Varosha e il conflitto cipriota, la storia di un quartiere-fantasma

Siamo alla fine degli anni ’60. È una mattina d’estate a Varosha, quartiere della città di Famagusta. Il sole splende alto sulle spiagge bianche, alcuni turisti approfittano della quiete mattutina per fare il primo, rinfrescante bagno della giornata. L’acqua è turchese, trasparente come il vetro.

A poche centinaia di metri di distanza, in una casa di pietra affacciata sul mare, qualcuno sta spalancando le finestre per arieggiare l’ambiente dopo la notte. La brezza marina e il profumo di gelsomino invadono le stanze. A breve si sveglieranno anche i bambini, che come sempre passeranno la giornata a giocare nel cortile all’ombra di ulivi e cactus.

Sul lungomare, in uno dei tanti lussuosi hotel, chef e camerieri si danno da fare per apparecchiare i tavoli e preparare le colazioni. Le tovaglie bianche profumano di pulito, posate d’argento e bicchieri di cristallo luccicano nel sole mattutino che inonda il salone. Cura e attenzione ai dettagli sono fondamentali, data la clientela di alto profilo che affolla il litorale.

Famagusta è al picco della sua prosperità. Abitualmente frequentata da star di Hollywood del calibro di Elizabeth Taylor e Richard Burton, è un polo turistico ed economico la cui vivacità culturale si combina alla straordinaria bellezza del paesaggio naturale, facendone una delle mete più ambite del Mediterraneo.

Cartoline da Famagusta, anni ’60 – foto in licenza CC, credit: The Sun

C’è però un dettaglio impossibile da trascurare. Un dettaglio geografico che segnerà per sempre il destino della città: Famagusta è collocata nella parte nord-orientale dell’isola di Cipro, e da qui a pochi anni diventerà suo malgrado il simbolo più rappresentativo di ciò che le guerre creano. O meglio, di ciò che le guerre distruggono.

A cavallo fra tre continenti, l’isola di Cipro è storicamente un puzzle di etnie, culture e lingue differenti che si sono succedete e sovrapposte nel corso del tempo.

Amministrata dai britannici per quasi 100 anni – prima come territorio in affitto, poi come vera e propria colonia – Cipro ottenne l’indipendenza nel 1960. Segnato da dispute intestine tra la comunità maggioritaria greco-cipriota e la minoranza turco-cipriota, il processo di affrancamento dal controllo britannico portava già in grembo il seme del conflitto interetnico che sarebbe esploso in tutta la sua virulenza all’indomani della raggiunta autonomia.

Il principale attore nella guerra di decolonizzazione fu infatti l’EOKA (Ethinki Organosis Kyprion Agoniston – Organizzazione Nazionale dei Combattenti Ciprioti), un’organizzazione paramilitare fondata nel 1955 con una connotazione fortemente anti-britannica e filo-greca. Obiettivo dichiarato dell’EOKA era l’enōsis, ovvero l’unione con la “madrepatria” greca. In tale prospettiva, la lotta di liberazione veniva concepita come un mero passaggio intermedio, che si sarebbe dovuto idealmente concludere con l’annessione dell’isola alla Grecia.

La riposta turco-cipriota all’EOKA fu il TMT (Türk Mukavemet Teskilati – Organizzazione di Resistenza Turca), interlocutore della “madrepatria” turca circa la questione cipriota e promotore della taksim, la separazione delle due comunità presenti sull’isola.

In un contesto così polarizzato, il post-indipendenza non poteva che sfociare nella totale impossibilità di trovare un equilibrio politico fra le due fazioni etniche. Ne risultò un conflitto interno che – dopo aver raggiunto picchi di violenza notevoli nel biennio 1963-1964, con strascichi di odio e discriminazione sentiti da entrambe le parti – culminò nel 1974 con l’evento che stravolse definitivamente le vite di centinaia di migliaia di ciprioti.

Nel 1967 la Grecia passa sotto il controllo di una dittatura militare di ispirazione fascista, la cosiddetta Giunta dei Colonnelli. Nel 1973, a seguito della rivolta del Politecnico di Atene, la storica composizione della Giunta subisce alcune modifiche: sale al comando Dimitrios Ioannides, capo della Polizia Militare noto per le sue posizioni oltranziste e favorevole all’annessione di Cipro alla Grecia.

Il clima politico ellenico non tarda a far sentire la propria influenza sull’isola. Forte delle posizioni sostenute dalla Giunta, nel 1971 viene rifondata l’EOKA B (o EOKA 2). L’obiettivo dell’organizzazione è uno soltanto: impedire l’applicazione di soluzioni pacifiche al conflitto e incorporare ufficialmente Cipro nell’orbita greca.

Il 15 luglio del 1974 l’EOKA B e la Guardia Nazionale Cipriota tentano un colpo di Stato. Il Governo del legittimo presidente Makarios viene rovesciato e al suo posto viene nominato Nikos Sampson, ultra-nazionalista ed ex membro dell’EOKA noto per aver preso parte attiva ad azioni violente nei confronti di civili turco-ciprioti durante i primi scontri interetnici.

