Media, quel linguaggio che sostiene la politica dell’esclusione

Home to go“. Collezione privata, Milano. Su gentile concessione dell’autore Adrian Paci.

I media italiani e le migrazioni nel Mediterraneo

Da sempre, il giornalismo è investito della responsabilità di dotare i cittadini degli strumenti necessari alla comprensione della realtà che li circonda. I giornalisti, con la loro professione, concorrono a delineare quell’universo semantico all’interno del quale gli individui hanno poi modo di discutere (in un regime democratico) delle politiche pubbliche e delle rispettive visioni politiche.

Tre sono i livelli che definiscono il nostro universo di riferimento: realtà, rappresentazione e percezione. E critico è il ruolo dei media nel costruire le rappresentazioni in base alle quali strutturiamo la nostra visione del mondo.

Applicando questa tripartizione del reale al discorso dei flussi migratori, è evidente che il giornalismo ha sempre avuto un notevole impatto nella percezione che i cittadini di uno Stato hanno rispetto a “chi viene da fuori”.

Nonostante il loro ruolo di “ritrattisti” di ciò che succede nel mondo, i giornalisti sono ben consapevoli della difficoltà di adottare una prospettiva super partes e un approccio distaccato di fronte ai fenomeni di cui sono indagatori. Che si tratti del dover fare i conti con i propri valori morali, il personale bagaglio esperienziale, le norme redazionali o l’ideologia politica del giornale per cui si scrive, il giornalismo contemporaneo, nel riconoscere l’impossibilità di una prospettiva oggettiva, è (discutibilmente, ma inevitabilmente) soggetto ad ingerenze esterne.

Nello specifico, in Italia la narrazione dei flussi migratori ha assunto toni minacciosi e razzisti, riducendo (nella sua retorica incurante delle differenze) gli immigrati a vittime o criminali. In entrambi i casi, rappresentazioni passivizzanti e pietistiche che escludono la possibilità di un dialogo paritario con chi viene da un altro Paese. Anni di discorsi securitari hanno generato una situazione di panico tra i cittadini che la classe politica degli ultimi anni ha notevolmente rinvigorito.

Non è una novità che, nel nostro Paese, la parzialità della politica penetri le sfere della pubblicazione mediatica. Non dovrebbe sorprendere, dunque, che ad una retorica populista si accompagnino titoli di giornale qualunquisti e dai toni accusatori nei confronti di chi si mette in viaggio alla ricerca di migliori prospettive. Cosicché, il giornalismo degli ultimi decenni, anziché promuovere un pensiero critico che problematizzi le migrazioni in un’ottica inclusiva e non discriminatoria, si è limitato a fare terra bruciata di tutto quello che non è “la caccia al clandestino”.

In quest’ottica, è oggi urgente più che mai discutere di flussi migratori non soltanto da un punto di vista strettamente politico (legittimando o, viceversa, precludendo l’ingresso nel nostro Paese a chi viene da fuori), ma anche linguistico, semiotico, facendo luce sulla tossicità prodotta da un uso della lingua improprio e fuorviante. Si tratta di restituire al linguaggio, giornalistico e non solo, il peso che gli spetta in quanto strumento di messa in discussione dei fenomeni della realtà. Si tratta anche di riconoscere attivamente i rischi impliciti in una narrazione che manchi di linee guida condivise, miope nel considerare l’influenza delle parole nei confronti di chi legge: una semantica che concorre a fomentare una retorica dell’odio e dell’esclusione.

La fortezza EU e il problema di una semantica securitaria

Le politiche interventiste in Medio Oriente, le primavere arabe, l’entrata in campo di nuovi competitori geopolitici come Russia e Turchia, la nascita dell’ISIS, nonché la crisi climatica, sono tutti accadimenti che hanno contribuito al delinearsi di un nuovo tipo di migrazioni. Non più, prevalentemente, migranti economici, ma persone in fuga da conflitti, precarietà sociale, lacerazioni politiche e disastri ambientali.

A seguito di questi cambiamenti, ci ha messo poco a emergere il paradosso di una globalizzazione che incentiva la circolarità di beni e di profitti, ma che ostacola la libertà di movimento per chi abita nei confini del suo universo interconnesso. Dal 2015, con la messa a punto dell’approccio “hotspot”, è la soggettività colonialista europea a decidere chi abbia diritto di restare o meno.

Si è iniziato allora a parlare di invasione e sostituzione etnica, nel tentativo di mobilitare il consenso per le politiche di respingimento e rimpatrio che stavano prendendo forma nei diversi Paesi dell’Unione. L’adozione di una semantica securitaria e l’uso normalizzato di toni allarmistici nel trattare il tema dei flussi migratori, hanno contribuito a incentivare il razzismo e a seminare approvazione generalizzata per le politiche di esclusione sistematica dal nostro Paese promosse negli ultimi anni.

Sono soprattutto la mancanza di professionalità e l’inaccuratezza a problematizzare il ruolo del giornalismo contemporaneo. Letture distorte della realtà rispetto ai fenomeni migratori che sedimentano la xenofobia e il sovranismo egemone, debilitando la possibilità che emerga una contronarrazione in grado di opporsi alla retorica dominante. Per quanto riguarda l’utilizzo di termini impropri, due sono i temi da dover prendere in considerazione: l’uso di parole immorali e la questione dell’esternalizzazione delle frontiere.

