Russia, proteste frutto di conflitto multigenerazionale

[Traduzione a cura di Gaia Resta dall’articolo originale pubblicato su Open Democracy]

Foto da Wikimedia Commons dell’utente BaptisteGrandGrand: Manifestazione contro l’arresto dell’oppositore politico Alexey Navalny a San Pietroburgo il 23 gennaio 2021.

I nostri bambini vengono manipolati!”, “Non sono più bambini!”, “Li stanno usando come carne da macello!”, “I giovani hanno il diritto di decidere in che tipo di Paese vogliono vivere!

La Russia è stata travolta da una nuova ondata di proteste e al centro del dibattito c’è la partecipazione di studenti di scuole e università alle manifestazioni messe in moto dal politico all’opposizione Alexey Navalny.

Mentre i blogger pubblicano video su TikTok e Instagram in cui incitano i giovani a scendere in strada, le scuole e le università russe minacciano di espellere i loro iscritti o, al contrario, cercano di lusingarli promettendo eventi sportivi ed esami di riparazione. A quanto pare, le agenzie di Stato russe sono pronte a tutto pur di far stare i “bambini” a casa, preferibilmente insieme ai loro genitori. “Fatevi qualche foto, cucinate il vostro piatto preferito, state seduti e fermi!ha ammonito il ministro dell’Istruzione prima della manifestazione nazionale del 23 gennaio. Il risultato è stato il panico tra i gruppi online e le chat dei genitori a causa delle voci secondo le quali “Putin aveva ordinato alla polizia di sparare ai manifestanti”.

La politicizzazione e la soggettività politica dei giovani russi è diventato un argomento sempre più dibattuto nel Paese negli ultimi anni. Ma quando il ministro russo dell’Istruzione ha presentato una nuova figura da inserire nelle scuole nazionali – un consigliere che discuta con i bambini di politica e meme – e le forze dell’ordine hanno pubblicato un video esplicito sui rischi correlati alla partecipazione alle proteste, è diventato evidente che qualcosa bollisse in pentola.

La sociologa russa Zhanna Chernova

Per comprendere il “conflitto generazionale” in corso e le motivazioni del panico generalizzato, abbiamo parlato con la sociologa Zhanna Chernova, esperta di politiche familiari in Russia e ricercatrice capo presso l’Istituto di Sociologia dell’Accademia Russa di Scienze.

La partecipazione di “bambini” alle nuove proteste – o di coloro che ora vengono chiamati “bambini” – è diventato un argomento oggetto di controversie tra il governo russo e l’opposizione. Allo stesso tempo, le statistiche dimostrano che i minori partecipanti alle manifestazioni del 23 gennaio sono stati meno del 10%, e che l’età media dei manifestanti era sui 30 anni. Che cosa c’è in gioco, perché ora tutti parlano di “bambini”?

In questo caso, naturalmente, si tratta di un panico di natura morale. È importante capire che la svolta conservatrice in Russia, l’imposizione dei cosiddetti “valori della tradizione famigliare”, non riguardano soltanto il rifiuto della parità di genere.

Se cerchiamo di comprendere il significato di questa “tradizione”, non soltanto rispetto alle relazioni di genere ma anche rispetto alle generazioni, scopriremo che la “tradizione” prevede anche il potere del padre sui figli. Non solo le donne, ma anche i figli sono in una posizione subordinata all’interno di questo schema: sono privati della loro soggettività in quanto devono onorare l’autorità del padre e seguirne le indicazioni.

L’elemento della “famiglia tradizionale” ha acquisito particolare rilevanza alla luce dei recenti appelli rivolti ai bambini in Russia in quanto creature irragionevoli che necessitano di guida e protezione. Tutto questo, ovviamente, rientra perfettamente nella struttura di uno Stato autoritario, che limita i diritti non soltanto delle donne ma anche dei bambini e dei giovani.

A che età si viene considerati “bambini” in Russia oggi? La categoria apparentemente include persone di varie età, dai bambini dell’asilo fino ai diplomati e agli studenti universitari.

