Colombia, da campione di biodiversità a territorio sotto assedio

[Traduzione a cura di Davide Galati dall’articolo originale di Daniel Henryk Rasolt pubblicato su The Ecologist]

Miniera d'oro illegale. Foto dell'autore.
Miniera d’oro illegale. Foto dell’autore

Nella Colombia della megadiversità la deforestazione è in aumento. Cercare di comprendere la complessa e interconnessa rete di fattori sociali, politici, economici e ambientali della deforestazione in questo Paese – passati e presenti, legali e illeciti, diretti e indiretti – è fondamentale.

Sin da marzo di quest’anno la pandemia di Covid-19 ha contribuito al landgrabbing e all’estrazione illegale di oro, a causa della ridotta presenza dello Stato e dell’isolamento auto-imposto delle vulnerabili comunità indigene che hanno operato a lungo come custodi di queste foreste.

In un oscuro paradosso, uno degli ecosistemi più preziosi del Sudamerica è stato preservato durante la guerra civile durata più di mezzo secolo tra le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), il Governo colombiano e i gruppi paramilitari di mercenari. La guerra ha provocato la morte di quasi 300.000 persone e più di sette milioni di sfollati.

La mancanza di infrastrutture, industria e sviluppo rurale, insieme agli scarsi investimenti esteri per il rischio molto alto di violenza, estorsioni e rapimenti, hanno contribuito in vario modo a lasciare intatte molte delle ricche foreste tropicali colombiane.

Hotspot della deforestazione

Le FARC hanno esercitato la propria influenza su oltre il 30% del territorio colombiano, principalmente nelle regioni boschive remote e scarsamente popolate.

Come movimento di guerriglia che finì per finanziarsi principalmente attraverso il traffico illecito di cocaina e oro, con entrate supplementari derivanti da rapimenti, traffico di animali selvatici e commercio illegale di legname, le FARC dipendevano dalla propria abilità di nascondere il movimento dei guerriglieri e le loro attività economiche illecite.

Elaborarono “manuali di coesistenza” e strutture di comando in accordo con i contadini locali, i coltivatori di coca e le comunità indigene, mentre imponevano regole contro la deforestazione nei territori in cui avevano una grande influenza. Per le FARC queste strutture servivano a proteggere direttamente sé stesse e i loro interessi economici, e a promuovere la loro legittimità sia a livello locale che nazionale.

Mentre la guerra è stata e continua ad essere una crisi umanitaria, la presenza delle FARC ha probabilmente ritardato una più vasta deforestazione.

La firma acclamata a livello internazionale degli accordi di pace tra le FARC e il Governo colombiano nel novembre 2016 ha lasciato evidenti vuoti di potere all’interno di estesi territori boscosi e da allora si è verificato un aumento della deforestazione. L’Amazzonia colombiana in particolare è diventata un hotspot, un “punto caldo” della deforestazione a livello globale.

Fattori socio-ecologici

Per affrontare gli attuali rapidi tassi di disboscamento nell’Amazzonia colombiana, è importante comprendere il contesto complesso e gli interconnessi fattori socio-ecologici della deforestazione nel corso degli ultimi decenni.

Le foreste lungo i pendii montuosi densamente popolati delle Ande, lungo la costa atlantica e alle frontiere della colonizzazione in Amazzonia per decenni sono state abbattute in massa in Colombia, ma fino a poco tempo fa le foreste andine degli altipiani, i paramos e le foreste tropicali di pianura sono rimaste in gran parte preservate.

Gli originali colonizzatori e taglialegna dell’Amazzonia colombiana erano proprietari di alberi della gomma all’inizio del XX secolo. Essi ridussero in schiavitù decine di migliaia di indigeni locali, causando danni bioculturali incalcolabili a lungo termine. Furono seguiti dai migranti fuggiti a metà del XX secolo da una guerra civile tra liberali e conservatori, episodio che ha gettato le basi per la formazione delle FARC.

La conversione su vasta scala della regione da foresta a pascolo per i bovini iniziò però solo negli anni ’60, con progetti infrastrutturali finanziati dallo Stato, da tempo abbandonati, che portarono grandi ondate di nuovi colonizzatori. Da allora gran parte del paesaggio boscoso alle frontiere dell’Amazzonia colombiana – specialmente nei dipartimenti altamente conflittuali di Caqueta e Putumayo – è stato trasformato in terreni da pascolo e piantagioni di coca.

