Stati, frontiere e l’insanabilità del paradosso democratico

Migrare, migrante, migrazioni. Tutte parole a cui siamo particolarmente avvezzi, parole che ormai da anni invadono giornali e talk-show, proclami politici e conversazioni quotidiane. Parole che nel corso del tempo hanno assunto una connotazione negativa – se non dispregiativa -, in quanto associate ad un fenomeno percepito come una costante e incontrollabile minaccia.

Stando all’attuale narrazione mediatica e politica, il verbo migrare è sinonimo di muoversi. Il migrante è colui che compie l’azione del muoversi, spinto spesso da cause di forza maggiore che ne minano la sopravvivenza. Le migrazioni sono flussi composti da individui anonimi, disordinate e burrascose ondate che si infrangono senza posa contro i confini degli Stati, minacciando di corroderli e mettendone a rischio l’integrità e la stabilità.

L’origine della parola migrare suggerisce tuttavia un significato ben diverso, molto più complesso e tutt’altro che negativo. Migrare migrante discendono entrambe dal latino “migrare”, che deriva a sua volta dall’indoeuropeo mei-/moi-. Il significato originario di tali prefissi era “scambiare”; non a caso dalla medesima radice latina deriva anche il verbo “mutare”.

Migrazione come possibilità, dunque. Possibilità di mutazione, intesa come risultato di un processo di incontro e scambio potenzialmente costruttivo per tutte le parti coinvolte. Viene da chiedersi come sia possibile che tale significato si sia completamente perso nel corso del tempo, soppiantato da un utilizzo negativamente monodimensionale di queste parole.

Un’analisi sbrigativa della questione condurrebbe lungo il sentiero delle attuali dinamiche politico-economiche, seguite a ruota dalla narrazione mediatica dominante. Ma non si tratta solo di questo. Le ragioni che stanno alla base di tale stravolgimento di significato e, conseguentemente, di prassi – perché, ricordiamocelo, le parole danno forma al modo in cui percepiamo la realtà – sono ben più profonde e strutturalmente radicate di quanto possa sembrare.

La direzione suggerita dalla filosofa Donatella Di Cesare nel suo libro “Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione” vale la pena di essere analizzata con attenzione.

Secondo l’autrice, il modo in cui le migrazioni vengono oggi percepite e gestite sarebbe il diretto risultato del consolidamento dello Stato-nazione come unica forma di organizzazione possibile. La nascita degli Stati nazionali si associa infatti a due elementi fondativi: la delimitazione territoriale e la distinzione tra la popolazione del proprio Stato e quella di altri Stati. Tutto ciò suppone una presunta omogeneità di fondo, quella famosa “identità nazionale” che fa idealmente riferimento a tratti linguistici, religiosi e storici comuni e gioca un ruolo cruciale nel mantenimento dell’integrità del corpo sociale.

Foto Shutterstock in licenza CC

In tale contesto emerge l’equazione fra migrazione e devianza. All’interno dello Stato-nazione il migrante rappresenta infatti un’anomalia, un soggetto difficilmente etichettabile la cui sola presenza porta a mettere in discussione gli stessi principi sui quali lo Stato è stato edificato: omogeneità ed esclusività. E in un assetto mondiale basato sulla centralità assoluta dello Stato, ne consegue che la migrazione diventa il nemico da fronteggiare ad ogni costo e con ogni mezzo.

Ciò si traduce in una spietata difesa dei confini, che implica armi, respingimenti e deportazioni. Naturalmente sorgono degli interrogativi. Il fine giustifica i mezzi? O meglio: per quanto la politica di gestione delle frontiere possa definirsi un diritto legale degli Stati sovrani, può tale diritto dirsi anche legittimo?

Rifletto su queste domande insieme a R.G., giovane algerino approdato in Grecia nel 2016. L’ho incontrato per la prima volta un paio di settimane fa. Seduta al tavolo della cucina di un’amica in comune, stavo sorseggiando del vino rosso quando lui, con disinvoltura, ha cominciato a raccontare qualche dettaglio del viaggio che lo ha condotto in Europa. Fino ad arrivare qui, in questa cucina di un appartamento nel centro di Atene.

Quei pochi dettagli continuano a ronzarmi in testa mentre lavoro alla stesura dell’articolo, così lo ricontatto tramite Facebook. Gli spiego che sto scrivendo un pezzo sul tema frontiere e che mi piacerebbe molto condividere qualche riflessione con lui. Accetta volentieri, e ci accordiamo per una videochiamata serale.

La prima domanda che mi viene spontaneo porgli è come sia finito in Grecia. L’Algeria è decisamente lontana da questo pezzetto di terra collocato nell’angolo più orientale d’Europa. La rotta migratoria più scontata sarebbe quella del Mediterraneo centro-occidentale, con meta Spagna o Italia.

Non ho mai nemmeno lontanamente considerato l’ipotesi di imbarcarmi su un gommone diretto a Nord, verso le coste europee più vicine all’Algeria, esordisce R. Troppe storie di morti e feriti. Non si tratta solo della traversata, già di per sé pericolosa, ma soprattutto del trovarsi inevitabilmente ad avere a che fare con la polizia di frontiera spagnola, che ha una pessima reputazione. 

Non ho mai nemmeno pensato di fare richiesta di visto per la Francia. Impresa impossibile. Ricordo le file chilometriche fuori dall’ambasciata francese, gente in attesa per intere giornate. E nella maggior parte dei casi l’esito era un rigetto. Non si trattava nemmeno di mazzette, c’erano parecchie persone con una risaputa disponibilità economica che al termine della procedura ricevevano un secco no. È quello che succede quando non hai in tasca il passaporto giusto. 

