L’Europa che alimenta le disuguaglianze e sfrutta i migranti

Le serre di Almería e i macelli di Rheda-Wiedenbrück hanno in comune più di quanto si immagini; così come esiste una correlazione tra i pomodori italiani, i lavapiatti a Parigi e le infermiere in Finlandia.

Non è un segreto: lo sfruttamento lavorativo della manodopera straniera è uno dei risvolti cupi dell’Unione Europea. È una piaga trasversale, che coinvolge diversi Stati membri, senza risparmiare le latitudini nordiche alle quali normalmente si guarda come esempio di civiltà.

Nei mesi scorsi, l’alto numero di contagi da coronavirus in alcuni cluster di lavoratori ha contribuito a riaccendere il dibattito sulla questione, senza però portare i vari Paesi a introdurre norme efficaci per arginare un fenomeno che le associazioni qualificano come moderna schiavitù.

Anzi, la situazione è peggiorata, coinvolgendo nuovi settori economici e nazionalità che si erano sindacalizzate. Il presente è un momento chiave per far valere le rivendicazioni su questo tema ed esigere dai membri dell’UE un approccio olistico, che possa provocare un cambiamento reale.

Dallo spazio si vede una macchia bianca, nel profondo Sud della Spagna. È una distesa di 31.000 ettari tristemente nota come mare di plastica. Ogni anno, qui si coltivano 2,7 milioni di tonnellate di prodotti ortofrutticoli destinati al consumo di tutta Europa, attraverso i grandi supermercati di Francia, Germania e Regno Unito.

Risalendo il continente per oltre duemila chilometri troviamo l’epicentro della produzione di carne di Tönnies, la più grande industria tedesca del settore.

Da anni, queste aziende sfruttano il lavoratore a contratto: sottopagato; costretto a turni massacranti nel migliore dei casi, ad abusi – anche sessuali – nel peggiore; essenzialmente straniero. Extracomunitario, sia clandestino che rifugiato, ma anche proveniente dalle economie più “fragili” dell’UE. “Vale più una pesca di un immigrato“, riassume Serigne Mamadou, senegalese che raccoglie frutta per 5€ l’ora.

Dimora migrante in una serra di Almería / Immagine da Flickr in Licenza CC / John Perivolaris
Dimora migrante in una serra di Almería / Immagine da Flickr in Licenza CC / John Perivolaris

La libertà di movimento delle persone extracomunitarie per vie legali è spesso concessa nell’ambito di specifici permessi per lavoro temporaneo. Mentre il Comitato dell’ONU per i lavoratori migranti chiede ai Governi del mondo di rimpatriare le vittime dello sfruttamento, altri ritengono che ampliare la strada dei permessi temporanei sia la soluzione: secondo la giornalista Maite Vermeulen, infatti, “l’immigrazione dagli altri Paesi europei non è sufficiente” a supplire la carenza di lavoratori qualificati in Olanda.

Quando la pandemia ha frenato l’arrivo degli extracomunitari, era la stagione degli asparagi: Paesi Bassi, Austria e Germania hanno ripreso l’assunzione di braccianti da Polonia, Bulgaria e Romania, organizzando appositi voli aerei.

“I lavoratori stagionali stranieri sono meno costosi. Sono esenti da determinati contributi previdenziali. Le disposizioni minime salariali non si applicano se […] sono assunti tramite subappaltatori“, spiega Rainer Münz, ex impiegato presso la Commissione Europea.

Ma già in aprile le misure sanitarie adottate sono diventate meno rigide, provocando la messa in quarantena o addirittura la morte del personale. Nello stesso periodo, 200.000 rumeni sono tornati nel proprio Paese, per ragioni legate alla precarietà dei loro contratti.

Tutti vogliono prodotti e servizi accessibili, e manodopera estera che sia disposta a fornirli. Anche Varsavia, non appena possibile, ha ricominciato a “importare” ucraini per le proprie fabbriche (2 milioni di loro si sono inseriti nel mercato polacco dal 2014).

Ne abbiamo bisogno: tanto vale, quindi, argomenta Vermeulen, “scegliere migranti che possano offrire un contributo alla nostra economia“. Tra i vantaggi possibili ci sarebbero l’aumento del sostegno dei cittadini all’immigrazione, il salvataggio delle società europee dall’invecchiamento e una riduzione del sovraccarico del sistema d’asilo.

Foto inviata da un candidato filippino al concorso Decent work across borders dell'Organizzazione internazionale del lavoro / Immagine da Flickr in Licenza CC / J. De Guia
Foto inviata da un candidato filippino al concorso Decent work across borders dell’Organizzazione internazionale del lavoro / Immagine da Flickr in Licenza CC / J. De Guia

E se invece di continuare a concepire la mobilità come meccanismo per risolvere le inefficienze di mercato e i migranti come mero approvvigionamento, cominciassimo ad accettare che le condizioni lavorative contano?

