Desaparecidos: Enrico Calamai, diplomatico al servizio della verità

Come sono arrivato in Argentina? Beh, è molto semplice: sapevo lo spagnolo“. Si presenta così Enrico Calamai in tutta la sua tangibile e disponibile umiltà. Ci siamo seduti al tavolo di un locale nel rione Monti a Roma e mi ha concesso un’intervista.

Enrico Calamai
Enrico Calamai

Lo hanno definito “lo Schindler di Buenos Aires“, “l’eroe discreto”, “il vice console che salvò 300 persone”, nel tempo gli hanno riservato molte etichette e dedicato un albero nel Giardino dei Giusti, eppure Calamai ha affermato di aver fatto semplicemente ciò che qualsiasi altra persona avrebbe fatto al posto suo. In occasione della Giornata Internazionale dei Desaparecidos lo abbiamo incontrato e abbiamo raccolto la sua preziosa storia di diplomatico italiano in Argentina e Cile dal 1972 al 1977.

“Sono arrivato al ministero degli Esteri a seguito del concorso, alle spalle avevo studi in Economia e Commercio. Nell’ottobre del ’72 arrivai in Argentina come vice console per il Ministero, al tempo c’era il generale Lanusse, ma era già chiara la sua ininfluenza, da lì a poco sarebbe caduto. Io ero nel consolato e mi occupavo di pratiche relative a problemi quotidiani di connazionali in Argentina: procure, riconoscimenti titoli di studio, ritardi dell’INPS ecc… Da lì fui inviato in Cile”.

La parentesi cilena di Calamai fu breve, ma fortissima. Il golpe inaspettato e violento del generale Pinochet, quell’11 settembre 1973 è storia nota, di recente rievocata magistralmente nel filmSantiago, Italiadi Nanni Moretti premiato come “miglior film documentario” ai David di Donatello 2019. La pellicola ricostruisce il colpo di Stato, il bombardamento del palazzo presidenziale e la folla di rifugiati che assediò le Ambasciate dei diversi Paesi.

Calamai arrivò in Cile già un anno dopo il golpe: “non ho fatto nulla di quello che hai in mente, in Cile” – mi previene – “quello che ho fatto è stato dormire con i rifugiati, ovvero coloro che avevano scavalcato le mura dell’Ambasciata ed erano entrati all’interno. Volevano che un diplomatico restasse con loro, questo avrebbe minimizzato le possibilità di interventi e aggressioni seppure illegittime da parte dei cileni.

Erano in 250 i rifugiati che dormivano nel giardino dell’Ambasciata italiana e il nostro Paese assunse un atteggiamento che definire ‘ambivalente’ sarebbe un eufemismo: accogliendo i rifugiati temeva un effetto boomerang. I golpisti fecero leva su questa scomoda situazione: l’Italia aveva timore di accogliere i rifugiati, ma non farlo significava riconoscere come legittimo e non pericoloso il nuovo governo militare. La trattativa tra Italia e Cile finì con un accordo: i rifugiati poterono entrare in Italia, ma i cileni avrebbero dovuto rafforzare i controlli e l’Ambasciata avrebbe alzato il muro di cinta”.

In Argentina fu molto diverso, almeno a giudicare dalle apparenze. Calamai vi arrivò sul finire del ’74 quando Perón stava ormai per morire.

“La faceva da padrone la tripla A (AAA): “Alleanza Anticomunista Argentina”, un’ala di estrema destra del peronismo che faceva capo al ministero dell’Interno. Con la scusa di reprimere la guerriglia comunista – asserragliata nella provincia di Tucumán – ebbe inizio il sistematico piano di eliminazione fisica e politica delle forze progressiste.

I paramilitari uscivano in borghese con macchine senza targa, le cronache dei giornali intanto iniziavano a parlare di sparizioni. Molti, se non tutti, temevano il medesimo e recente copione cileno: violenza e terrore. La paura era nell’aria, ma il giorno del golpe tutto era calmo, mi sentii sollevato. La vita sembrava scorrere come prima, i negozi e le attività, e di questo tutti erano meravigliati.

