Combustibili fossili, l’Europa li critica ma poi vince la lobby del gas

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Maxence Peigné pubblicato su openDemocracy]

Kadri Simson, la Commissaria europea per l'energia insieme al Direttore generale dell'organizzazione ITER mentre visitano lo stabilimento. Flickr/Fusion for Energy in licenza CC
Kadri Simson, la Commissaria europea per l’energia, e il direttore generale dell’organizzazione ITER mentre visitano insieme lo stabilimento. Flickr/Fusion for Energy in licenza CC

Nonostante i consumatori europei stiano subendo l’impennata dei prezzi dell’energia elettrica, l’UE sta rinnovando il suo impegno verso il costoso gas naturale invece di investire nelle energie rinnovabili a basso costo.

Un nuovo studio condotto da Investigate Europe ha rivelato che i legislatori hanno aperto la strada a nuovi gasdotti transfrontalieri mentre la Corte dei Conti europea ha messo in evidenza l’enorme carenza di investimenti nel campo delle energie pulite.

Dall’inizio del 2021, in Europa i prezzi all’ingrosso del gas sono lievitati di oltre il 300% e poiché il gas naturale viene spesso utilizzato per produrre energia elettrica e riscaldamento, a fare le spese del rincaro sono stati gli stessi consumatori. Ad esempio, in Spagna da inizio anno le bollette sono aumentate di un terzo mentre in Italia ci si aspetta un rialzo del 40% nel prossimo trimestre.

Di recente, Kadri Simson, la Commissaria europea per l’energia ha dichiarato: “La situazione odierna sottolinea la necessità di porre fine il prima possibile alla nostra dipendenza dai combustibili fossili stranieri e infiammabili“.

Un quarto del mix energetico dell’UE è rappresentato dal gas fossile, secondo solo al petrolio. Dal 2019, gran parte del gas è di provenienza russa (il 41%) e, in misura minore, norvegese (il 16%). Sebbene il gas sia un’alternativa al carbone per le sue emissioni ridotte, contiene comunque alti livelli di metano che contribuiscono al riscaldamento globale.

La stessa Commissione europea ha ammesso che il consumo di gas è incompatibile con le sue promesse di voler raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e di abbattere le emissioni del 55% prima del 2030. Secondo una sua valutazione d’impatto, il consumo di gas “deve essere ridotto a una piccola percentuale rispetto ai livelli attuali” al fine di raggiungere gli obiettivi del consumo netto pari a zero.

I legislatori europei continuano a sostenere il gas

Lo scorso 28 settembre, il Parlamento europeo nell’ambito del regolamento TEN-E sulle reti transeuropee dell’energia, ha appoggiato la costruzione di nuovi gasdotti internazionali. Questa norma controversa definisce quali infrastrutture possono far parte della quinta lista europea dei PCI, i progetti di interesse comune.

Per le corporation rientrare nei PCI significa ottenere permessi rapidi e finanziamenti dall’UE. I membri del Parlamento europeo hanno stabilito che le offerte per il gas saranno ammissibili per i consensi rapidi ma non potranno ricevere denaro dal fondo per i PCI, il Connecting Europe Facility (CEF). 

Una serie di scappatoie, però, consentiranno ai progetti sul gas di ricevere ancora finanziamenti pubblici. Per prima cosa, i gasdotti in cui il combustile fossile viene miscelato con una quantità di idrogeno non specificata continueranno a ricevere sussidi fino al 2027.

L’idrogeno, che può essere prodotto da fonti rinnovabili, al momento deriva però al 95% da fonti fossili. Di solito, i PCI ottengono più denaro da altri fondi pubblici che dal CEF. Inoltre, l’appoggio europeo è un incentivo per le banche per intervenire con ulteriori finanziamenti.

Gli osservatori ora sospettano che la prossima lista di PCI, che sarà pubblicata verso la fine dell’inverno, potrebbe dare uno status speciale alle oltre 70 proposte di progetto nel settore del gas, ben più delle 32 di due anni fa. Tutto questo nonostante un’analisi diffusa da Artelys (una società di consulenza specializzata nel campo dei data science) in cui si evidenzia la “superficialità” della maggior parte dei progetti precedenti .

Inoltre, questa scoperta prevarrebbe sulla proposta di Simson di proibire progetti per il gas nella revisione del regolamento TEN-E.

“La lobby del gas è estremamente potente”

Secondo l’europarlamentare francese Marie Toussaint, il Parlamento europeo ha ceduto alle richieste del settore. In un’intervista a Investigate Europe, ha affermato: “La lobby del gas è estremamente potente“. E ancora: “Stanno mettendo in atto numerose manovre. Io stessa che sono un europarlamentare del gruppo dei Verdi ricevo da loro da 3 a 4 email al giorno“.

Una recente indagine condotta da due ONG, Global Witness e Corporate Europe Observatory ha rivelato come il relatore del regolamento TEN-E, l’europarlamentare conservatore polacco Zdzisław Krasnodębski, si sia rifiutato di divulgare i contenuti delle riunioni con le aziende.