Il ricorrere a termini quali clandestini, disperati, rifiutati, dublinati, respinti, sbarchi è problematico da diversi punti di vista. Che siano termini impropri è evidente nel constatare che sono gli eserciti a sbarcare, le persone casomai approdano; allo stesso modo gli immigrati non sono disperati, ma casomai  portatori di speranza. Da una parte, il ricorso ad un linguaggio bellico implica una connotazione aggressiva delle persone migranti, contribuendo a sedimentare il sospetto promosso da campagne elettorali sovraniste come quella della Lega che, negli anni, è passata dal “Prima i Padani” al “Prima gli italiani”. Dall’altra, una semantica del genere colpevolizza i profughi, responsabilizzandoli per aver “messo in pericolo” se stessi e le proprie famiglie in un viaggio ai limiti dell’impossibile.

Una retorica miope nell’indagare le vere cause del reale e l’intransigenza di politiche europee in fatto di migrazioni che impediscono l’ingresso delle persone migranti in altro modo. Sono inoltre termini che tendono a generalizzare la condizione dei richiedenti asilo, spogliandoli del loro essere uomini nel relegarli a esseri invisibili se non negli anfratti delle nostre economie. Eccetto poi salvaguardarne l’ottima visibilità quando si tratta di promuoverne il respingimento.

Un’altra questione riguarda la narrazione delle politiche di esternalizzazione delle frontiere, descritte in modo asettico e carente nel riflettere sulle implicazioni sociali che ne conseguono. Così facendo, quella che viene promossa è una narrazione di pratiche a noi distanti, che non ci riguardano, di problemi relegati ad altri. La militarizzazione del Mediterraneo e la spersonalizzazione delle operazioni di salvataggio (monitorate da droni senza alcun riferimento alla componente umana che li pilota) legittimano una cultura dell’omertà che promuove una quasi totale deresponsabilizzazione delle operazioni violente. Una semantica imprecisa sostenuta da un approccio giornalistico non riflessivo, subappalta la violenza e contribuisce all’esternalizzazione percettiva dei confini, consacrando i problemi di gestione di flussi migratori al di fuori della fortezza Europa.

Dalla forma al contenuto: campagne d’odio e disinformazione

Nonostante non manchino inchieste giornalistiche che documentano gli abusi di cui le persone migranti sono spesso vittime, e le testimonianze di attivisti riguardo la costante violazione dei diritti umani in atto sulle frontiere europee, il modo in cui viene trattata la questione dei flussi migratori nei media mainstream tende di solito a omettere la questione, preferendo ribadire l’urgenza di chiudere le frontiere per evitare che “i migranti ci portino il coronavirus”. Alla disinformazione che permea la sfera pubblica (pare che la maggioranza degli immigrati affetti da Covid-19 sia stata contagiata in Italia) va sommandosi l’indifferenza politica e civile rispetto agli abomini commessi sui confini europei, dal momento che a questi episodi non vengono consacrati gli spazi dovuti. Il risultato è il diffondersi di una certa complicità culturale rispetto alle politiche omicide in atto, nonché la debole reazione di fronte a trattamenti inumani e degradanti utilizzati come mezzo di deterrenza fisica e psicologica dei richiedenti asilo.

Occorre anche sottolineare come spesso anche quei giornalisti che esercitano il loro mestiere con grande professionalità, si trovino a dover fare i conti con l’omertà degli attori politici, umanitari e giuridici, circa le attività di salvataggio in corso nella SAR (Search & Rescue Zone). Tantissime le richieste di accesso agli atti negate o in sospeso, da parte di giornalisti costretti a vere e proprie operazioni di intelligence (monitoraggio dei velivoli Frontex, appostamento nelle zone di approdo, ecc.) per quello che dovrebbe essere materiale pubblico. Servirsi della paura per mobilitare il consenso elettorale in un Paese dove la retorica anti immigrazione ottiene consenso nella sfera pubblica, fa sì che alcuni reporter mettano in atto strategie di resistenza contro quello che è un tentativo di silenziamento allarmante.

Ri-semantizzare le migrazioni 

Nel contesto di una società il cui multiculturalismo non potrà che crescere negli anni a venire, urge la necessità di riformulare la questione migratoria ricorrendo a nuove forme e linguaggi.

Occorre anzitutto delegittimare la paura come strategia politica, il che implica il superamento di obsoleti nazionalismi in epoca di globalizzazione. E questo è un obiettivo perseguibile solo qualora il giornalismo opti per una rappresentazione fedele delle cose, una professionalità capace di investigare il reale restituendo, a chi non ha potuto osservare da vicino, una descrizione del mondo fedele alla realtà. Un giornalismo che non parli di integrazione e guerra, ma di convivenza delle differenze con un approccio critico e una riflessione attuale. Un giornalismo, investigativo da una parte nel monitorare l’esternalizzazione delle frontiere e l’applicabilità delle leggi europee in materia di migrazioni, reportagistico dall’altro nel condannare fermamente le ripetute violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone migranti. Un giornalismo che vada oltre la retorica populista e il click baiting, nel tentativo di stimolare una riflessione collettiva circa le cause che spingono molte persone a lasciare il proprio Paese d’origine, e riguardo la mancata riqualificazione del lavoro nel territorio italiano, condizione che costringe molti immigrati a svendersi alle condizioni di chi li sfrutta.

Si tratta dunque di mettere in atto un processo volto a ri-semantizzare le migrazioni, squalificando un linguaggio improprio e sostituendolo con uno più inclusivo, un approccio critico, non discriminatorio, un’analisi attenta dei dati a disposizione, e una riflessione che non semplifichi la complessità del reale.

Un processo lungo, laborioso, ma che è anche la via per un giornalismo autorevole, in grado di restituire una fedele rappresentazione del reale che sappia mettere in discussione le percezioni di chi legge.

Gaia Bugamelli

Laureata in Media, Cultura e Società, è scrittrice freelance e ricercatrice in ambito socio-antropologico. Si occupa, in particolare, di tematiche legate al ruolo dei media nelle società contemporanee e al loro rapporto con la geo-politica e i diritti umani.

    Gaia Bugamelli

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