La sera, però, incontrai l’amico Giangiacomo Foà, inviato del Corriere della Sera. Foà mi avvertì che le apparenze ingannavano. Ben presto, dalle province, arrivarono notizie di persone che venivano fatte sparire, si perquisivano le case e si portavano via sospettati, giovani, presunti informati dei fatti. Dappertutto, in Argentina, accadeva che i parenti venissero a reclamare l’habeas corpus. Così tra consolati italiani si iniziò a parlare, ovunque la medesima storia e nessun avvocato disponibile a impugnare i casi presentati […]

Serviva un ‘salto’ di responsabilità politica per affrontare l’inedita situazione: non i Consolati, ma l’Ambasciata o il Ministero. Serviva che il ministro convocasse l’ambasciatore, ma questo non fu fatto. Molto più tardi scoprimmo i voli della mortema dei sequestri si parlò sin da subito: gli aguzzini non volevano rilasciare i prigionieri perché questi avrebbero raccontato le torture; se li avessero uccisi, i cadaveri avrebbero rivelato l’orrore. Si optò per un’angosciante ‘soluzione finale’: la sparizione.”

Foto del 2006 scattata durante una manifestazione in ricordo dei 40 anni dall’inizio della dittatura di Videla. Licenza CC

Ricorda una particolare storia infelice? una di quelle per le quali non ha potuto far nulla?

“Sì, certo, ricordo una ragazza di vent’anni, venne da noi a raccontare il sequestro. Non sapeva dove fosse stata portata, tutti venivano rapiti e bendati. La ragazza fu stuprata e torturata perché fornisse informazioni su militanti della guerriglia con la quale lei non aveva nulla a che fare. Quando le tolsero la benda le fecero vedere il letto di metallo al suo fianco, c’era il suo fidanzato. Quel metallo veniva usato come super conduttore. Il ragazzo sparì per sempre…

Rischiando la vita, la ragazza ci aveva raccontato tutto. Disse che ‘era suo dovere’. Io scrissi tutto, tutto… feci rapporto immediatamente al Ministero”.

Beato il Paese che non ha bisogno di eroi – diceva Brecht – e anche se lei non si considera tale, il Cile e l’Argentina di quegli anni ebbero bisogno di persone come lei. Tra le tante storie a “buon fine” che lei ha contribuito a determinare, vorrei chiederle di raccontarcene una che ricorda disitintamente…

Verrebbe da dire che urlare e fare scenate quando si è dalla parte dei giusta, serve. “Sicuramente”.

Il suo racconto mi ha fatto pensare alla ‘natura’ della Storia e ai balzi nel “passato”, meglio, nel “buio” che avvengono anche quando nessuno se lo aspetta. Per gran parte della sua vita, dopo l’orrore dei campi, Liliana Segre ha dedicato il suo impegno a coltivare la Storia e la memoria; mi ha colpito la sua stanchezza, forse disillusione degli ultimi anni. Quanto è facile che il passato ritorni? Quanto e com’è possibile che gli orrori della Storia possano verificarsi di nuovo?

“Io penso che la ‘ricetta’ sia contenuta nel pensiero delle Madri di Plaza de Mayo, il ‘vaccino’ contro il ripresentarsi dell’orrore si articola in tre aspetti: memoria, verità e giustizia: una memoria da coltivare quotidianamente, una verità da raggiungere e una giustizia da praticare […] il problema è che tutti sanno cosa succede, ma l’indifferenza regna sovrana se la tragedia non ti riguarda. Vede, oggi la strage quotidiana di uomini e donne avviene nel Mediterraneo, sulla rotta balcanica e così via… giornalmente spariscono e muoiono persone, questi sono i nuovi desaparecidos e le reponsabilità sono precise. Tutti sappiamo ciò che accade, ma noi per esempio siamo qui a bere serenamente”.

