’Assemblea Globale può realmente avere sul COP26 e altrove?

Quando si discute della crisi climatica ed ecologica, non si parla di una singola problematica: questo è infatti un fenomeno che attraversa ogni settore, oltre a quello della biosfera. La crisi colpisce, in modi diversi e ineguali, gli individui, le comunità locali e gli Stati, fornendo un serio invito all’azione concreta a nome delle future generazioni.

Ciò significa che lo scopo e il mandato dell’Assemblea Globale sono incredibilmente vasti e complessi.

Nel contesto del riscaldamento globale senza precedenti e delle tempistiche contenute per l’intervento, tematiche trattate nell’ultimo report IPCC e nella dichiarazione di emergenza climatica controfirmata da più di 11.000 scienziati provenienti da 153 Paesi del mondo, un giusto quesito da porsi è se un processo deliberativo come questo risulti essere davvero appropriato, considerata la vasta scala ed urgenza della tematica trattata.       

Claire Mellier, una delle organizzatrici della Global Assembly, risponde affermativamente esprimendo il suo parere riguardo al sistema di governance vigente, sottolineando come questo sia stato costruito per un’epoca precedente a quella attuale e, per questo motivo, non possa essere adatto ad affrontare le crisi odierne, come quella climatica ed ecologica.

L’anello essenziale

L’assemblea globale dei cittadini non è una campagna né una ONG, è invece un nuovo sistema operativo per la governance globale”. Tuttavia, i processi deliberativi come questo sono già stati sperimentati su scala globale nel contesto dei cambiamenti climatici.

World Wide Views’, a titolo di esempio, è un progetto globale di consultazione cittadina, istituito in occasione della tanto criticata COP15 di Copenaghen che ha riunito, attraverso l’istituzione di un’assemblea, più di 4.000 partecipanti provenienti da 38 Paesi del mondo.

Questo progetto ha prodotto un report che è stato considerato più radicale di tutte le proposte politiche suggerite dai Governi nazionali ad entrambe le conferenze, nonostante esso non abbia status giuridico e non ci siano ad ora meccanismi in atto per assicurare che i suoi risultati siano stati rispettati o addirittura ascoltati dai partecipanti alla conferenza.

Gli organizzatori dell’Assemblea Globale hanno etichettato questa versione di democrazia partecipativa come parte di “un anno di test e prototipi” per fornire “prove di concetto“, ammettendo che “le istituzioni non agiranno sulle base delle raccomandazioni senza un incoraggiamento significativo“.

Uno dei modi in cui sperano di superare questa sfida è quello di istituzionalizzare formalmente, per il prossimo decennio, l’Assemblea Globale all’interno del processo di negoziazione multilaterale.

Come ha dichiarato Alok Sharma, presidente della COP 26, l’assemblea, così facendo, creerà forse un collegamento vitale tra il dibattito locale e la conferenza globale per gli anni a venire.

Valentina Gruarin

Laureata in Storia e Politica Internazionale, si sta specializzando in Politiche Europee. Si interessa di politica estera dell'UE con uno sguardo particolare alle zone del Nord Africa e Medio Oriente. Ha frequentato un corso di formazione "analista euro-mediterraneo" presso l'Istituto Affari Internazionali e attualmente sta scrivendo una tesi magistrale attorno al tema delle teorie post-development, alternative non-eurocentriche al concetto di sviluppo.

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