Minori stranieri non accompagnati, storie di dolore e di riscatto

Tutti siamo stati bambini – verrebbe da dire – eppure, pensandoci bene e in un certo senso, forse non è proprio vero.

La questione è più complessa di come a primo acchito potrebbe sembrare. Qui si intende problematizzare una certa nozione “qualitativa” dell’essere, sentirsi e sapersi bambini che assomiglia molto all’altrettanto “sfumato” concetto di spensieratezza.

Anche basandosi soltanto sui proprio ricordi personali, è possibile convenire sul carattere “sereno” relativo agli anni dell’infanzia. Complice, forse, la ”sindrome dell’epoca d’oro” che Woody Allen mette in scena nel film Midnight in Paris dove si sottolinea come il passato in quanto tale risplenda di una luce tutta propria e, sovente, appaia migliore dei tempi presenti anche se – a volte – non lo era affatto.

Difficile stabilire univocamente cosa sia l’infanzia perché – come la felicità – è una condizione soggettiva per la quale risulterebbe sempre etnocentrica una definizione universale. Sul piano giuridico è interessante prendere visione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989 e ratificata dall’Italia nel 1991. La Convenzione restituisce l’idea per cui il “diritto a essere infanti, bambini” è uno ‘status’ al raggiungimento del quale concorrono molte condizioni complesse, eterogenee ed esposte al pericolo di non realizzarsi. Citiamo alcuni passi della Convenzione:

il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.  […] Gli Stati si impegnano a che: i fanciulli non siano incitati o costretti a dedicarsi a una attività sessuale illegale; i fanciulli non siano sfruttati a fini di prostituzione o di altre pratiche sessuali illegali; i fanciulli non siano sfruttati ai fini della produzione di spettacoli o di materiale a carattere pornografico”; stabiliscono un’età minima oppure età minime di ammissione all’impiego; prevedono un’adeguata regolamentazione degli orari di lavoro e delle condizioni d’impiego; prevedono pene o altre sanzioni appropriate per garantire l’attuazione effettiva del presente articolo […].

Per Voci Globali abbiamo raccolto alcune testimonianze: le esperienze di alcuni giovanissimi ragazzi che dall’Africa hanno raggiunto l’Europa attraversando la terribile rotta mediterranea da soli, senza genitori al loro fianco nè la speranza di trovare qualcuno ad aspettarli sull’altro lembo di terra ignota.

Abubakar Zakaria (21 anni) “Non so quale sia la definizione di ‘essere bambino’ ma gli adulti devono ascoltare i bambini perché loro ne hanno bisogno”.

Abubakar Zakaria – per gli amici “Zack” – viene da Kumasi, in Ghana, oggi ha 21 anni ed è arrivato nel 2015 in Italia, solo. Fortunatamente è riuscito ad accedere al circuito di accoglienza e protezione SPRAR Minori stranieri non accompagnati. Non sempre accade per mancanza di posti e si preferisce far finta di aver a che fare con un maggiorenne. Recentemente, per fortuna, il Servizio centrale ha comunicato un ampliamento dei posti.

Gli abbiamo chiesto cosa ricorda di bello e di brutto della propria infanzia e come giudica la sua condizione, nonché l’etichetta “Minore straniero non accompagnato” (MSNA): 

“Una cosa bella che ricordo di quando ero bambino era quando mio padre mi portava a scuola tutte le mattine a circa trenta chilometri dalla mia città; invece un brutto ricordo è quello di quando mio padre mi mandò a vivere con i miei nonni; mi trattavano molto male, facevo lavori forzati nei campi e a volte – quando riuscivo ad andare a scuola – rientrando a casa non c’era quasi niente da mangiare e rimanevo con lo stomaco vuoto […] Mi piace la frase ‘minore straniero non accompagnato’ perché non mi sembra una frase offensiva”.

Ancora: Ho avuto una brutta infanzia, no, non è stato un momento felice“. 

Eppure, dopo le difficoltà a integrarsi e trovare un lavoro – sia per le carenza di scolarizzazione che per le difficoltà di assorbimento del mercato – Zack ce l’ha fatta, la vita lo ha reso intelligente, sensibile, capace e resiliente. Attualmente è saldatore presso un’azienda del perugino.

 

Issouf Camara (20 anni) nel bar dove lavora.

Issouf Camara viene dal Mali, classe 1998. Oggi ha 20 anni. È nato e vissuto a Gao, poi a Bamako e nella regione contadina di Kayes.

