Fuori la guerra dalla Storia, donne e movimenti per la pace globale

Il 21 settembre di ogni anno si celebra la Giornata Internazionale per la Pace. Istituita nel 1981 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la ricorrenza è un invito alla tutela della pace e all’abolizione dei conflitti armati. Oggi la realtà è ben lontana dagli obiettivi pacifici che l’umanità si è preposta nel corso degli anni: la guerra si fa, ancora, e ruba l’infanzia di circa 415 milioni di bambini in tutto il mondo.

Secondo la nuova edizione dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo, ad oggi le guerre in atto sono 30 – tre in meno rispetto al 2018 – e 16 sono le situazioni di crisi, cioè zone di tregua, con un livello più basso di scontro (la Bosnia-Erzegovina, ad esempio).

Repubblica Centrafricana, Libia, Iraq, Yemen, Afghanistan, Colombia, Venezuela, Kosovo,  Ucraina – sono alcuni tra i Paesi coinvolti nei conflitti.

La guerra sembra essere una costante storica, nonostante le modalità, le armi e le tecnologie impiegate cambino continuamente. Con essa si rinforzano e si creano condizioni di vulnerabilità estrema, che colpiscono soprattutto i minori e le donne e compromettono il futuro di intere generazioni. La guerra non è mai risolutiva e, nella maggior parte dei casi, i processi di ricostruzione alla fine di un conflitto non si avvalgono di approcci equi e legati ad un reale senso di giustizia.

Nuove stime relative al 2020, affermano che le spese militari a livello globale sono aumentate del 2,6% rispetto all’anno precedente. L’Italia si trova all’undicesima posizione nel mondo per spese militari e quinta in Europa.  La maggior parte degli armamenti e dei sistemi militari italiani sono destinati al Medio Oriente (zona di scontri tra i più sanguinosi del globo) e a Paesi del Nord Africa.

Protesta contro la produzione di armi, Londra 2018 – Alisdare Hickson. Creative Commons

Se da una parte c’è chi continua a fomentare la cultura militare e a sostenere i conflitti armati, dall’altra invece ci sono coloro che resistono, nella realtà plasmata dalla guerra. Movimenti di resistenza e per la pace sono presenti in ogni territorio bellico ed esistono reti di solidarietà al di là dei confini nazionali e delle differenze etnico-religiose. Le donne spesso ne sono le principali portavoce.

“Il mio corpo non è il vostro campo di battaglia” – così recita una delle diverse campagne create da Organization of Women’s Freedom in Iraq, gruppo di resistenza al conflitto armato e all’oppressione patriarcale che minaccia continuamente i diritti delle donne e delle bambine irachene.

Creato nel 1992 da alcune volontarie nel Nord del Paese, oggi le attività di OWFI sono rappresentative anche in Canada, Australia e Regno Unito, sostenendo i gruppi di rifugiati iracheni. Si offrono servizi legali, protezione e dimore sicure, investigando sullo status delle donne irachene, con un focus particolare nel territorio curdo dove l’assenza di legge ha permesso la ripresa di antiche pratiche tribali contro le donne, incoraggiate dal fondamentalismo islamico“. 

È afghana invece la Revolutionary Association of Women of Afghanistan, organizzazione socio-politica indipendente che lotta per la giustizia sociale e diritti umani nel territorio afghano. Creata nel 1977 a Kabul da un gruppo di donne intellettuali guidate da Meena Keshwar Kamal – attivista assassinata nel 1987 – l’associazione nacque per promuovere la partecipazione sociale e politica delle donne, ma dopo l’occupazione sovietica dell’Afghanistan, il movimento divenne direttamente impegnato nella Resistenza.

Oggi le attività principali di RAWA comprendono la costruzione di scuole e centri educativi per bambini, sostegno per le donne e per le famiglie profughe in Pakistan, lotta al fondamentalismo religioso e al militarismo. Continuano anche le pubblicazioni nella rivista Payam-e-Zan  [Messaggi di Donne], fondata nel 1981 con l’obiettivo di rendere le donne consapevoli dei loro diritti e il mondo delle brutalità di cui l’Afghanistan e il suo popolo sono testimoni.