La riposta della Turchia è il lancio dell’Operazione Attila. Cinque giorni dopo, il 20 luglio, Ankara invia truppe armate sull’isola di Cipro. L’intento dichiarato è quello di proteggere la minoranza turca da un sicuro incombente massacro e ristabilire l’ordine costituzionale.

Ma è solo l’inizio di una lunghissima agonia: le truppe turche invaderanno infatti la parte settentrionale dell’isola per non lasciarla mai più, tanto che nel 1983 lo storico leader turco-cipriota Rauf Denktash proclama unilateralmente la nascita della Repubblica Turca di Cipro del Nord – ad oggi riconosciuta solamente dalla Turchia.

La cosiddetta green line – la zona demilitarizzata istituita nel 1974 dall’ONU dopo il cessate il fuoco – segna ancora oggi la linea di separazione fra le due parti dell’isola. Una linea che si estende da Est a Ovest come una lunga ferita incisa nel terreno. Una ferita ancora aperta e sanguinante, ben visibile a Famagusta. A Varosha più precisamente, il quartiere rimasto fermo a quel giorno d’estate del 1974.

Quando la notizia dell’imminente sbarco dell’esercito turco giunge a Varosha si scatena una fuga di massa. Temendo un massacro, turisti e abitanti scappano portando con sé pochi abiti e oggetti arraffati in fretta e furia. Giusto quel che serve per sopravvivere fino al rientro nelle rispettive abitazioni, non appena le acque si saranno calmate.

Le acque, però, non si calmeranno mai. Non appena le truppe di Ankara sbarcano a Varosha circondano l’intera area con del filo spinato, dichiarandola zona militare e impedendone l’accesso a chiunque. Anche agli abitanti, che non potranno mai più recuperare i propri effetti personali né tantomeno riprendere possesso delle proprie case.

A quasi cinquant’anni di distanza, il quartiere rimane il simbolo di un conflitto interetnico la cui soluzione sembra ancora molto lontana.

Cartello che segna il perimetro dell’area occupata di Varosha – foto in licenza CC, credit: Marco Fieber

Varosha, un tempo popolata da 39.000 abitanti e disseminata di hotel, centri ricreativi e teatri, è oggi una città fantasma congelata nel tempo. Un ammasso di edifici vuoti e in rovina, che come scheletri malconci testimoniano la vita che fu e il dramma di quella fuga improvvisa in una mattina d’estate del 1974. La mattina che segnò l’inizio di deportazioni di massa nell’intera isola: centinaia di migliaia di greco-ciprioti residenti nella parte Nord di Cipro vennero forzatamente trasferiti a Sud; lo stesso avvenne in direzione inversa per i turco-ciprioti residenti nella parte meridionale.

Varosha oggi – foto in licenza CC, credit: Zairon

Vasia Markides è figlia di una famiglia greco-cipriota emigrata negli Stati Uniti a causa del conflitto. Nel 2008 ha realizzato Hidden in the Sand, un documentario in cui ricostruisce la storia e il trauma – collettivo, familiare ed individuale – dell’occupazione di Varosha e della suddivisione dell’isola in due parti.

Le testimonianze raccolte dipingono scene di vita quotidiana bruscamente interrotte. Viene quasi spontaneo immaginare pentole lasciate sui fornelli accesi in una cucina vuota, panni stesi al sole in un cortile silenzioso, giocattoli sparsi sul pavimento di una cameretta che nessuno ha avuto tempo di riordinare.

Nelly Kronides, intervistata da Vasia Markides nel documentario, indica dei tappeti esposti nella sua nuova casa e racconta: “Questi li ho fatti a Varosha, per questo hanno un gran significato per me. Mi sono portata dietro questi e alcuni vestiti, è tutto quello che sono riuscita a mettere nella borsa. […] Pensavamo che saremmo stati lontani da casa solo per qualche giorno. Non ho detto a nessuno che queste sono le cose che ho scelto di portare con me.”

Vasia si rivolge poi al marito di Nelly, Savvas, chiedendogli cosa lui abbia portato con sé. “Niente. Assolutamente niente.” risponde lui sorridendo amaramente.

Al panico iniziale si sostituisce poi una profonda paura, legata alla vaga consapevolezza che probabilmente il rientro a casa non sarà immediato né tantomeno semplice. Come ricorda Elli Lagoudi Solomonides, sempre intervistata da Vasia Markides: “Tre giorni prima dell’invasione di Varosha scappammo verso le montagne e sentimmo via radio la notizia che Varosha era stata presa. Quella notte riuscii a malapena a dormire, e la mattina successiva notai che le radici dei miei capelli erano diventate grigie.”

Da tutte le interviste raccolte in Hidden in the Sand emerge un pungente senso di amara nostalgia. Un trauma pressoché impossibile da elaborare, perché troppo improvviso e soprattutto perché ancora in corso.

