Il giornalismo internazionale si mobilita per i colleghi afghani

[Traduzione a cura di Gaia Resta dell’articolo originale di Roberta Scalise pubblicato su openDemocracy]

Corso di fotogiornalismo dedicato alle donne, a Farah City. Flickr/CC BY 2.0

Abbiamo il dovere di aiutare i nostri colleghi afghani e le loro famiglieha dichiarato Raffaele Lorusso. “I giornalisti e i media europei e occidentali“, ha continuato, non possono rimanere indifferenti” alla situazione di pericolo esistente da quando i talebani sono tornati al potere ad agosto.

Lorusso, che ricopre il ruolo di segretario della Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), è uno dei tanti giornalisti della stampa tradizionale e di altri media che in tutto il mondo, dall’Italia all’India, si sono fatti avanti per sostenere i loro colleghi in Afghanistan.

La FNSI sta facendo pressione per la realizzazione di “corridoi umanitari” che permettano ai giornalisti e alle loro famiglie di lasciare il Paese e di essere accolti dal Governo italiano. Tramite altre iniziative sono state offerte possibilità di lavoro ai giornalisti in fuga, ed è stato possibile supportare la vita, la sicurezza e le difficili condizioni lavorative di coloro che si trovano ancora in Afghanistan.

A settembre Network of Women in Media – un’organizzazione di base in India – ha lanciato una raccolta fondi per sostenere nello specifico le giornaliste afghane, trovando per loro abitazioni sicure nel Paese, creando start-up incentrate sui nuovi media e aiutandole a trasferirsi all’estero.

L’organizzazione ha anche realizzato – sempre con lo scopo di raccogliere fondi – un negozio online in cui sono in vendita, a 100 dollari l’una, stampe di fotografie scattate in Afghanistan da fotoreporter della Associated Press nel corso degli anni. Questa iniziativa è nata grazie alla collaborazione tra, appunto, la Associated Press e il Media Safety & Solidarity Fund.

Direttori e organizzazioni giornalistiche si sono ugualmente dati da fare. BuzzFeed News e HuffPost hanno pubblicato una borsa di studio di un anno dedicata ai giornalisti afghani che hanno lasciato il Paese.

Matthew Champion, direttore esecutivo di VICE World News, ha postato su Twitter un’offerta di “lavoro freelance regolarmente retribuito per giornalisti afghani evacuati nel Regno Unito e/o in Europa” per scrivere dell’Afghanistan o anche altri temi.

È di cruciale importanza “far sentire la nostra totale solidarietà a quelle giovani donne che stanno affrontando i talebaniha dichiarato la 21enne reporter afghana Rahila Saya (ora a Roma), sollecitando i media a “tenere i riflettori accesi su di loro” per impedire che le loro esperienze “vengano cancellate“.

Solidarietà internazionale

La presa del potere in Afghanistan da parte dei talebani, avvenuta ad agosto, ha messo in allarme il mondo intero circa le condizioni di vita delle donne nel Paese, le quali hanno visto i loro diritti venire immediatamente limitati. Le giornaliste sono considerate doppiamente a rischio: per il loro genere e, appunto, per il tipo di lavoro svolto.

Si stima che nel 2020 circa 700 giornaliste lavorassero nella capitale, Kabul. Ora, secondo Reporters Without Borders e l’organizzazione partner Centre for the Protection of Afghan Women Journalists, ce ne sarebbero meno di 100.

Basgul Zohra Nawa è una delle tante donne obbligate a lasciare la loro professione nel giornalismo. Di recente ha spiegato: “I talebani hanno pubblicato numerose dichiarazioni in cui affermano che consentiranno ai giornalisti di continuare a lavorare […] ma in realtà non sono stati neanche autorizzati a recarsi in ufficio. Nella capitale afghana le donne stanno scomparendo”.

L’italiana FNSI ha segnalato che: “Molti giornalisti afghani, specialmente coloro che avevano collaborato con i media occidentali negli ultimi 20 anni […] ora rischiano di essere vittime della vendetta, delle ritorsioni o delle esecuzioni per mano dei talebani”.

In seguito alla chiusura di numerosi organi di stampa, la International Federation of Journalists (IFJ) ha offerto sostegno ai giornalisti per lasciare il Paese. È stato creato un “fondo di solidarietà” per finanziare queste partenze e aiutare economicamente coloro che si trovano ancora lì.

All’inizio di agosto, la giornalista afghana residente in Canada Zahra Joya ha lanciato una raccolta fondi per Rukshana, l’organo di stampa che lei stessa aveva fondato con lo scopo di dare le notizie dal punto di vista delle donne afghane. Rukshana è il nome di una donna lapidata dai talebani nel 2015.

Non avevamo idea” ha scritto di recente, che soltanto una settimana dopo il lancio della raccolta fondi, i talebani “avrebbero preso la Capitale [il 15 agosto] e obbligato il nostro team a nascondersi o fuggire in esilio”.

È difficile fare il tuo lavoro di giornalista e occuparti della perdita dei tuoi stessi diritti, delle tue libertà. L’incubo peggiore di noi giornaliste è diventato realtà” ha continuato. “Stiamo andando avanti grazie al generoso sostegno e ai messaggi gentili che abbiamo ricevuto”.

Quando alla fine di settembre l’appello è stato chiuso, migliaia di persone in tutto il mondo avevano donato quasi 300.000 dollari, 15 volte il target iniziale fissato a 20.000. Joya ha detto che questo consentirà al team di espandersi e realizzare un sito in lingua inglese.

Solidarietà dalla Corea del Sud” si legge in uno dei numerosi commenti sulla pagina di Rukshana Media dedicata al fundraising. “Ammiro il vostro coraggio e il lavoro che fate”.

Gaia Resta

Traduttrice, editor e sottotitolista dall'inglese e dallo spagnolo in ambito culturale, in particolare il cinema e il teatro. L'interesse per un'analisi critica dell'attualità e per i diritti umani mi ha avvicinato al giornalismo di approfondimento e partecipativo.

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