I recenti avvenimenti che vedono ancora protagonista l’Afghanistan – con la città di Kabul nuovamente in mano ai Talebani – dimostrano quanto guerra e militarismo creino situazioni di falso equilibrio, precario tanto quanto i diritti umani, particolarmente quelli delle donne e delle bambine. Oggi le donne alzano ancora le loro voci e manifestano per le strade di Kabul contro l’esclusione della partecipazione femminile nella società.

Anche il Continente africano, ospite di molti conflitti, è luogo di organizzazione femminile contro la guerra. Nella capitale della Repubblica Centrafricana, ad esempio, è nata Femme Debout, associazione composta principalmente da donne vittime di guerra e orfani che da diversi anni si impegna per la ricostruzione del Paese, affrontando le devastanti conseguenze che la guerra civile ha prodotto.

Oggi i membri promuovono solidarietà, cooperazione, tutela della pace e sviluppo sostenibile, attraverso attività di sensibilizzazione nei territori e focalizzandosi soprattutto sull’ indipendenza economica e l’emancipazione femminile.

Bambini giocano in un campo profughi nel nord dell’Afghanistan – United Nations Photo. Creative Commons

Il ruolo delle donne e della loro esperienza diventa essenziale soprattutto nei processi di ricostruzione della pace dopo i conflitti militari. La Ruta pacífica de las Mujeres, in Colombia, e i Tribunali delle Donne nel mondo, sono esempi di approcci femministi e femminili alla giustizia in grado di mettere in discussione la tradizionale giustizia istituzionale e colmarne i (numerosi) vuoti, attraverso metodologie e pratiche alternative.

Queste iniziative dal basso si fanno portavoce delle vittime di guerra, cui corpi e vite hanno subito i crimini e le perdite più brutali, e che altrimenti non avrebbero modo di vedere riconosciuta la propria verità. Grazie al lavoro di raccolta delle testimonianze, l’esperienza personale e il racconto diventano strumenti di cura collettiva e di incontro, minando le fondamenta della cultura militare e spogliando la guerra di ogni giustificazione o legittimità.

“Fuori la guerra dalla Storia” si legge nei cartelli di protesta durante le manifestazioni delle Donne in Nero – movimento internazionale di donne contro la guerra e per la “demilitarizzazione” delle menti.

Nato a Gerusalemme nel 1988 da donne ebree israeliane che si opponevano all’occupazione dei territori palestinesi, oggi il movimento si è esteso in numerosi Paesi (alcuni dei quali territori bellici) ed è impegnato in azioni di protesta e sensibilizzazione contro qualsiasi tipo di nazionalismo e militarismo. Le prime donne manifestanti opponevano i loro corpi (vestiti di nero, colore di morte) e il loro silenzio al linguaggio di una propaganda violenta tanto quanto la stessa occupazione militare.

Le Donne in Nero, molto attive in Italia, hanno l’obiettivo di rendere visibile l’inutilità della guerra sotto ogni aspetto – sociale, economico – e di sostenere una cultura in cui essa non sia concepita.

Il militarismo non riguarda solo l’esercito, il servizio militare, ma ci sono anche i valori trasmessi dal militarismo – nazismo, gerarchia, cieca obbedienza, riposo del guerriero, xenofobia, ecc.; sono valori che pervadono la famiglia, la scuola, l’intero ambiente sociale” – così ricordano le Donne in Nero di Belgrado, nel libro “Donne per la Pace” (1997).

I nostri territori ospitano basi militari, producono armi, i nostri Governi ne autorizzano l’export: la guerra ci riguarda, la sua logica ci appartiene, anche quando sembra lontana, altrui.

Marta Bolgioni

Laureata in Culture, Formazione, Società Globale, si occupa di tematiche femministe, ambientali e socio-politiche con particolare attenzione all'ambito pedagogico.

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