Le parole di una donna ripresa davanti al filo spinato che circonda Varosha ben rappresentano il dolore di una ferita che da decenni si rinnova ogni giorno: “La mia casa è all’interno della zona morta. Se fosse stata solo qualche metro più in là, ora ci vivrei. Se ora avessi la mia casa non avrei tutti questi problemi economici e familiari. Una volta c’era una recinzione nera con due palme, ma hanno sradicato le palme [le forze di occupazione turche, ndr]. Erano il mio orgoglio e la mia gioia perché mio nonno le aveva piantate per me. Ora sarebbero completamente cresciute.”

Varosha oggi – foto in licenza CC, credit: Sergej Fomin

Nonostante la storica apertura della green line nel 2003 che ha finalmente dato il via libera agli spostamenti fra la zona settentrionale e quella meridionale dell’isola, la questione di Varosha è rimasta irrisolta.

Ed è per questo che nell’agosto del 2020 l’annuncio da parte dell’autoproclamato Governo turco-cipriota di riaprire Varosha ha scatenato non pochi malumori, sia sul piano locale che su quello internazionale.

Stando a quanto prospettato dal Primo Ministro Ersin Tatar, il conteso quartiere di Famagusta verrà riaperto sotto l’esclusivo controllo della Repubblica Turca di Cipro del Nord. L’intento è quello di riportare Varosha all’antico splendore, trasformandola nuovamente in un moderno polo turistico in grado di rivitalizzare l’intera economia turco-cipriota.

L’appoggio incondizionato della Turchia non si è fatto attendere, e in una conferenza stampa congiunta tenuta ad Ankara nell’ottobre del 2020 Erdogan e Tatar hanno ufficializzato il primo passo verso il completo recupero del distretto di Varosha: la riapertura di circa 200 metri di spiaggia.

Il piano ha immediatamente scatenato le proteste delle decine di migliaia di greco-ciprioti costretti a lasciare le proprie case nel 1974. La percezione è che si tratti di una mossa tesa a fare pressione psicologica nei confronti della comunità greco-cipriota; ma soprattutto, è l’ennesimo colpo inferto alla speranza di una risoluzione pacifica del conflitto.

A livello internazionale, la decisione unilaterale presa da Cipro del Nord e Turchia è stata duramente criticata da più parti. L’accusa è quella di violare la risoluzione 550 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 1984, all’interno della quale si dichiara l’inammissibilità di qualsiasi tentativo volto a realizzare un reinsediamento nell’area di Varosha che non coinvolga i suoi abitanti originari.

Ma non solo: un piano di questo tipo mette ulteriormente a rischio i già delicati equilibri geopolitici della regione orientale del Mediterraneo, da ormai svariati mesi teatro di scontri tra Grecia e Turchia per la ricerca e il controllo di giacimenti di petrolio e gas naturale.

Un questione estremamente spinosa, dunque, che chiama in causa tanti – se non troppi – elementi e sembra condurre in un vicolo cieco da qualsiasi prospettiva la si guardi.

Eppure, in passato, c’è chi ha provato ad immaginare un futuro diverso per Varosha.

La già citata Vasia Markides, oltre ad essere l’autrice del documentario Hidden in the Sand, è anche la fondatrice del Famagusta Ecocity Project. Il progetto, nato nel 2006, mette insieme un team di esperti turco-ciprioti e greco-ciprioti con l’obiettivo di reinventare il distretto seguendo un percorso ecosostenibile.

Nella descrizione dei principi che ispirano il Famagusta Ecocity Project la narrativa dominante viene ribaltata: Varosha – e più in generale, l’intera Famagusta – non viene concepita come un intricato problema da risolvere ma bensì come un’opportunità su cui lavorare congiuntamente per dimostrare che una risoluzione pacifica del conflitto è possibile. E che seguire tale direzione porterebbe enormi benefici a tutti.

L’idea è infatti quella di recuperare il patrimonio architettonico e paesaggistico del quartiere secondo i criteri di sostenibilità, circolarità e cooperazione tra comunità, trasformando così Varosha in un esperimento unico e all’avanguardia che sia da modello per l’intero globo.

Un progetto realizzabile e ricco di potenziale, che però si scontra con gli infausti sviluppi politici degli ultimi mesi.

Ma è proprio davanti a questo muro apparentemente invalicabile di cieca ostinazione politica che le parole di Vasia Markides risuonano con ancor maggiore urgenza: “Che storia racconteremo? Possiamo trasformare un simbolo di guerra, divisione, perdita, odio e indifferenza in un simbolo di speranza, riunificazione, prosperità e pace?”

Camilla Donzelli

Laureata in Scienze Politiche per la Cooperazione e lo Sviluppo, si forma poi come consulente legale professionale con ASGI - Associazione Studi Giuridici Immigrazione e lavora per diversi anni nel sistema di accoglienza italiano. Appassionata di antropologia politica e da tempo impegnata nella diffusione di buona informazione circa i fenomeni migratori, nel 2020 si trasferisce ad Atene per studiare da vicino gli effetti delle politiche europee sulle popolazioni in movimento. Attualmente collabora con Jafra Foundation Greece.

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