Palestina, l’interminabile vicolo cieco delle nuove elezioni

Nel gennaio del 1996, all’indomani degli Accordi di Oslo e della conseguente creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, si tenevano le prime elezioni generali in Palestina.

Nonostante il dilagante scetticismo sull’incerta evoluzione del percorso tracciato da tali accordi, la prima tornata elettorale palestinese vide la partecipazione di una parte consistente degli aventi diritto al voto – il 71,66% su oltre 1 milione di votanti registrati – e l’elezione finale di Yasser Arafat come presidente dell’ANP con ben l’88,2% delle preferenze. Contestualmente, si formava il Consiglio Legislativo Palestinese.

Benché inseriti in un contesto di estrema precarietà, tali eventi assumevano un’importanza di portata storica: per la prima volta dopo quasi 80 anni di strenua lotta – considerando la storia della regione nel suo complesso, che include non soltanto l’occupazione israeliana ma anche il precedente mandato britannico – il popolo palestinese veniva chiamato a esprimere la propria opinione in un processo che avrebbe idealmente aperto la strada all’autodeterminazione.

Accordi di Oslo, la storica stretta di mano fra Arafat e il Primo Ministro israeliano Rabin – U.S. National Archives in licenza CC

Le cose, però, non sono andate esattamente così. E il tempo ha dato ragione ai cattivi presentimenti dei palestinesi.

Le successive elezioni generali si tennero infatti soltanto nel biennio 2005-2006, a seguito della morte di Arafat e in un clima ancora fortemente segnato dagli strascichi della Seconda Intifada. Mahmoud Abbas – meglio noto come Abu Mazen – veniva eletto nuovo presidente dell’ANP con oltre il 60% delle preferenze, mentre la lista dominata da Hamas otteneva una schiacciante maggioranza nel Consiglio Legislativo Palestinese: 74 seggi su 132.

Un voto di reazione, quest’ultimo, che premiava la dichiarata attitudine alla guerriglia di Hamas a discapito dell’immobilismo di Fatah, partito ormai associato ad un’istituzionalizzazione sempre più corrotta e connivente con le forze di occupazione.

La vittoria di Hamas in quel gennaio del 2006 segnò l’inizio di eventi che avrebbero determinato l’assetto politico palestinese per gli anni a venire, fino ad arrivare ai giorni nostri.

La maggioranza ottenuta dal movimento – principalmente grazie ai voti racimolati nella Striscia di Gaza – non venne infatti accettata come legittima: Israele e una buona fetta della comunità internazionale occidentale opposero un categorico rifiuto al risultato elettorale, ribadendo l’inaccettabilità della linea di Hamas – ritenuta troppo radicale e di conseguenza inadeguata a guidare un esecutivo. Ne conseguì l’imposizione di sanzioni e il completo ritiro degli aiuti internazionali destinati all’ANP.

L’incapacità di Fatah e Hamas di trovare un accordo per la formazione del nuovo governo diede poi il colpo finale, inducendo il neoeletto presidente Abu Mazen a indire elezioni anticipate che vennero percepite come l’ennesima manifestazione di debolezza e tendenza al collaborazionismo. Ne scaturì una guerriglia fratricida, che nel 2007 portò Hamas a prendere l’effettivo controllo dell’intera di Striscia di Gaza; la Cisgiordania rimase invece nelle mani di Fatah.

Da allora, la situazione si è evoluta ben poco.

A seguito dell’accordo di riconciliazione firmato nel 2011 dai due movimenti, i tentativi di indire nuove elezioni sono stati diversi. Tutti puntualmente sfumati. Ne sono risultati 15 lunghi anni di assoluto stallo politico, malamente sopportati da una popolazione la cui urgenza è, per l’appunto, strettamente politica.

Ed è per questo che l’annuncio comparso il 16 gennaio sul sito Internet della Commissione Elettorale Centrale palestinese coglie tutti di sorpresa: Hanna Nasir, presidente della CEC, diffonde la road map ufficiale delle elezioni generali indette per l’anno corrente. Stando al comunicato, le elezioni legislative si terranno il 20 maggio; le presidenziali sono invece fissate per la data del 29 luglio.