L’anno scorso l’età limite ufficiale per essere considerati “giovani” è stata estesa: la Duma ha stabilito che le persone tra i 14 e i 35 anni sono ufficialmente classificati come “giovani” [dando così loro accesso, tra le altre cose, a eventuali sussidi e sostegni da parte dello Stato].

È necessario capire che, da una parte, questo gruppo di giovanissimi sta crescendo dal punto di vista demografico, ma d’altra parte sta diventando sempre più attivo politicamente, come dimostrato dalla ricerca del Levada Center, per esempio. Questo gruppo demografico si sta trasformando in un potenziale soggetto di azione politica ma, nella concezione “tradizionale” del potere e della famiglia, non c’è alcuna necessità di questo soggetto. Al contrario, questo gruppo è necessario in quanto oggetto da manipolare e inserire nei rapporti di potere.

Allo stesso tempo, anche prendendo in considerazione tutte le caratteristiche della “seconda transizione demografica” [una situazione demografica che implica un tasso di nascite sotto il livello minimo, un’aspettativa di vita maggiore e livelli di diversità più elevati all’interno dei nuclei famigliari], è necessario comprendere che una persona di 35 anni è, naturalmente, un adulto. Se consideriamo i tipici indicatori dell’età adulta (il completamento dell’istruzione post-secondaria, l’autonomia rispetto alla famiglia di origine, il lavoro, relazioni stabili e la nascita di figli propri), allora stiamo sicuramente parlando di adulti. Questa “estensione” della categoria dei “giovani” fino ai 35enni ha un impatto anche sui giovanissimi che vedono la soggettività politica venire negata anche alle persone più grandi di loro, in generale, a quelli che sono già adulti – per non parlare dei minori.

Lo Stato russo guarda con preoccupazione a questo gruppo demografico, che sta diventando sempre più visibile e numeroso: basti pensare alla Primavera Araba in cui i giovani hanno assunto un ruolo decisivo. Non è ancora il caso del nostro Paese ma in Russia, tuttavia, c’è stato un periodo in cui il tasso delle nascite era aumentato per cui la generazione di bambini nati nei primi anni 2000, all’inizio dell’era Putin, è ora piuttosto corposa.

Di conseguenza, le autorità russe hanno vari motivi dalla loro parte per giocare sulle paure dei genitori e creare un panico di natura morale. Non è la prima volta che Alexey Navalny viene accusato di “portare gli scolari in strada” o di “nascondersi dietro i bambini”.

Questo panico “morale” si è rivelato prevalente soprattutto tra le persone che tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta erano ancora adolescenti ma partecipavano già attivamente ad associazioni informali e a vari tipi di proteste durante la perestrojka. Perché i liberi pensatori di ieri sono così terrorizzati dall’idea che i loro figli siano indipendenti, anche politicamente?

Questa generazione di “genitori” ha fatto un’esperienza di proteste giovanili nel senso più ampio della parola, non solo politico. Inoltre, sono cresciuti nel periodo delle riforme economiche alle quali, come minimo, dovevano reagire. Di conseguenza, oggi abbiamo un ceto medio schiacciato da una grande responsabilità rispetto al benessere delle proprie famiglie e dei figli, incluso il passaggio della posizione politica.

Considerando il contesto sociale, politico ed economico della Russia nel suo complesso, queste persone sono di fatto stabilizzatori pratici, se non politici, del regime. Rinnegano la componente politica, sanno già come costruire strategie professionali e commerciali all’interno del sistema esistente e non vogliono perdere la loro posizione attuale.

Parliamo di persone che hanno contratto dei mutui per costruirsi delle belle case. Che hanno lavorato sodo perché i loro figli potessero studiare in scuole prestigiose. Che, in generale, possono condurre uno stile di vita agiato da ceto medio, con viaggi all’estero almeno una volta l’anno e così via. Tale pragmatismo economico ha un ruolo importante in questa questione. Questo gruppo ha assistito a riforme repentine negli anni Novanta, ha osservato i risultati di tali riforme e ha visto come funziona l’ascensore sociale: questa esperienza nel suo complesso è molto simile a quella dell’ultima fase del periodo sovietico.