Basta dare un’occhiata a Passport Index per capire precisamente di cosa R. stia parlando. Su questo portale è possibile trovare una classifica aggiornata che ordina i passaporti di tutto il mondo in base ad un parametro che potremmo definire “potere di movimento”. I primi posti sono per lo più occupati da passaporti europei, il cui possesso implica la possibilità di viaggiare praticamente in tutto il mondo, in molti casi senza nemmeno dover fare richiesta di visto in anticipo. Agli ultimi posti troviamo invece i passaporti di Paesi come Afghanistan, Iraq, Yemen, Siria, Somalia: la possibilità di spostarsi liberamente con questi documenti è pressoché nulla.

Il passaporto algerino si trova nella seconda metà inoltrata della classifica, con soli 14 Paesi raggiungibili senza visto. È di questo che R. sta parlando. L’innaturalità del trinomio identità personale-identità nazionale-cittadinanza si svela crudelmente nel momento in cui la questione viene posta sotto la lente della libertà di movimento. La cittadinanza non è un tratto innato o scontato, bensì la manifestazione più palese dei presupposti discriminatori su cui gli Stati si basano. In altre parole, la cittadinanza è un privilegio. Un privilegio per di più connesso ad un dato assolutamente casuale: la famiglia in cui si nasce.

E così R. – colpevole di essere nato con un cognome arabo, sulla sponda sbagliata del Mediterraneo – si è trovato costretto a viaggiare dall’Algeria alla Turchia, alla ricerca di un pertugio per raggiungere l’Europa.

Nel 2016, quando ormai avevo definitivamente deciso di partire, sono venuto a sapere che la Turchia stava rilasciando visti agli algerini. La procedura era semplice e veloce, ed il costo più che abbordabile. Così ho fatto richiesta, e nel giro di poco avevo il visto in mano. Ho preso un aereo per la Turchia, ho raggiunto Izmir e da lì mi sono imbarcato per la Grecia. 

Normalmente ci vorrebbero 30 minuti per raggiungere le coste greche salpando da Izmir. Nel mio caso ci sono volute oltre 4 ore. Eravamo in 40 su una barca che avrebbe potuto contenere al massimo 20 persone. Il motore si fermava in continuazione. Alla quarta volta ho pensato che fosse davvero finita. 

Invece, incredibilmente, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo raggiunto Lesvos e siamo stati subito trasferiti al campo [il tristemente famoso campo di Moria, Ndr]. Ho dormito per terra, in una tenda, per giorni. I miei vestiti erano fradici, non avevo nulla con cui coprirmi. Non una coperta, non un asciugamano. Avevo la febbre, ma non c’era modo di vedere un dottore. 

Quando finalmente mi sono ripreso, dopo giorni, ho cominciato a chiedere in giro come raggiungere Atene. Ed è così che ho scoperto che, in quanto richiedente asilo di nazionalità algerina, non potevo lasciare l’isola [la legislazione greca in materia di asilo prevede l’espletamento dell’intera procedura nel luogo di arrivo – in questo caso Lesvos – e ammette il trasferimento in località continentali solo per determinate nazionalità, Ndr]. Ero scioccato. Non potevo credere che la mia nazionalità fosse un ostacolo così grande. Ero intrappolato su un’isola solo perché algerino! E come me, tanti altri. Per questo a Lesvos il mercato dei documenti falsi andava alla grande. 

R. è infine riuscito a raggiungere Atene, dove la sua procedura di richiesta asilo si è conclusa positivamente. Parla greco fluentemente, ha un lavoro che gli piace e sta pensando di fare richiesta per l’ottenimento della carta di soggiorno europea. Ma questo non cancella l’assurdità della sua storia.

Esperienze come quella di R. minano le fondamenta del mito democratico, svelandone l’assoluta paradossalità. Se da un lato i confini costituiscono l’imprescindibile bordo esterno di ogni entità statale, delimitando e proteggendo i cittadini e il territorio su cui si esercita la sovranità democratica, dall’altro discriminano ed escludono chiunque di quel territorio non faccia parte, tradendo ogni principio di uguaglianza. Le libertà e i diritti universali di cui le moderne democrazie si fanno portabandiera finiscono dove iniziano le frontiere. Due pesi, due misure.

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Tornando quindi al quesito sul quale ho provato a ragionare insieme a R., la risposta è sicuramente no. Legale non è sinonimo di legittimo e il fine non giustifica i mezzi, a maggior ragione se tale fine si fonda su ragioni inconsistentemente artificiose.

Per riprendere le parole di Donatella Di Cesare, con la sua sola presenza fisica il migrante “smaschera lo Stato”. Ed è forse proprio per questo che fa così paura. Perché in fondo riflettere sulle migrazioni significa prendere coscienza di quanto fallace sia il sistema-Stato così come l’abbiamo conosciuto fino ad ora.

Camilla Donzelli

Laureata in Scienze Politiche per la Cooperazione e lo Sviluppo, si forma poi come consulente legale professionale con ASGI - Associazione Studi Giuridici Immigrazione e lavora per diversi anni nel sistema di accoglienza italiano. Appassionata di antropologia politica e da tempo impegnata nella diffusione di buona informazione circa i fenomeni migratori, nel 2020 si trasferisce ad Atene per studiare da vicino gli effetti delle politiche europee sulle popolazioni in movimento. Attualmente collabora con Jafra Foundation Greece.

Camilla Donzelli

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