Le sue parole stimolano in me nuovi sentimenti, suggestioni e domande nonché una consapevolezza rinvigorita sulle responsabilità di questa Europa nella strage dovuta alle frontiere blindate, “non solo frontiere chiuse” – spiega – “anche la sistematica esternalizzazione dei confini in luoghi lontano dalle telecamere, nelle rotte desertiche dove le persone muoiono senza il ‘favore’ della telecamera,  forse non lo capiremo mai, ma questi sono i desaparecidos di oggi” […].

A proposito di quanto ha spiegato, so che lei lavora molto sul tema della sistematica strage dei migranti forzati.

“Sì, abbiamo un piccolo gruppo con il quale ogni giovedì ci rechiamo di fronte al Viminale con le mani colorate di rosso sangue, ci chiamiamo le ‘mani rosse antirazziste’: è necessario denunciare e segnalare l’imperante deserto di voci nell’opinione pubblica e nella società civile su quanto sta accadendo.”

Le mani rosse antirazziste. Foto di Enrico Calamai
Le mani rosse antirazziste.

La storia dunque si ripete, anche se in forme diverse, e forse è per questo che molti non sembrano accorgersene. Non se ne ha coscienza perché quanto accade non ha gli stessi tratti del passato, non è lo “stesso copione” – come pensarono gli argentini il giorno del golpe – non le pare che possa essere questa la causa?

“Una riflessione giusta. Vede l’atteggiamento dell’ANPI nazionale, è emblematico in questo senso. Sono lodevoli le iniziative che ANPI porta avanti nel denunciare intitolazioni di piazze e strade ai fascisti del tempo, ai gerarchi ecc… Quello che vedono, però, sono solo le ‘forme’ del passato e non riconoscono quello che sta accadendo oggi”.

Oggi, ci ricorda Calamai, proprio dall’Italia, arrivano notizie importanti sulle condanne definitive agli esecutori e ai protagonisti del Piano Condor: Il Governo italiano ha richiesto l’estradizione di 3 criminali cileni condannati lo scorso primo luglio. Una notizia importante ma come dicono gli inglesi “Justice delayed, justice denied”.  

Ha sempre senso perseguire la giustizia, ma a distanza di tutto questo tempo cambia tutto…

Atto fondativo dell'operazione Condor
Atto fondativo dell’Operazione Condor, il piano per annientare il comunismo e il socialismo in America Latina che vide coinvolti tra gli altri: il presidente USA Nixon, il segretario di Stato Kissinger, la CIA e Augusto Pinochet. Licenza Wikimedia Commons

Chi lo conosce, probabilmente sa che Calamai non ama mettersi in mostra, né ama le telecamere. Io l’ho potuto sperimentare nella sua pacata e gentile riservatezza, nella serietà del suo impegno etico, civico e politico. La passione di Enrico filtra dal suo sguardo amichevole ma al contempo rivolto sempre a ciò che è più importante, oltre l'”asticella”. Per questo, a nome di Voci Globali, vorrei ringraziarlo, per il suo racconto, per la sua vita e per come l’ha condotta.

Il tempo a nostra disposizione è finito ed Enrico mi fa cenno di restare al tavolo, fa per pagare e aggiunge “invito io“, io dal tavolo provo con un goffo: “ma in realtà l’ho invitata io!“, senza successo.

Dal tavolo del bar al quale siamo seduti, pesano come un macigno le parole di Calamai contenute nella dedica del suo libro-racconto “Niente asilo politico”:

“Alle vittime ignote del nostro benessere”.

Migranti in Ungheria, licenza wikimedia commons
Migranti in Ungheria, licenza Wikimedia Commons

Michele Ramadori

Laureato in Filosofia a Perugia con una tesi sul filosofo ghanese Kwasi Wiredu e il dibattito storico sulle filosofie dell'Africa. Laurea Magistrale in Filosofia ed Etica delle relazioni. Si è occupato di immigrazione, protezione sociale e rifugiati in diverse ONG e nella sezione sociale del CIR (Consiglio italiano per i rifugiati) nonché di sensibilizzazione e prevenzione su Hiv/Aids, di NEET e diritti LGBT+. Attualmente lavora nell'ambito della progettazione europea e della cooperazione.

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