L’ape e i suoi prodotti nella cultura e dieta africana di 3.500 anni fa

[Traduzione a cura di Davide Galati dall’articolo originale di Julie Dunne pubblicato sulla rivista The Conversation]

L’ape da miele è il più importante insetto impollinatore al mondo di piante alimentari, e l’apicoltura svolge un rilevante ruolo economico a livello mondiale. Ogni anno vengono prodotte circa 1,6 milioni di tonnellate di miele, e anche il miele selvatico viene utilizzato in grandi quantità dai raccoglitori di tutto il mondo. I prodotti dell’alveare come miele, cera d’api, larve d’api, polline e propoli sono utilizzati per scopi alimentari, medicinali e cosmetici. Forniscono anche fonte di reddito per le famiglie in gran parte dell’Africa.

Una considerevole letteratura storica ed etnografica in tutto il continente suggerisce che i prodotti delle api, il miele e le larve sono stati per lungo tempo importanti sia come fonte alimentare che per la produzione di bevande. Ma non è noto quanto sia antica la pratica dello sfruttamento delle api da miele in Africa.

Il nostro recente progetto di ricerca ha prodotto la prima prova chimica diretta dello sfruttamento dei prodotti delle api nell’Africa Occidentale. Abbiamo ottenuto questo risultato analizzando i residui organici presenti sulle ceramiche preistoriche rinvenute nei siti della civiltà Nok in Nigeria.

Scavi di figure Nok in terracotta presso il sito archeologico. Foto di Peter Breunig.
Scavi di figure Nok in terracotta presso il sito archeologico. Foto di Peter Breunig

Il popolo Nok, noto per le sue notevoli figure in terracotta rinvenute su larga scala e per la prima lavorazione del ferro, visse circa 3.500 anni fa in Nigeria. Poco si sapeva della loro dieta e delle pratiche di sussistenza, a causa dell’acidità dei terreni nei siti archeologici che hanno lasciato poco materiale organico. Non sono sopravvissuti né ossa di animali né resti di piante, che avrebbero rivelato se coltivassero piantagioni, tenessero animali domestici o cacciassero selvaggina.

L’analisi dei residui organici [sui manufatti, NdT] resta quindi l’unico mezzo per indagare la dieta e le pratiche di sussistenza del popolo Nok, per fornirci informazioni sul fatto che fossero precoci agricoltori o che praticassero ancora lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori. Ciò ha implicazioni per la nostra comprensione dell’addomesticamento delle piante, come il miglio perlato, o dell’epoca in cui registrare i primi animali domestici nell’area.

La nostra ricerca

La tecnica dell’analisi dei residui organici prevede la macinazione di piccoli pezzi di antica terracotta. Da questi abbiamo estratto chimicamente i lipidi – i grassi, gli oli e le cere del mondo naturale. Questo ha fornito un’“impronta biomolecolare” degli alimenti cucinati in pentole Nok. I grassi animali – come il latte e la carne di bovini, ovini, caprini e suini – sono di gran lunga gli alimenti più comuni identificati nelle antiche pentole.

Ecco perché siamo rimasti sorpresi quando le nostre analisi hanno rivelato che un terzo dei vasi Nok conteneva una serie complessa di biomarcatori lipidici che indicavano la presenza di cera d’api. Determinata geneticamente attraverso la biochimica dell’ape, la composizione della cera d’api è estremamente costante. Offre un’affidabile “impronta chimica” per rilevare la presenza di cera d’api nei vasi archeologici.

Cosa ci dice la presenza di cera d’api nei vasi? Dopotutto, la cera in sé non è commestibile sebbene possa essere utilizzata per scopi tecnologici e medicinali. La sua presenza nelle pentole è probabilmente una conseguenza della lavorazione (fusione) di favi attraverso un lieve riscaldamento, cosicché le pentole assorbirono parte della cera. Oppure potrebbe essere che il miele stesso sia stato cotto o conservato nelle pentole.

I popoli antichi potrebbero aver cercato i nidi delle api selvatiche sia per il loro miele, una rara fonte di dolcezza, sia per altri prodotti delle api, come le larve, che ancora oggi vengono consumate in molti luoghi del mondo. Il miele offre una fonte di energia alimentare di elevata qualità, grassi e proteine ed è spesso un’importante fonte di cibo per i cacciatori-raccoglitori.

Ci sono diversi gruppi in Africa, come i raccoglitori Efe nella foresta dell’Ituri, nell’Est dello Zaire, che storicamente hanno fatto affidamento sul miele come principale fonte di cibo. Raccolgono tutte le parti dell’alveare, compreso miele, polline e larve d’api, dalle cavità degli alberi che possono trovarsi fino a 30 metri da terra, usando il fumo per distrarre le pungenti api.

Il miele potrebbe anche essere stato usato come conservante per le riserve di altri prodotti. Tra gli Okiek del Kenya, che si affidano alla cattura e alla caccia di un’ampia varietà di selvaggina, la carne affumicata viene talvolta conservata con il miele, per una durata fino a tre anni. Alcuni dei vasi Nok contenevano biomarcatori che suggeriscono la presenza sia di cera d’api che di prodotti a base di carne.

Esempio di alveare in ceramica nell'apicoltura moderna africana. Foto ripresa da The Conversation su cortesia di Bees for Development
Esempio di alveare in ceramica nell’apicoltura moderna africana. Foto ripresa da The Conversation per gentile concessione di Bees for Development

Oltre a utilizzare il miele come fonte di cibo, potrebbe essere stato utilizzato per produrre bevande a base di miele, vino, birra e bevande analcoliche, che oggi sono comuni in tutta l’Africa. Gli scritti di antichi esploratori forniscono approfondimenti sul grado di antichità di queste pratiche. Ad esempio, Ibn Battuta, studioso ed esploratore musulmano berbero, mentre visitava la Mauritania nel 1352, raccontò di una bevanda acida a base di miglio macinato mescolato con miele e latte acido. Un’ulteriore testimonianza della preparazione del vino dal miele si trova in un resoconto di una visita portoghese sulla costa occidentale dell’Africa (1506-1510).

Un’ulteriore possibilità è che i vasi stessi possano essere stati utilizzati come alveari, implicando una qualche gestione delle api. Questo è comune nell’apicoltura tradizionale nigeriana moderna, nella quale alveari di terracotta sono posizionati sul terreno o sugli alberi.

Così, la nostra identificazione di cera d’api, e forse di miele, nei vasi Nok solleva interessanti domande sul grado di antichità della raccolta di miele nell’Africa occidentale. In questa regione l’arte della ceramica è stata inventata almeno 8.000 anni prima. È possibile che l’analisi di questi precedenti vasi riveli come anche i primi cacciatori-raccoglitori della regione fossero raccoglitori di miele.

Davide Galati

Nato professionalmente nell'ambito finanziario e dedicatosi in passato all'economia internazionale, coltiva oggi la sua apertura al mondo attraverso i media digitali. Continua a credere nell'Economia della conoscenza come via di uscita dalla crisi. Co-fondatore ed editor della testata nonché presidente dell’omonima A.P.S.

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