Il più grande motore diretto della deforestazione nell’Amazzonia colombiana – e in molte altre parti della Colombia e del Sudamerica – è l’espansione dei pascoli per i bovini. Un aspetto interessante è che in Colombia la domanda globale e il prezzo della carne bovina non hanno guidato la conversione massiva della foresta in pascolo, a differenza di altri Paesi con un mercato di esportazione più ampio per carne bovina e prodotti lattiero-caseari.

I pascoli rappresentano un uso estremamente improduttivo della terra in Colombia, e sebbene il 38% del Paese (38,6 milioni di ettari) sia utilizzato per circa 23 milioni di capi di bestiame, analisi hanno dimostrato che solo il 6% della terra in Colombia è effettivamente ottimale per il pascolo del bestiame.

Landgrabbing

Spesso sono l’accaparramento illegale di terre e le leggi perversamente orientate a denominare qualsiasi terra “produttiva” che hanno guidato questa espansione dei pascoli di bestiame nell’Amazzonia colombiana. La terra è potere in Colombia, e la lotta per la terra è stata per molti decenni il principale motore di conflitti, sfollamenti, morte e distruzione ambientale.

Il processo di accaparramento e disboscamento è spesso svolto da piccoli agricoltori, che poi vendono gli appezzamenti appena disboscati a ricchi proprietari terrieri – noti come “latifundios” – per essere consolidati in grandi allevamenti di bestiame e controllo territoriale che consente attività illecite più redditizie sullo sfondo.

In termini di distribuzione della terra, la Colombia esprime uno dei più alti livelli di disuguaglianza al mondo, con circa l’ 1% dei proprietari terrieri che detiene l’81% della terra nominalmente “produttiva”. Inoltre, si stima che un eccezionale 44,7% della popolazione rurale della Colombia viva in povertà.

Questo processo di landgrabbing avviene anche all’interno e intorno ad aree protette costituzionalmente come parchi nazionali e territori indigeni, in particolare dove sono state costruite strade – sia finanziate dallo Stato che illegali. Tipicamente le strade incoraggiano l’urbanizzazione a causa del più facile accesso ai mercati e alle risorse naturali, il che porta a un ulteriore aumento della domanda di terra. Le aree intorno alle strade diventano tipici luoghi di disboscamento delle foreste e loro sostituzione con pascolo al fine di rivendicare “l’uso del suolo” e la proprietà legale.

Infrastrutture

La costruzione di dighe idroelettriche e la loro attività, e le infrastrutture ampie di cui necessitano, sono stati i punti fermi dell’economia e del paesaggio colombiani per diversi decenni. Oltre il 70% del consumo interno di elettricità della Colombia è generato da dighe idroelettriche.

La connessione tra grandi dighe, deforestazione e degrado del suolo è forte: inondano le foreste, distruggendo gli habitat e provocando lo sfollamento delle comunità forestali, portando anche infrastrutture che spesso rappresentano un’ulteriore causa indiretta di deforestazione.

Le dighe modificano anche i modelli di alluvione stagionale e i flussi di sedimenti, che hanno un impatto sulle foreste di pianura a valle, comprese le mangrovie costierei laghi alluvionali e l’Amazzonia.

Le industrie estrattive consolidate includono l’esplorazione e lo sfruttamento di petrolio e gas naturale, nonché l’estrazione di oro, argento, platino, carbone, sale, smeraldi, nichel, coltan, rame e altro ancora. Il petrolio è la principale voce di export della Colombia, che è anche il maggiore esportatore di carbone dell’America Latina. La Colombia è anche uno dei maggiori esportatori mondiali di oro – la maggior parte del quale viene estratto illegalmente, ma poiché è quasi impossibile rintracciarlo entra nel mercato “legalmente”.

Inoltre, la Colombia è il quarto produttore di olio di palma al mondo e il più grande nell’emisfero occidentale. Nonostante lo sbandierato greenwashing con obiettivi dichiarati di “deforestazione zero” e “sviluppo sostenibile” negli ultimi anni, la realtà della catena di fornitura di olio di palma in espansione in Colombia è molto più complessa e devastante.

Coca

Sullo sfondo di queste industrie legali e di vasti pascoli per i bovini si nascondono molte industrie illecite note e altamente redditizie, legate al traffico di droga e all’estrazione illegale di oro.

La coca – l’ingrediente base della cocaina e una pianta medicinale sacra per molti popoli indigeni – è spesso considerata un fattore trainante diretto della deforestazione in Colombia.

I dipartimenti amazzonici di Putumayo, Caqueta, Meta e Guaviare e i dipartimenti sudoccidentali del Chocó andino come Narino e Cauca sono tutte ex roccaforti delle FARC con abbondanti piantagioni di cocaprogetti infrastrutturali abbandonati. Quasi tutti tranne le piantagioni di coca più isolate sono pascoli di bovini, per mantenere il controllo sulla terra.