La fase preliminare di registrazione dei votanti – di cruciale importanza per sondare gli umori della popolazione – si è tenuta dal 10 al 14 febbraio. Gli esiti sono stati sorprendenti: come riporta Arab News, oltre 2,6 milioni di palestinesi si sono registrati per poter prendere parte alle imminenti elezioni. Tale numero corrisponde al 93,3% degli aventi diritto al voto. Una percentuale particolarmente significativa, se si considera che alle elezioni del 2006 i registrati ammontavano all’80%.

È chiaro che in un contesto del genere, in cui vari livelli di difficoltà e incertezze si fondono fino a formare un quadro di estrema complessità, gli interrogativi che sorgono sono moltissimi.

Per provare a capire quali siano in questo momento le aspettative dei palestinesi e i possibili scenari futuri raggiungo via Skype Y., giovane attivista gazawo. La conversazione comincia con una premessa: Y. mi chiede di essere indulgente, la sua connessione è instabile e potrebbe saltare da un momento all’altro a causa dei tagli di corrente. Ordinaria amministrazione in questa striscia di terra soffocata da un’occupazione che non lascia scampo.

Per prima cosa bisogna chiarire quali siano le differenze fra Gaza e la West Bank, dice Y. Hamas controlla la Striscia dal 2007. Nel corso degli anni ha costruito un’ampia rete di infrastrutture, fino a diventare una vera e propria autorità governativa.

Quando parliamo degli ultimi 15 anni non parliamo quindi solo di divisione politica. Gaza e la West Bank sono due entità ben distinte, separate geograficamente, ideologicamente e politicamente. Basti pensare che qui a Gaza abbiamo leggi differenti riguardo, per esempio, l’utilizzo di droghe o la regolamentazione del matrimonio. Tutto è influenzato dal background religioso di Hamas. 

Ovviamente anche l’assetto della stessa società gazawa si è modificato nell’arco degli ultimi 15 anni. La classe media, cioè quello strato interessato a prendere parte attiva nella vita politica palestinese, è scomparsa.

Da un lato, ora abbiamo un gruppo di persone che si sono arricchite entrando nelle fila di Hamas e diventando funzionari governativi; dall’altra, abbiamo una massa di persone estremamente povere che devono combattere quotidianamente per soddisfare i propri bisogni primari [l’economia della Striscia è ormai al collasso da anni, sia a causa della stritolante occupazione in sé e per sé che a causa di un doppio sistema di tassazione imposto da Israele e Hamas, ndr]. Queste persone sono in un certo senso depoliticizzate, perché la loro unica preoccupazione è tirare a campare giorno per giorno. 

Un quadro sociale estremamente frammentato, dunque, all’interno del quale muoversi fra pronostici e possibili scenari diventa davvero arduo.

Se dai un’occhiata alle statistiche, continua Y., vedrai che Gaza ha una delle più alte percentuali al mondo di persone che esprimono un attivo interesse negli affari politici. Questo perché dopo 15 anni di vuoto moltissimi cittadini hanno voglia di prendere parte alle elezioni – specialmente quella generazione di trentenni che nel 2006 non aveva ancora l’età per votare e che a questa tornata elettorale sarà chiamata ad esprimere la propria opinione per la prima volta.

Tuttavia l’attuale assetto della società gazawa non lascia ben sperare. Come dicevo prima, gli strati più poveri della popolazione sono più impegnati nel risolvere i loro problemi quotidiani; ciò non significa che non parteciperanno alle elezioni, ma lo faranno probabilmente senza consapevolezza, per sentito dire. Chi invece ha una vera e propria coscienza politica da queste elezioni non si aspetta nulla. Sono persone che andranno a votare solo per il gusto di esercitare questo diritto.

Chiedo a Y. di approfondire quest’ultimo punto.

La questione non sono le elezioni in sé e per sé. Ci sono innumerevoli questioni a monte, che andrebbero affrontate ben prima di andare al voto.

Partiamo dall’inconciliabilità degli approcci di Hamas e Fatah, per esempio. Fatah ha adottato la linea della negoziazione nella West Bank – senza ottenere nulla, diciamolo pure, perché l’espansione quotidiana dell’occupazione israeliana è sotto gli occhi di tutti; l’obiettivo di Hamas è invece quello di liberare definitivamente la Palestina dalle forze occupanti.

In tutto questo, l’intero sistema socio-economico gazawo si basa sulla rete costruita da Hamas: funzionari, medici, impiegati stipendiati dal movimento.

