Figli di stupri di guerra, per la pace oltre la barriera dello stigma

Ciò che ho vissuto personalmente mi porta ad affermare che i problemi relativi agli stupri di guerra e alle sue vittime sono spesso lasciati a persone volontarie e organizzazioni dal basso. La giustizia e l’assistenza sociale e sanitaria spesso risultano irraggiungibili per le vittime

Così racconta Alen Muhic in un discorso pronunciato all’ONU nel 2018. Alen è uno dei “bambini dimenticati della guerra” e presidente dell’associazione bosniaca Zaboravljena djeca rata – Forgotten Children of War“, insieme ad Ajna Jusic – la cui storia ha ispirato la regista Jasmila Zbanic per il film “Grbavica“.

La loro associazione nasce nel 2015 e riunisce i figli nati da violenze sessuali sistematiche compiute dagli uomini delle milizie, durante il conflitto tra i Paesi dell’ex-Jugoslavia dei primi anni ’90. L’associazione ospita figli bosniaci, serbi e croati, non interessati a questioni nazionali, etniche o religiose. Non essendo riconosciuti come vittime di guerra, questi bambini ormai adulti, non emergono come soggetti di giustizia e non hanno accesso a nessun tipo di assistenza pubblica sanitaria, e neanche a risarcimenti o agevolazioni economiche. Nonostante il silenzio e lo stigma che ancora vige intorno agli stupri commessi durante la guerra e la difficoltà per le vittime di elaborare e denunciare, l’associazione oggi ricopre sempre più spazio nel discorso pubblico internazionale.

Ma quanti sono nel mondo questi “figli dimenticati”? E come garantire loro i diritti umani fondamentali, se lo Stato è assente?

Stupri di massa sono stati denunciati in diversi Paesi, scenari di conflitti armati e guerre civili. Tra i tanti, ricordiamo i Paesi dell’ex-Jugoslavia, Ruanda, Uganda, Congo, Colombia, Perù, Bangladesh, Palestina, Siria … l’elenco è lungo. Non stupisce che le violenze sessuali diventino prassi in contesti bellici, ma al contrario, lo stupro di guerra è antico tanto quanto la guerra stessa. Casi eclatanti sono stati rilevati durante la Prima e la Seconda guerra mondiale e l’Italia, come ormai è risaputo, rientra tra i Paesi colpiti da questa piaga.

Alcune donne ospitate nell’ospedale della fondazione Panzi, istituito per la riabilitazione fisica, psichica e sociale delle donne vittime di stupro di guerra durante il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo. André Thiel – Creative Commons

Sebbene quasi sempre presente, lo stupro si è inserito con fatica e solo recentemente nelle narrazioni di guerra.

Profondamente legato all’identità di genere e alle dinamiche di potere violento che scaturiscono in società patriarcali e repressive, lo stupro è tra le forme di violenza più crudeli e non è mai semplice parlarne, anche al di fuori di situazioni belliche.

La natura degradante e intimidatoria fa dello stupro (e della minaccia di stupro) qualcosa che va al di là dell’atto violento in sé: esso è uno strumento di terrore che a volte si connota di caratteri etnici, politici e identitari.

Quando si parla di guerra bisogna ricordare che ci si muove su un campo in cui la violenza è legittimata e attuata dall’istituzione militare. Se il corpo delle donne è considerato campo di conquista, lo stupro e la gravidanza forzata si delineano come strategie militari volte a minare non solo l’integrità della persona, ma l’identità della comunità nemica.

Sul piano internazionale, il riconoscimento della violenza sessuale come fattispecie costitutiva dei crimini di diritto internazionale comincia a delinearsi solo nella metà del secolo scorso.

La vera svolta avviene durante gli anni ’90. Gli atroci accadimenti nella ex-Jugoslavia prima, e nel Ruanda dopo, spingono infatti la comunità internazionale ad annoverare lo stupro tra i crimini contro l’umanità tanto nel trattato istitutivo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (art. 5 ICTY) che in quello per il Ruanda (art. 3 ICTR).

L’ICTY è stato il primo Tribunale Internazionale ad emettere una condanna per stupro quale crimine contro l’umanità nella storica sentenza Kunarac, Kovac e Vukovic, del 22 febbraio 2001. In quell’occasione, è stato rilevato che le donne musulmane di Foča (sud-est della Bosnia ed Erzegovina) erano state soggette, nell’aprile 1992, a “sistematici e diffusi stupri di gruppo, torture e schiavismo sessuale” da parte di soldati serbo-bosniaci, poliziotti e membri di gruppi paramilitari. E i tre imputati furono condannati rispettivamente a 12, 20 e 28 anni di carcere.

L’ICTR si è spinto oltre, arrivando a considerare – nel famoso caso Akeyesu lo stupro in termini di strumento di genocidio in quanto commesso con “il chiaro intento di distruggere uno specifico gruppo di individui”. Le violenze carnali contro le donne tutsi erano, invero, state perpetrate dagli huti con lo scopo di renderle gravide così da determinare l’appartenenza dei nascituri al proprio gruppo etnico.