I tentativi di eradicazione forzata della coca sono falliti miseramente, soprattutto il “Plan Colombia” sostenuto dagli Stati Uniti nei primi anni 2000 che prevedeva l’ irrorazione aerea di glifosato. La produzione perlopiù aumentò e le frontiere della deforestazione si espansero man mano che i coltivatori di coca si addentravano nelle foreste, mentre i raccolti legali, la vegetazione naturale – e forse gli esseri umani e altri animali – si ammalavano o morivano per lo spray di glifosato irrorato nell’ambiente.

In risposta ai tentativi di eradicazione forzata, i coltivatori di coca su piccola scala ricorrono spesso ad alternative come l’estrazione illegale di oro che comporta ulteriore disboscamento e contamina le riserve idriche: vedono poche alternative, dal momento che la terra è degradata e c’è poco accesso ai mercati legali per ripartire. La Colombia – sotto la spinta dell’amministrazione Trump – sta comunque promettendo una nuova campagna di eradicazione forzata, ancora una volta attraverso l’irrorazione aerea di glifosato.

Oro

L’estrazione illegale dell’oro è stata a lungo un fattore trainante della deforestazione, del degrado del suolo e della contaminazione delle vie fluviali nella foresta pluviale di Chocó e in molte altre regioni della Colombia.

I dipartimenti di Antioquia e Cauca nelle Ande, così come Caqueta e Putumayo in Amazzonia, sono stati particolarmente colpiti. L’ “oro insanguinato” ha anche finanziato i conflitti passati e presenti: quando furono firmati gli accordi di pace, l’oro illegale stava effettivamente generando più denaro del famigerato commercio di cocaina per le FARC, l’ELN e altri gruppi neo-paramilitari.

E quando ci sono sforzi concertati da parte dello Stato per reprimere l’estrazione illegale, i minatori spesso impoveriti sono spinti verso altre attività illecite, come la coltivazione della coca, che comporta ulteriore deforestazione. È un ciclo tragico e devastante.

Sebbene molti dei fattori legali e illegali della deforestazione sopra descritti esistano in Colombia da decenni, la loro portata e le regioni di influenza, e le circostanze socio-economiche e politiche sottostanti che incoraggiano la loro espansione o contrazione sono in costante cambiamento.

Le condizioni complesse nella Colombia “postbellica” stanno oggi spingendo la deforestazione in profondità all’interno dell’Amazzonia colombiana.

Espansione dei progetti

Con la smobilitazione delle FARC, i territori da loro abbandonati sono diventati estremamente vulnerabili a una serie di forze opportunistiche che cercano di riempire il vuoto.

Un’odiosa combinazione di nuovi e vecchi attori illegali competono violentemente per il controllo di vasti territori boscosi e industrie illecite altamente redditizie. Questi gruppi illegali combattono o lavorano in sintonia con gli interessi speculativi delle multinazionali minerarie, petrolifere, di palma da olio, dell’agricoltura, del legname e delle costruzioni. Tutti questi gruppi sono in lizza tra loro per il controllo di nuove terre per ottenerne la titolarità, lo sfruttamento o entrambi.

Spesso le linee di separazione tra tutti questi gruppi sono confuse, e anche il ruolo giocato dal Governo nel prevenire o nel facilitare le intenzioni di questi attori. Questo mix volatile sta sopra le agende governative poco ponderate di “restituzione della terra” ai milioni di sfollati, vittime della guerra civile, la complessa reintegrazione di ex combattenti delle FARC nella società e un sistema già di per sé distruttivo di titolazione delle terre che incoraggia il landgrabbing.

L’aspettativa di tutte le parti interessate è che con la “pace” ci sarà una proliferazione di infrastrutture e strade – sia progetti “ufficiali” finanziati dal governo che progetti nominalmente “illegali” – che faciliteranno l’estrazione di risorse naturali.

In mezzo a questo caos, lo Stato ha in gran parte trascurato la salvaguardia delle aree protette nazionali e delle terre indigene iscritta nella Costituzione. Leader indigeni e altri attivisti sociali e ambientali sono stati minacciati e uccisi a ritmi allarmanti in concomitanza con il dilagante accaparramento di terre e la deforestazione in tutto il Paese.

Il 2020 ha visto la Colombia nominata come Paese più pericoloso al mondo per i difensori ambientali e, secondo INDEPAZ, dalla firma degli accordi di pace sono stati assassinati più di 900 leader sociali e ambientali.