Cosa succederebbe se Fatah vincesse le elezioni? Pensi che Hamas lascerebbe le redini di Gaza così facilmente? Che ne sarebbe della rete infrastrutturale messa in piedi in questi 15 anni e di tutti i funzionari pagati direttamente dal movimento?

Ipotizziamo invece che sia l’evento opposto a verificarsi: Hamas vince le elezioni. Pensi che Fatah si farebbe da parte nella West Bank? Israele non accetterebbe mai una cosa del genere. 

Da come Y. sta dipingendo la situazione, sembra che l’opzione più conveniente per tutti sia mantenere lo status quo. Qualunque sia il risultato elettorale, le questioni spinose da maneggiare sarebbero troppe per entrambi i movimenti. Questa tendenza alla preservazione dello stallo è confermata dal fatto che Fatah sta ancora una volta ricandidando l’ultraottantenne Abu Mazen, simbolo di quell’immobilismo e di quella corruzione che hanno rappresentato il leitmotiv degli ultimi 15 anni.

Mahmoud Abbas – noto come Abu Mazen -, l’ottantacinquenne presidente in carica dell’ANP – Wikimedia Commons in licenza CC

In tale contesto, viene da pensare che i due partiti potrebbero giungere ad una sorta di accordo pre-elettorale che consenta ad entrambi di mantenere il potere sui rispettivi territori.

È proprio questo il punto, incalza Y. Le aspettative dei palestinesi sono pari a zero perché è ormai chiaro che lo scopo di queste elezioni è solamente quello di legalizzare la divisione. La scelta di annunciare il voto ora non è casuale. La nuova Amministrazione americana si è da poco insediata, e Abbas sa bene che una delle condizioni per guadagnare potere negoziale sulla piazza internazionale è potersi presentare come portavoce ufficialmente eletto dal popolo. 

Quando Hamas ha dato il proprio consenso a queste elezioni ha sostanzialmente mandato un messaggio ad Abbas: ok, puoi andare a negoziare con Biden e rappresentare anche la Striscia. Hamas ha dato ad Abbas una carta in più da giocare sul tavolo delle negoziazioni internazionali. Questo è quanto, ed è l’unico scopo della prossima tornata elettorale.

Tutto il resto? Dettagli. Le stesse facce rimarranno a Gaza, così come nella West Bank. Giusto qualche funzionario verrà forse rimpiazzato, ma per mere ragioni di vecchiaia. È tutto un gioco di equilibrio fra partiti che non avrà alcun tipo di impatto sull’occupazione e sulla libertà dei palestinesi. 

Per completare il puzzle e capire che aria tiri nell’altra enclave palestinese contatto anche D., residente a Ramallah – capitale della West Bank – e attivista con un passato di militanza nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Il tema di una società palestinese depoliticizzata ricorre anche nelle parole D., il quale individua i medesimi gruppi descritti da Y.: gli strati più bassi della popolazione che, investiti dalle difficoltà quotidiane, non si interessano di politica e coloro i quali sentono ancora l’urgenza della lotta nazionale ma sono perfettamente consapevoli dell’inutilità di queste elezioni.

Al momento i quesiti sono molti, esordisce D. Il dibattito che infiamma le strade è sempre il solito, ci si chiede se Fatah accetterebbe un’ipotetica vittoria di Hamas e viceversa. Ma al di là di questa storica polarizzazione, un’altra questione preoccupa i palestinesi: la divisione interna di Fatah.

D. si riferisce alla controversa figura di Mohammed Dahlan. Storico fondatore del movimento giovanile di Fatah, Dahlan operò per quasi 10 anni sotto la direzione di Arafat come capo della Sicurezza Preventiva di Gaza. Nel 2006 viene eletto nel Consiglio Legislativo Palestinese e diventa contestualmente consigliere della sicurezza nazionale, carica da cui Abu Mazen lo rimuoverà nel 2007 con l’accusa di essere uno dei responsabili della disfatta nella guerriglia contro Hamas. Nel 2011 Dahlan viene definitivamente espulso da Fatah, accusato di frode e di aver preso parte all’uccisione di Arafat.

Da allora Dahlan vive negli Emirati Arabi, ma – seppur lontano ed impossibilitato a presentare la propria candidatura – non ha mai smesso di esercitare la propria influenza divisiva in quanto principale avversario di Abu Mazen all’interno di Fatah.