L’esperienza dei due suddetti Tribunali ad hoc è stata poi trasposta nello Statuto di Roma (1998), istitutivo della Corte Penale Internazionale, che consacra in via definitiva lo stupro sia come crimine contro l’umanità (art. 7) sia come crimine di guerra (art. 8).

Il percorso di presa di coscienza nei confronti della violenza sessuale in contesti bellici – al di là di quanto previsto sulla carta – è ancora molto lungo. L’ONU dispone di istituzioni e risoluzioni apposite – tra le quali Action Against Sexual Violence in Conflicts e la Risoluzione 1325, adottata dal Consiglio di Sicurezza nel 2000. Nonostante i passi avanti, le azioni giudiziarie e lo status delle vittime presentano diversi problemi e contraddizioni.

Ad esempio, nel 2017 Amnesty International nel rapporto “We need justice, not pity – Last chance for justice for Bosnia’s wartime rape survivors” denuncia le condizioni di emarginazione sociale ed economica in cui si trovano le vittime bosniache e il lento processo di giustizia e supporto da parte dello Stato, che ritarda con sentenze e assistenze. Spesso le donne bosniache continuano ad incontrare per strada i loro aguzzini, impuniti, che in alcuni casi continuano a perseguitarle.

Alcune donne partecipano al Workshop sulla resoluzione ONU 1325, nel Darfur settentrionale, scenario di stupri di massa come arma di guerra, durante il conflitto iniziato nel 2003. UNAMID – Creative Commons

La mancanza di giustizia e riparazione si inserisce in quel continuum di violenza che caratterizza gli scenari post bellici. Se le donne vittime di violenza sessuale stanno emergendo (con fatica) come soggetti da tutelare e tenere in considerazione nella stipulazione di politiche e interventi di riparazione, questo non è ancora avvenuto con i bambini nati dagli stupri e durante i conflitti. I “bambini dimenticati della guerra” costituiscono nel mondo una vera categoria di “invisibili”. Solo negli ultimi decenni la questione ha guadagnato spazio nel discorso pubblico e accademico.

Bambini frutto di violenze sessuali di guerra continuano a nascere in molti Paesi. I padri fanno parte delle milizie locali (di Stato e indipendenti) e, a volte, appartengono anche ai peacekeepers internazionali. Ad esempio, in Liberia, la Croce Rossa Internazionale stima che i membri dell’ECOMOG (Economic Community of West African States Monitoring Group) siano responsabili della nascita di 6.000 bambini, tra il 1990 e il 1998; molti di loro abbandonati anche dalle madri. Similmente è avvenuto in Sierra Leone, ma anche in Bosnia, Albania e Kosovo.

Molte ricerche hanno constatato la generale assenza di presa in carico dei bambini da parte della giustizia e delle politiche di assistenza nazionali e internazionali. Tra i motivi di negligenza ci sono ragioni culturali ma anche mancanza di dati precisi: i bambini nati da violenze rappresentano generalmente una popolazione “nascosta”.

La società spesso tende ad incolpare la madre e ad ingrandire così il senso di vergogna e di colpa di cui tendenzialmente soffrono le persone vittime di tale genere di violenza. Questi bambini sono marchiati come “figli del nemico” e simbolo di traumi collettivi mai rimarginati. Succede anche che le madri preferiscano mantenere il silenzio per proteggere se stesse e i figli da stigmatizzazione ed emarginazione, che può avvenire anche all’interno della famiglia.

Le indagini svolte in questo campo – generalmente effettuate per fornire spunti utili a colmare l’invisibilità del tema – hanno riscontrato la presenza di caratteri che accomunano le condizioni dei bambini nati in contesti di guerra a livello internazionale, senza svalutare la particolarità che ogni storia individuale porta con sé. Per questi bambini esistono possibilità di danni e rischi fisici, psicologici, sociali, economici, burocratici e legali, culturali. Tra questi ci sono i cosiddetti danni “immediati”, perché riguardano rischi di abbandono e infanticidio. Attualmente, molti bambini si trovano in orfanotrofi o vivono per strada.

La maternità forzata vissuta dalle donne può provocare situazioni di vulnerabilità e traumi psicologici anche nei figli, inseriti in un ambiente già ostile e impreparato ad elaborare simili situazioni. In generale, ciò che risulta più difficile da decostruire è la stigmatizzazione sociale intorno allo stupro e all’essere frutto di tale violenza.

Il rapporto “Closing the Protection Gap for Children Born of War redatto nel 2017 dal centro Women, Peace and Security, segnala la precarietà delle condizioni dei bambini su scala globale, che legata alla vulnerabilità sociale e ai problemi psicologici relativi all’identità, priva loro della facoltà e del diritto di flourishing umana, ovvero di crescita e realizzazione in pace e in dignità.

Lo stigma non si produce esclusivamente a livello comunitario, ma passa attraverso le Istituzioni e gli Stati.