Toussaint ha dichiarato: “Il lobbismo è dannoso ed è radicato nel cuore del sistema” ed ha aggiunto che è sbagliato finanziare i combustibili fossili, soprattutto ora che i prezzi sono saliti alle stelle.

Per raggiungere i propri scopi, i sostenitori del gas sono riusciti a manipolare le linee guida europee, o meglio la loro carenza. La classificazione comune delle attività sostenibili dell’UE, nota come “Regolamento sulla Tassonomia”, è vaga su questo punto. Secondo la sua stessa definizione: “Il Regolamento sulla Tassonomia non include né esclude il gas naturale“.

La Commissione UE non sta facendo abbastanza

Come ha sottolineato la Corte dei conti europea in un rapporto pubblicato il mese scorso, tale ambiguità sulle norme potrebbe ostacolare gli sforzi in materia di clima.

Eva Lindstrom, l’autrice principale dello studio, ha riferito a Investigate Europe che regole vaghe come queste portano a un’inefficienza del mercato per cui gli investitori non sono in grado di capire quali progetti potrebbero trasformarsi in attività non recuperabili. Lindstrom ha spiegato che: “Dovrebbe esserci maggiore chiarezza su cosa è ecologico e cosa non lo è“.

Ha poi insistito: “Abbiamo bisogno del settore privato ma non possiamo aspettarci che le aziende facciano la cosa giusta da sole. Sono lì per fare soldi“.

Nel rapporto si giunge alla conclusione che la Commissione europea non sta facendo abbastanza per stimolare gli investimenti sostenibili. Per completare la transizione servirà 1 trilione di euro all’anno (circa 1.000 miliardi, NdT). Ma in base ai piani attuali, l’UE intende destinare 200 miliardi di euro in ogni budget annuale. Come fa notare Lindstrom: “Il divario negli investimenti è enorme“.

“I politici proveranno a trarne vantaggio per un tornaconto personale”

Eppure allo stesso tempo, ci sono altri che sostengono che Bruxelles stia facendo fin troppo. Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha accusato l’UE di aver causato la crisi energetica con la sua agenda ambientale.

Il vicepresidente della Commissione UE con la delega al Green Deal ha sminuito l’accusa, dichiarando che solo “un quinto” delle tariffe più elevate è da attribuirsi alle politiche in materia di emissioni.

Così mentre continua il gioco delle accuse reciproche, il lavoro di Timmermans potrebbe diventare più difficile. In particolare, sarà complicato mettere a punto dei piani che includano nel mercato del carbone anche i trasporti e l’edilizia.

Le proteste dei gilet gialli in Francia sono partite nel 2018 a seguito di un aumento della tassa sul carburante e hanno visto scendere in piazza 3 milioni circa di persone.

Annika Hedberg dello European Policy Centre ha riferito a Investigate Europe che: “C’è il rischio che il rincaro dei prezzi dell’energia abbia delle conseguenze sul Green Deal“. Ha poi proseguito: “Le persone sono intrinsecamente contrarie al cambiamento e alcuni politici proveranno a trarne vantaggio per un tornaconto personale“.

Ciononostante, Hedberg sottolinea che con un’economia decarbonizzata si potrebbero ottenere evidenti benefici, tra cui quello di un’energia a basso costo.

“Se avessimo più energie rinnovabili, allontaneremmo questa crisi”

Molti ritengono che la semplice presenza di gas nella rete europea sia un elemento essenziale del problema. Il mercato elettrico europeo opera al fine di coprire la domanda del giorno seguente. Con questo sistema, il prezzo complessivo è ancorato alla fonte energetica più costosa impiegata per soddisfare la domanda prevista.

In altre parole, se il 100% della domanda fosse coperta dall’energia solare o eolica, le tariffe potrebbero essere davvero basse. Ma quando entrano in gioco i costosi combustibili fossili, il prezzo finale viene indicizzato in base al loro valore.

Raphael Hanoteaux del think tank E3G ha affermato: “Se avessimo maggiori energie rinnovabili e meno gas, usciremmo più facilmente da questa crisi”. Ha inoltre osservato come, al contempo, l’UE dovrebbe diminuire il fabbisogno energetico ed elettrificare il riscaldamento. Ma nel breve termine, la priorità è quella di fornire “sostegno sociale per mitigare l’impatto dell’impennata dei prezzi sulle famiglie.”

Diversi governi hanno già attuato misure di emergenza per ammortizzare l’impatto su quest’ultime. La Spagna ha annunciato il recupero di 2,6 miliardi di euro dai profitti delle aziende energetiche, la Francia ha promesso di congelare le tariffe delle utenze mentre l’Italia ha assicurato di investire 3 miliardi di euro per compensare gli aumenti delle bollette. Tali espedienti però, potrebbero proteggere i cittadini solo temporaneamente.

A novembre la Commissione dovrebbe pronunciarsi sulla sostenibilità del gas come fonte di energia, prima di presentare il mese successivo l’attesissimo pacchetto di misure.

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica e Specializzata in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale, lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

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