Uganda, ecofemministe in lotta contro l’industria petrolifera

[Traduzione a cura di Gaia Resta dell’articolo originale di Sostine Namanya e Bwailisa Christine su openDemocracy]

Uganda, una donna sfrattata dalla NFC (New Forest Company) indica dove una volta si trovava la sua casa. Foto di Oxfam Italia da Flickr in licenza CC 2.0

Eravamo come scoiattoli contro un elefanteracconta Margaret Kagole del Mbibo Zikadde Women’s Group in Uganda. I funzionari delle società petrolifere hanno distrutto i nostri raccolti passandoci sopra con trattori, livellatrici, cavi e camion”.

Kagole è una delle tante donne nel Paese che ha subito le conseguenze delle esplorazioni iniziali condotte dalle aziende petrolifere nelle loro terre senza aver ottenuto il consenso libero, informato e preliminare da parte della comunità.

Nel 2006, nella regione ugandese di Albertine Graben, è stata calcolata la presenza di circa 6,5 miliardi di barili di petrolio grezzo. Da quel momento, hanno avuto inizio i negoziati del Governo con le compagnie petrolifere che intendevano ottenere accesso alla terra per la ricerca di petrolio, così come la costruzione di strade e di un aeroporto; il tutto in assenza di trasparenza e con controllo pubblico pressoché minimo. I progetti di sviluppo sostenuti dal Governo sono stati caratterizzati da evacuazioni, migrazione forzata, bassi tassi di compensazione, violenza, degrado del territorio, perdita dei mezzi di sostentamento e una maggiore presenza militare per “proteggere” gli operai e gli impianti petroliferi.

Sono le donne e le ragazze a fare le spese di tutto ciò. Le preesistenti diseguaglianze di genere hanno portato a una suddivisione iniqua del lavoro, per cui le donne sono le maggiori responsabili della sussistenza e dell’assistenza famigliare, ricevendo in cambio ben poco sostegno e investimenti da parte dello Stato. Quasi il 73% delle famiglie ugandesi si dedica all’agricoltura di sussistenza e le donne costituiscono i tre quarti della forza lavoro in agricoltura.

Eppure, nonostante le donne sostengano l’onere maggiore in quanto agricoltrici primarie, possiedono soltanto il 7% della terra e vengono escluse dai processi decisionali riguardo all’utilizzo della terra stessa. Il fatto che le donne non siano proprietarie delle terre significa che non possono beneficiare dei pacchetti compensativi offerti dai progetti infrastrutturali.

La speranza di avere giustizia si sta spegnendo
Jennifer Omirambe è una delle centinaia di donne residenti nei distretti di Hoima, Buliisa, Nwoya e Amuru che sono state sfrattate per consentire la costruzione di una raffineria petrolifera. Ha dichiarato che suo marito, come molti altri, era così felice all’idea di ricevere una compensazione di 11 milioni di scellini ugandesi (circa 2.500 euro) che ha abbandonato lei e i loro figli.

Sono molto comuni le storie di donne che combattono con i mariti per ottenere una giusta quota della compensazione dopo aver perso la loro terra per via dei progetti petroliferi; queste vicende producono conseguenze a livello sociale, economico e psicologico sulle donne per il resto della vita.

Nell’ambito di un corso per la costruzione di un movimento femminista svoltosi ad Albertine nel 2018, le donne hanno raccontato delle violenze subite e delle “promesse” annunciate dal Governo e dalle società: più posti di lavoro, ricollocazione su terre fertili, ospedali migliori, scuole e altre infrastrutture, e addirittura la costruzione di un “aeroporto di servizio” e piena compensazione per la cessione della terra. La maggior parte delle promesse non sono state mantenute. Difatti, tutte le donne e le loro comunità sono diventate ancora più povere, private dei loro mezzi di sussistenza, della loro terra e con una possibilità minima di far ricorso alla giustizia.

Chi viene sfrattato dalla propria terra senza venire ricollocato spesso finisce in uno dei campi per sfollati interni dell’Uganda (Internally Displaced Persons camps). Yoanina Musimenta, una donna che vive nel campo per sfollati interni di Kigyayo nel distretto di Hoima, fa notare che

alcune donne e ragazzine si sono ridotte, per sopravvivere, a svolgere lavori occasionali e a prostituirsi nei dintorni della fabbrica di zucchero che ha preso il posto delle loro abitazioni. Abbiamo trascorso più di cinque anni qui e la speranza di avere giustizia si sta spegnendo.

Bambini ricordano le proprie case in Uganda, perse a causa della deforestazione. Foto di Oxfam International da Flickr con licenza CC 2.0

Battersi per le donne, battersi per la terra

Nonostante questa realtà così violenta, il crescente movimento eco-femminista in Uganda si sta organizzando contro l’accaparramento delle terre [fenomeno noto come land-grabbing, NdT]. L’ecofemminismo traccia collegamenti tra la violenza contro la natura e la violenza contro le donne, in quanto considera interconnessi la salute e il benessere di entrambi.

Nella foresta di Bugoma alcuni gruppi di donne ripiantano gli alberi e perlustrano i confini della foresta in cerca di eventuali taglialegna illegali. Con l’obiettivo di costruire un’alternativa e di procurarsi di che vivere in maniera sostenibile, il Bukigindi Tree Planting Women’s Group ha rimboschito 18 ettari di terreni deteriorati – che un tempo costituivano una foresta pluviale protetta – con specie indigene delle isole Buvuma. Il gruppo offre modi di vivere alternativi e sostenibili, ispirati alle pratiche locali.

Le donne usano le radio comunitarie green per far sentire le loro voci, per affrontare i problemi che vengono segnalati, per organizzarsi e costruire consapevolezza riguardo allo sfruttamento delle risorse naturali e le ingiustizie che subiscono sui loro corpi nell’ambito dello stesso sistema patriarcale e capitalista. Stanno lavorando per costruire una conoscenza collettiva e per creare strategie corrispondenti alle loro necessità.

Nella Giornata Internazionale della Donna 2021, noi donne ugandesi esigiamo un cambiamento radicale e rivoluzionario nel modo in cui ci rapportiamo alla natura e gli uni con gli altri; chiediamo di porre fine allo sviluppo di stampo estrattivista guidato dalle multinazionali che dà priorità al profitto a discapito delle persone e del pianeta.

Gaia Resta

Traduttrice, editor e sottotitolista dall'inglese e dallo spagnolo in ambito culturale, in particolare il cinema e il teatro. L'interesse per un'analisi critica dell'attualità e per i diritti umani mi ha avvicinato al giornalismo di approfondimento e partecipativo.

    Gaia Resta

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