In Uganda, ad esempio, questi bambini non godono della possibilità di registrazione civile e statale, data la nazionalità diversa dei genitori e lo status di profughe delle madri – violentate o costrette a matrimoni forzati nei campi profughi durante il conflitto ventennale. Una petizione firmata nel 2014 dalle donne parlamentari ugandesi, richiede assistenza da parte del Governo alle sopravvissute e ai loro figli, condannati all’emarginazione economica e sociale.

Lo Stato ugandese è intervenuto formalmente (ma non ancora concretamente) attraverso un programma che prevede la restituzione di terre per le donne e assistenza sociale e psicologica, accompagnata da riparazioni giudiziarie. La mancanza di pressione a livello internazionale viene colmata da iniziative locali comunitarie, tra cui gruppi di supporto, programmi di riunificazione tra famiglie, interventi da parte dei leader religiosi – in Uganda come nel resto del mondo.

In Colombia, la legge Victìmas e Restituciòn de Tierras” del 2011, riconosce i bambini nati da violenze come vittime del conflitto, tuttavia mancano ancora azioni concrete di supporto. Le ragioni di tale vuoto istituzionale si ritrovano nel difficile processo di pace e riparazione ancora in atto nel Paese e nel silenzio ancora presente intorno agli stupri, sebbene ne sia stato constatato l’uso sistematico durante la guerra.

Nella regione Cauca, nel Sud Ovest colombiano, i bambini frutto di violenze da parte delle FARC, sono chiamati “paraquitos” – piccoli militari. Tra le popolazioni indigene del Mitù invece, a Sud Est del Paese, i “bambini della gente verde” vengono così chiamati in ragione del colore delle divise militari dei loro padri.

“Narco-Terroristi, Assassini/Stupratori” – così scrivono gli attivisti a proposito dei militari FARC, durante una protesta contro la guerra, a Medellin, 2008. Xmascarol – Creative Commons

L’iniziativa The Children Born of War Project sottolinea il pericolo di un futuro estremista e fondamentalista per i bambini nati in contesti così violenti e sottovalutati dagli Stati e dalle politiche internazionali. È importante che essi emergano come categoria particolare – sebbene differenziata al suo interno – a cui indirizzare uno specifico protocollo internazionale.

La sfida che viene sottolineata come più urgente nei vari Paesi scenari di guerre e stupri di massa, è la necessità di una presa di responsabilità e ammissione di colpa da parte degli Stati-Nazione e a livello internazionale, per andare oltre gli interventi attuati a livello locale da parte delle comunità.

La negligenza degli Stati è stata spesso denunciata dai gruppi femministi attivi per la pace in territori bellici. Tali gruppi propongono forme di riparazione e dialogo alternative rispetto ai processi di giustizia tradizionali. L’intento è quello di non riprodurre modelli già noti, ma altri che permettano alle popolazioni testimoni di diventare soggetti attivi di giustizia.

È il caso del Tribunale delle Donne, nato nella ex-Jugoslavia nel 2010, ma già attuato altrove. Il primo fu creato a Lahore, in Pakistan, nel 1992. I Tribunali delle Donne sono tra gli esempi di giustizia transizionale, vale a dire di situazioni in cui è la società civile che si assume la responsabilità della giustizia, così come avviene per l’assistenza alle vittime e la presa in carico della costruzione di memoria collettiva da parte di associazioni indipendenti e volontarie.

Il Tribunale delle donne dei Balcani in particolare, dimostra la possibilità di dialogo e incontro attraverso la narrazione, al di là dei confini etnici, religiosi e storici – di cui spesso i bambini nati da stupri etnici ne sono i rappresentanti, per le comunità.

La Ruta Pacifica de las Mujeres e la Comisiòn de la Verdad y Memoria, in Colombia, sono altre iniziative di giustizia transizionale, impegnate nella raccolta di testimonianze di guerra e azioni di resistenza da parte delle donne vittime del conflitto armato che ha devastato la Colombia per quasi cinquanta anni. Dare voce alle narrazioni dirette delle vittime è – come loro stesse affermano – un atto politico, oltre che di guarigione e di solidarietà. Gli stupri, rientrano tra queste narrazioni di guerra.

È necessario però, che le istituzioni si inseriscano attivamente nei processi di giustizia e di ricostruzione. Per quanto ancora dobbiamo attendere una reale ammissione di responsabilità da parte degli Stati?

Che ogni storia allora, venga ascoltata. Che ogni invisibile diventi visibile, di fronte alla comunità e di fronte alla giustizia.

“Veniamo chiamati con diversi nomi, spesso disumani e stigmatizzanti, ma questo non ci fermerà dal continuare a cercare il nostro posto al sole e a connetterci con l’intero pianeta, e mandare ai leader del mondo un messaggio importante: che non giochino con il destino dell’umanità e con il futuro della civiltà– così continua il discorso di Alen Muhic – “Che non venga dimenticata la nostra dignità umana. Non lasciate che il potenziale del conflitto cresca insieme a noi.” 

Marta Bolgioni

Laureata in Culture, Formazione, Società Globale, si occupa di tematiche femministe, ambientali e socio-politiche con particolare attenzione all'ambito pedagogico.

    Marta Bolgioni

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