Si ricorda del Nescafè che preparava presto la sua mamma alla mattina, ricorda volentieri la scuola anche se studiavano all’aperto, seduti per terra. Anche le partite di pallone erano piacevoli. Purtroppo le cose in famiglia non funzionavano, il fratello del padre lo maltrattava e lo picchiava, non voleva che lui studiasse.

“Non penso che la mia infanzia sia stata uguale a quella degli altri bambini, io ero solo quando arrivavano le feste come il Ramadan e il Tobaski, non avevo soldi (il papà non me li dava) mi aiutava un po’ la mamma”.

“Essendo il figlio maggiore non potevo più andare a scuola perché la mamma stava invecchiando, mio padre mi trattava male. Ho preso molte botte. Ho avuto il coraggio di arrivare in Algeria a 16 anni e sono stato anche in carcere in Libia, a 17 anni sono arrivato in Italia. Sono stato in Umbria prima a Perugia e poi a Spoleto dove ho lavorato 4 mesi in un albergo. In seguito sono andato in Calabria a raccogliere mandarini e arance ma la paga non era buona e le condizioni di vita neppure. Per fortuna ora ho un lavoro, sono in Basilicata a Lavello (Potenza), lavoro in un bar e mi trovo benissimo”.

Mohamed Drameh (21 anni)
Mohamed Drameh (21 anni)

Mohamed Drameh, invece, oggi vive a Rimini dove lavora in un’azienda che confeziona pasta. Mohamed sogna di fare il cantante ed è arrivato in Italia all’età di quindici anni; anche lui riferisce di un’infanzia diversa da quella degli altri bambini, sicuramente un periodo non felice: “il momento più bello della mia infanzia è quando sono risultato il primo della classe, quello più brutto è stato quando i genitori mi hanno fatto abbandonare la scuola”. 

Mentre alla domanda: “Ti piace l’espressione “minore straniero non accompagnato”? risponde: “Sì. Perchè credo che la frase stessa ‘minore straniero non accompagnato’ ti dice che una persona ha bisogno di aiuto”.

L’ultima storia non ha un nome, o meglio ce l’ha, ma non possiamo diffonderlo, per rispetto. È una di quelle storie che si fa fatica a raccontare, figurarsi viverla. C.S. ha 19 anni, viene dalla Nigeria. La relazione medica di un noto ospedale romano relativa alle torture subite e al suo corpo martoriato consta di due pagine. Due infinite pagine che qualsiasi operatore sociale farebbe fatica a leggere senza sentirsi a disagio, senza soffrirne.

Agli operatori, S. mostra le cicatrici senza problemi, sembra essere perfettamente conscio di apparire come un quadro storico vivente. Sulla sua pelle è scolpito ogni evento della sua vita inaccettabile. In Libia non gli hanno risparmiato nemmeno le piante dei piedi: la falaqa (o Falaka) è l’antica tortura consistente nella “battitura” delle piante dei piedi, spesso con dei frustini di caucciù; può causare difficoltà motorie e il danneggiamento definitivo dei talloni.

A guardarli, i suoi occhi buoni e intelligenti sembrano chiedere aiuto e comunicare fiducia; stupisce come – nonostante tutto – S. riesca a portare avanti la sua vita con una certa progettualità e coinvolgimento personali, colpisce la sua stabilità mentale, ma ben presto ci si accorge che a queste caratteristiche non corrisponde un’altrettanta disponibilità ad aprirsi sul serio o a entrare in relazione, dalle sue piccole e quotidiane azioni filtra un urlo: ormai non mi fido più di nessuno“.

Tutti questi ragazzi hanno storie comuni, dai caratteri molto simili e probabilmente è in queste ‘somiglianze’ che si annida la ragione profonda e scatenante della loro scelta definitiva, quella di abbandonare tutto e ricominciare a vivere lontano da quello che era loro familiare ma non sicuro.

Li accomuna tutti anche un altro segno distintivo: il loro gratuito e imperituro sorriso, in cui noi crediamo, e per questa forza che ci incoraggia tutti siamo loro grati.

Michele Ramadori

Laureato in Filosofia a Perugia con una tesi sul filosofo ghanese Kwasi Wiredu e il dibattito storico sulle filosofie dell'Africa. Laurea Magistrale in Filosofia ed Etica delle relazioni. Si è occupato di immigrazione, protezione sociale e rifugiati in diverse ONG e nella sezione sociale del CIR (Consiglio italiano per i rifugiati) nonché di sensibilizzazione e prevenzione su Hiv/Aids, di NEET e diritti LGBT+. Attualmente lavora nell'ambito della progettazione europea e della cooperazione.

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