In Amazzonia 

L’Amazzonia colombiana è diventata un “punto caldo” critico della deforestazione a partire dalla firma degli accordi di pace. Secondo i dati di Global Forest Watch, nel 2018 la Colombia ha registrato il più alto tasso di perdita di foresta primaria mai registrato, con un aumento del 500% rispetto al 2003, e quasi interamente all’interno dell’Amazzonia.

La deforestazione complessiva nell’Amazzonia colombiana è aumentata del 97% nel 2018 rispetto al 2016, l’anno degli accordi di pace.

Dieci parchi nazionali nell’Amazzonia colombiana sono stati abbandonati all’inizio di quest’anno – per un totale di circa nove milioni di ettari – a causa delle minacce contro il personale dei parchi da parte di dissidenti delle FARC e altri gruppi armati illegali. Questi vasti parchi sono ora ancora più vulnerabili e non vengono più raccolti i dati sul campo che potrebbero aiutare a prevenire futuri disboscamenti e conflitti in tutta la regione.

L’estrazione illegale dell’oro si è diffusa anche in regioni precedentemente incontaminate dell’Amazzonia colombiana postbellica, come riportato di recente dal personale dei parchi nazionali e dai leader indigeni. Questi ultimi hanno categoricamente rifiutato la presenza sia di cercatori d’oro illegali che di quelli “legali” autorizzati dallo Stato all’interno dei loro territori.

La ricerca e il monitoraggio socio-ecologico integrati hanno messo in luce le  attuali tendenze e le complesse forze che guidano la recente disinvolta deforestazione dell’Amazzonia colombiana.

Incendi

Nel 2017 gli incendi boschivi isolati – forti indicatori delle aree di deforestazione presente e futura – sono stati rilevati a un tasso allarmante del 600% in più all’interno delle aree protette.

I dipartimenti di Caqueta, Meta e Guaviare, tutti luoghi in cui si è verificato in precedenza disboscamento su larga scala, stanno vedendo espandersi le loro frontiere di deforestazione in modo esponenziale nella Colombia postbellica, ma sono stati rilevati incendi anche nell’Amazzonia colombiana orientale più isolata.

La docente esperta di incendi boschivi amazzonici, Dolors Armenteras, autrice principale di uno studio del 2018 che collegava gli incendi boschivi isolati alla futura deforestazione nell’Amazzonia colombiana, mi ha recentemente spiegato come “il vitale corridoio ambientale tra i Parchi nazionali della Sierra de la Macarena, Tinigua e la Cordillera de los Picachos hanno mostrato un drammatico aumento degli incendi e conseguente deforestazione durante il periodo successivo alla guerra civile. Questo hotspot della biodiversità collega gli ecosistemi andini e amazzonici“.

Se queste tendenze continuano, c’è la reale possibilità che ampie sezioni dell’Amazzonia colombiana si frammentino, mettendo a rischio numerose specie e cicli biogeochimici.

Nell’Amazzonia colombiana ci si aspetta inoltre che gli incendi boschivi di origine antropica e i trend di deforestazione che li accompagnano aumentino con le condizioni climatiche sempre più secche, che in alcuni anni sono esacerbate per i forti eventi di El Niño. La siccità e la diminuzione delle precipitazioni complessive in tutta l’Amazzonia, insieme a forti precipitazioni, inondazioni improvvise e smottamenti, sono il risultato di tragici e prevedibili circuiti di ritorno messi in moto dalla deforestazione.

La bonifica di massa degrada la terra, frammenta le foreste e altera direttamente i modelli di precipitazione locali e regionali, contribuendo nel contempo alla marcia dell’Amazzonia verso il punto di non ritorno che potrà renderla una fonte di carbonio.

Biodiversità 

Uno studio pubblicato nel marzo 2020 che si basa sul lavoro della professoressa Armenteras sugli incendi boschivi, ha confrontato i tassi di deforestazione all’interno e intorno a 39 parchi nazionali e riserve forestali nei tre anni prima (2013-2015) e dopo (2016-2018) gli accordi di pace. I ricercatori hanno notato un marcato aumento della deforestazione in molti dei parchi nazionali che sono considerati “punti caldi della biodiversità”, dalla Sierra Nevada de Santa Marta nel nord alla Riserva naturale di Nukak nel profondo dell’Amazzonia.

In concomitanza con gli incendi illegali e lo sgombero dei terreni, il Piano di sviluppo nazionale orientato all’estrattivismo del presidente Ivan Duque ha distribuito titoli di estrazione mineraria e di esplorazione petrolifera ad imprese multinazionali che prevedono un aumento delle infrastrutture e della sicurezza.