Ai genitori è molto chiaro che le minacce da parte delle istituzioni scolastiche (scuole e università) potrebbero inficiare le possibilità future dei figli, soprattutto dei maschi che verrebbero immediatamente reclutati dall’esercito [se perdessero lo status formale di studenti iscritti all’università]. I genitori hanno magari risparmiato per molti anni per assicurarsi che i figli potessero frequentare una buona università, hanno costruito un percorso per emigrare in Occidente, e poi tutto questo viene cancellato? Si tratta di famiglie concentrate sui figli, all’interno delle quali ogni cosa è fatta per il bene del figlio, di conseguenza la posta in gioco è particolarmente alta.

Il benessere della propria famiglia in questi casi conta molto di più di concetti astratti quali la giustizia sociale e il cambiamento del sistema politico. Sono in molti a essere d’accordo, in fondo, con queste idee ma non possono metterle in pratica.

Le paure genitoriali hanno – alcuni – reali fondamenti. Durante l’estate, sulla scia degli emendamenti costituzionali, la parlamentare Elena Mizulina aveva cercato di apportare un certo numero di emendamenti al Codice di Famiglia russo [la struttura portante del diritto di famiglia nel Paese].

Tali emendamenti sono stati criticati e sono stati finora respinti per essere riesaminati. Tra le altre cose, queste modifiche includevano la rimozione della patria potestà per i genitori coinvolti in attività pubbliche e di protesta. Si tratta di una vecchia strategia sovietica: fare pressione sui genitori tramite i figli. Qualsiasi cosa può essere definita come “attività pubblica”. Per fortuna questi emendamenti non sono stati ancora adottati.

Inoltre, i genitori di oggi costituiscono la cosiddetta “generazione panino”, in quanto sono anche responsabili dei loro genitori anziani; una condizione che li rende parzialmente ostaggi della situazione attuale. Per motivazioni del tutto pragmatiche, non auspicano alcun cambiamento repentino che riguardi i loro figli.

Foto da Wikimedia Commons dell’utente BaptisteGrandGrand: Blocco di polizia in strada durante le proteste del 2021 in Russia.

Allo stesso tempo, è difficile dire che i bambini in Russia non siano soggetti politici. Per esempio, i minori sono stati perseguiti nell’ambito dell’indagine “New Greatness”. Allora perché i genitori russi, che non vogliono che i loro figli vengano “usati”, si dichiarano contro Alexey Navalny ma non contro le autorità?

Questa generalizzazione è ingiusta. I nostri colleghi a Samara sono riusciti a somministrare un rapido sondaggio agli studenti. I sondaggi sono stati effettuati in altre città, e c’erano bambini i cui genitori partecipavano alle manifestazioni. Genitori che acquisiscono competenze nel partecipare alle proteste per proteggere i loro figli, per sapere cosa fare in caso il figlio venga trattenuto dalla polizia, per esempio…

Da parte sua, lo Stato russo sta anche cercando di influenzare la soggettività politica dei “bambini”. Considera i bambini come oggetti che necessitano di essere indottrinati e avvicinati a un’ideologia nella maniera ideologicamente, appunto, corretta. Nel dicembre 2020 è stato adottato un nuovo concetto per le politiche ufficiali della Russia per la gioventù, che per molto tempo non era passato. Questo significa che lo Stato sta cominciando a nutrire molta preoccupazione riguardo a questo gruppo. (Basti ricordare tutte le iniziative patriottiche per l’istruzione e gli emendamenti alla legge sull’istruzione.)

I genitori russi, di contro, vedono la scuola sostanzialmente come l’istituzione preposta all’istruzione, come un luogo dove i bambini acquisiscono conoscenze, e intanto ricordano ancora bene il loro passato pionieristico nel Komsomol. Hanno preso le distanze da tutto ciò quanto più possibile.