A tale figura si aggiunge Marwan El Barghouti, il cosiddetto “Mandela palestinese”. Storico componente di Fatah, è considerato uno dei leader della Prima e della Seconda Intifada ed è tuttora detenuto in una prigione israeliana. Si tratta di una figura molto popolare, la cui candidatura alle elezioni presidenziali metterebbe a serio rischio l’unità di Fatah.

Murales dedicato a Marwan El Barghouti nei pressi del checkpoint di Qalandiya, tra Ramallah e Gerusalemme – SP Foto’s in licenza CC

Recentemente ho avuto contatti con una fonte interna a Fatah, continua D. Questa persona mi ha detto che Barghouti farebbe parte della corrente fedele a Dahlan. Ciò significa che la divisione interna di Fatah è già realtà. Concretamente, questo potrebbe portare a infinite discussioni interne e ad un danneggiamento dell’immagine del movimento, con un conseguente spostamento dei voti verso Hamas. Se Hamas dovesse vincere, la paura è che si torni allo stesso punto del 2006, con annesse sanzioni internazionali e successiva crisi finanziaria.

Un’altra possibilità – personalmente, quella che più temo – è che si scateni una guerra intestina. Recentemente due membri di Fatah che sostenevano El Barghouti sono stati cacciati dal partito. La scintilla è pronta per innescare la bomba, e non mi sorprenderebbe se accadesse quello che è successo in Libano fra gli anni 80 e 90: una guerra civile. Credo che questa paura fungerà da fattore di spinta per molti elettori, che opteranno per un voto automatico all’ala maggioritaria di Fatah solo per scongiurare quest’ipotesi. 

Ancora, c’è un ulteriore scenario possibile: Hamas potrebbe decidere di ritirare la propria disponibilità a partecipare alle elezioni. In quel caso Fatah rispetterebbe comunque l’agenda, e le votazioni verrebbero indette nella sola West Bank. A quel punto avremmo una parte della popolazione palestinese – quella residente in Cisgiordania – che farebbe le veci di un’intera nazione, eleggendone il presidente.

Vedi il paradosso? Ancora una volta, la conferma che nessun partito è più interessato alla questione palestinese. Si tratta solo di giochi di potere personalistici.

Chiedo quindi a D. quale sia la sua valutazione complessiva sulla scelta di indire elezioni in questo preciso momento storico, considerando gli scenari estremamente pessimistici appena tratteggiati.

Personalmente non credo ci sia una diretta correlazione con le elezioni americane. Dal 2006 ad oggi diverse amministrazioni si sono succedute, ma nessuna elezione è stata mai indetta in Palestina.

Credo piuttosto che l’ANP si stia rendendo conto del malumore che serpeggia fra i palestinesi, stanchi di dover avere a che fare con una corruzione così sfacciata e dilagante. Le elezioni in questo momento fungono quindi da mero fattore di distrazione, per evitare che la società civile raggiunga il punto – vicinissimo – di ebollizione.

Si tratta di un utilizzo negativamente pragmatico dello strumento elettorale, che diventa un modo per mantenere la situazione così com’è. Quindi perché star qui a parlare dei possibili esiti di queste elezioni? Sappiamo tutti che non porteranno da nessuna parte. E da elettori ci comporteremo di conseguenza, esprimendo – o non esprimendo – voti semplicemente finalizzati a scongiurare il peggio. 

Dopotutto, ciò che conta in queste elezioni è che entrambi i partiti raggiungeranno l’obiettivo di legalizzare se stessi, il che significa che stiamo fondamentalmente vivendo sotto dittatura.

E forse l’unica, amara utilità di questa nuova esperienza elettorale per i palestinesi sarà proprio questa: la rinnovata consapevolezza che il concetto di democrazia non è disponibile all’interno della nostra comunità e che la lotta di liberazione nazionale dovrà sempre richiedere un doppio sforzo. 

Camilla Donzelli

Laureata in Scienze Politiche per la Cooperazione e lo Sviluppo, si forma poi come consulente legale professionale con ASGI - Associazione Studi Giuridici Immigrazione e lavora per diversi anni nel sistema di accoglienza italiano. Appassionata di antropologia politica e da tempo impegnata nella diffusione di buona informazione circa i fenomeni migratori, nel 2020 si trasferisce ad Atene per studiare da vicino gli effetti delle politiche europee sulle popolazioni in movimento. Attualmente collabora con Jafra Foundation Greece.

    Camilla Donzelli

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