Ci preoccupiamo di rimediare all’assenza di manodopera (per esempio, chiedendo ai disoccupati di aiutare volontariamente gli agricoltori), ma non di migliorarne la tutela, quando è stata proprio la mancanza di garanzie a provocare quella di personale durante il lockdown. Si può agire su diversi fronti.

Escludere il rischio di deportazione per i migranti in situazione irregolare che denunciano abusi, investire sulle ispezioni e sull’accesso all’assistenza legale, estendere la copertura sanitaria: queste proposte base applicabili a breve termine non sono una novità.

Un’urgenza aggiuntiva è la distribuzione di materiale protettivo; “guanti e mascherine nelle serre?” ride Hassan, bracciante in Spagna: “non ti danno niente“.

Un progetto di legge tedesco vieterà il lavoro a contratto nell’industria della carne dal 2021. Ma in Germania, come negli altri Paesi europei, il precariato è ovunque i datori di lavoro vogliano evitare i costi salariali derivati dall’assuzione di impiegati permanenti. Servono quindi garanzie più ampie, che coprano i vari tasselli dell’economia.

Un altro problema da affrontare è il restringimento della classe media, legato all’aumento dei profitti delle imprese ma non degli stipendi: definire condizioni comuni ai 27 Stati UE per determinare il salario minimo in ciascuno di essi sarebbe un passo in avanti.

Guardando all’Italia, il settore agricolo è noto per presentare un alto rischio di sfruttamento per i migranti, che la sanatoria di quest’anno non è risultata sufficiente a debellare. Nei prossimi giorni il Parlamento europeo potrebbe votare la riforma sulla Politica Agricola Comune (PAC), cui è destinata la più ampia fetta del bilancio di Bruxelles.

Tuttavia la PAC “non protegge i produttori occidentali e meridionali dal fatto di dover competere con le loro controparti dell’Europa centrale e sud-orientale“, spiega ancora Münz, il che li porta a fare dumping salariale per restare concorrenziali.

Secondo vari enti, è il momento di esigere che i sussidi agli agricoltori vengano subordinati al rispetto delle norme sul lavoro.

Da parte del Governo, recepire tempestivamente la Direttiva UE 2019/633 contribuirebbe inoltre a equilibrare i rapporti tra fornitori del settore e giganti della distribuzione, vietando pratiche commerciali sleali.

Migrante senegalese raccoglie pomodori a Foggia / Immagine da Flickr in Licenza CC / REUTERS/Alessandro Bianchi
Migrante senegalese raccoglie pomodori a Foggia / Immagine da Flickr in Licenza CC / REUTERS / Alessandro Bianchi

Nel 2021 ci si aspetta anche che venga concretizzata la promessa di due diligence sui diritti umani fatta dal Commissario UE alla Giustizia, Didier Reynders.

La nuova legislazione spingerà le compagnie a prevenire il lavoro forzato nelle loro catene di fornitura e a rispondere di eventuali abusi, rendendo misure obbligatorie quelle che finora erano incoraggiamenti.

Interessarsi al dibattito è essenziale, perchè ci sono molti interessi in ballo: chi teme i costi aggiuntivi che queste regole comporteranno per le aziende cercherà di smussare gli articoli più incisivi della proposta.

La realtà attuale ci insegna l’evidente: i lavoratori precari sono elementi essenziali dell’economia dell’Unione, non accessori. Intervenire sul rafforzamento dei loro diritti aumenterà l’attrativa del mercato UE; accrescerà la probabilità di mantenere una forza lavoro esperta e ampia, controbilanciando gli effetti dei momenti di crisi. È una materia in cui l’Europa non può permettersi di non essere radicale.

Beatrice Chioccioli

Laureata in Scienze Politiche alla Sorbona, sostiene il diritto alla libertà di movimento. Attraverso esperienze con diverse ONG divide il suo tempo tra le metropoli e le frontiere d'Europa, dove si dedica a progetti, legali e sociali, a favore dei richiedenti asilo.

Beatrice Chioccioli

2 thoughts on “L’Europa che alimenta le disuguaglianze e sfrutta i migranti

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    22 Ottobre 2020 in 08:13
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    Brava Bratrice, ancora una volta un’analisi acuta con elementi preziosi per capire il fenomeno di sfruttamento dei migranti; ma ciò che apprezzo di più è la tua capacità di individuate possibili strade per percorrere il cambiamento…non mollare, hai gambe forti, occhi grandi e mani generose per continuare il cammino.

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    22 Ottobre 2020 in 15:52
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    Sono semplicemente indignata da un simile quadro socio-economico nonché politico! Descritto in modo chiaro, corretto e competente.
    C’è molto da fare perché questa realtà possa vedere un qualche cambiamento ma ben vengano anche piccoli interventi normativi.

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