Dopotutto, queste famiglie sono borghesi e vicine all’ideologia conservatrice, non in termini di ideologia di genere ma di valori. E non nel senso che i funzionari si sentono a loro affini ma, per esempio, nel senso che vogliono mantenere rapporti di fiducia con i figli. È improbabile che queste famiglie possano essere attivamente coinvolte nelle proteste; piuttosto, sono propense a strategie adattive, le cosiddette “armi dei deboli”. Se, oltre agli esami ufficiali, venisse introdotta nelle scuole russe una specie di “tesseramento Komsomol”, i genitori simulerebbero un qualche tipo di attività per i loro figli al solo fine di inserirsi nelle nuove strategie.

Quello che stiamo osservando è il tipico conformismo del tardo periodo sovietico?

Sì, ma con una differenza importante che, a quanto pare, è stata notata per la prima volta dalla politologa Katerina Shulman: questo non è il classico conflitto tra padri e figli. Quello a cui stiamo assistendo è un conflitto tra nipoti e nonni.

Il meme di Navalny in cui Putin è descritto come “un vecchio rinchiuso nel suo bunker” riflette come uno specchio le generazioni che sono attualmente divise. Non si tratta di genitori e figli, ma di persone appartenenti alla cosiddetta “terza età” e i giovani. Non condividono gli stessi valori, pratiche e idee riguardo la struttura del mondo. E i  “genitori” sono più orientati verso i figli, ma a causa dell’alta posta in gioco, sono più disposti ad adattarsi alle regole del gioco stabilite dal “nonno”.

Se studiamo la composizione demografica dell’establishment politico dello Stato (i funzionari, i grandi affaristi), vedremo che questa non è una generazione di padri, ma di nonni. Putin ha di recente esteso, tramite decreto, l’età dei funzionari eletti, questo significa che queste persone possono rimanere al potere più a lungo, se non per sempre.

Questo significa che ora in Russia ci sono due generazioni politicamente attive che si trovano sui lati opposti della barricata? I giovanissimi e gli anziani? E le persone di mezza età, quelle di sana costituzione ed economicamente attive, non sentono che potrebbero mettere in pratica le loro rivendicazioni politiche? Si trovano in mezzo, schiacciati tra due generazioni “estreme”?

La generazione di mezzo non chiede altro che stabilità, una stabilità intesa in termini socio-economici anziché politici.

La “stagnazione di velluto”, come è soprannominato il periodo iniziale dell’epoca Putin, si è concentrata sulla costruzione di una sfera privata, la costruzione di una casa nel senso più ampio del termine. Abbiamo trascorso molto tempo a costruire le nostre vite e, ora che finalmente abbiamo costruito qualcosa, vogliamo preservarlo! È un elemento fondamentale a cui non si può rinunciare facilmente. Tuttavia, ora si parla della progressiva affermazione di un ceto medio russo di seconda generazione. Si tratta di giovani uomini e donne che hanno tra i 20 e i 35 anni e sono cresciuti in uno stato di relativa prosperità che sono determinati a non perdere. Si distinguono in questo dai giovanissimi. Per questi ultimi, l’auto-realizzazione ha un valore molto più alto della “sopravvivenza” (a prescindere da quanto siamo in disaccordo con questo concetto, in questo caso è utile).

Uno studio del Levada Center dimostra ampiamente come l’attivismo civile, il femminismo e le questioni ambientali siano prioritarie nell’agenda di questo gruppo. Sono meno interessati al pane o ai collant o a procurarsi un bagno alla finlandese per la propria casa. Invece, vogliono fare volontariato ed essere attivi.

Quest’articolo è un riassunto dell’intervista integrale in russo, disponibile qui.

Gaia Resta

Traduttrice, editor e sottotitolista dall'inglese e dallo spagnolo in ambito culturale, in particolare il cinema e il teatro. L'interesse per un'analisi critica dell'attualità e per i diritti umani mi ha avvicinato al giornalismo di approfondimento e partecipativo.

    Gaia Resta

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