Queste concessioni spesso arrivano senza il diritto costituzionalmente garantito al previo consenso delle comunità che vivono in quelle terre che saranno presto sfruttate.

Parallelamente a questi piani sponsorizzati dallo Stato per le industrie estrattive consolidate, ci sono proposte controverse per avviare attività di fracking, mega-dighe pianificate e in costruzione lungo i fiumi Magdalena e Cauca, il piano controproducente per riprendere l’irrorazione aerea di glifosato nel tentativo di sradicare i raccolti di coca, e la continua espansione delle piantagioni di palma da olio.

Mentre i ricercatori e gli attivisti ambientali lanciano l’allarme sulla deforestazione nei parchi nazionali e sui progetti estrattivi in tutto il Paese, non sono ancora state condotte attività di monitoraggio della deforestazione critica né lo studio di modelli con un’attenzione adeguata ai territori indigeni costituzionalmente riconosciuti e detenuti collettivamente.

Anche in questi territori dilagano il landgrabbing, il disboscamento, l’estrazione illegale dell’oro, lo sfollamento forzato e l’assassinio di leader indigeni.

Impatto del Covid-19

Nell’Amazzonia colombiana 185 riserve indigene riconosciute sono suddivise tra oltre 60 diversi gruppi etnici. Rappresentano più del doppio della superficie boschiva – 26 milioni di ettari contro 12 milioni – dei parchi nazionali e delle riserve forestali.

Il leader indigeno Murui Muina Jorge Furagaro mi ha detto nel marzo di quest’anno, prima di entrare nell’isolamento indotto dal Covid-19 all’interno del suo territorio: “Siamo noi i veri guardiani di queste foreste”.

Più volte è stato dimostrato che le popolazioni indigene in Amazzonia hanno livelli più bassi di deforestazione persino rispetto ai parchi nazionali, ma continuiamo a essere trascurati, sfruttati, emarginati e uccisi.

Gli attori illegali sono stati ulteriormente incoraggiati dall’incertezza che circonda la pandemia di Covid-19 e dall’associato aumento di valore dell’oro sui mercati globali.

Picchi di incendi boschivi e la conseguente deforestazione nell’Amazzonia colombiana sono stati osservati da quando la Colombia è entrata in lockdown alla fine di marzo 2020, mentre i minatori d’oro illegali hanno invaso i territori indigeni e le aree protette in tutta la regione.

Comunità indigene in isolamento 

Le comunità indigene si sono autoimposte misure di isolamento nel necessario tentativo di prevenire la diffusione del Covid-19 all’interno delle loro comunità.

Già notevolmente ridotte in numero dopo decenni o secoli di accaparramento di terre, sfollamenti forzati e malattie, e con un accesso minimo o nullo ai servizi sanitari e di comunicazione “occidentali” di base, molte comunità indigene isolate sono estremamente vulnerabili a questa nuova malattia, che si è diffusa rapidamente in tutta l’Amazzonia.

Le comunità in isolamento non sono neppure in grado di ricevere segnali di allerta e informazioni vitali, che insieme a una ridotta presenza dello Stato e dei ricercatori scientifici, ha indebolito la loro continua lotta per monitorare e proteggere le foreste delle loro terre ancestrali. Queste foreste, se mantenute intatte, potrebbero aiutare a prevenire future pandemie.

Si stanno tentando una serie di strategie per rallentare i crescenti tassi di deforestazione nell’Amazzonia colombiana. Questi vanno da schemi di “pagamento basato sui risultati” finanziati a livello internazionale come REDD+ a operazioni militari contro i contadini all’interno delle aree protette – ma non contro i grandi proprietari terrieri, le multinazionali e i gruppi illegali che promuovono la deforestazione.

Abbiamo anche assistito alla sentenza legale, ideologicamente bella ma finora impraticabile, della Corte Suprema colombiana che garantisce i diritti legali di “personalità” all’intera regione amazzonica colombiana.

Complessità 

Ma nessuno di questi, né altri tentativi, sembrano considerare appieno o affrontare la complessità dei meccanismi socio-ecologici dinamici che stanno guidando la deforestazione dilagante e la distruzione ecologica nell’Amazzonia colombiana e in altre parti del Paese.

La Colombia è senza dubbio uno dei Paesi più complicati e conflittuali al mondo, che insieme ai suoi diversi ecosistemi e culture ne fa un caso critico.

C’è tuttavia un’opportunità. Comprendere e combattere con successo i fattori interconnessi che fanno crescere i tassi di deforestazione della Colombia postbellica attraverso un approccio basato sui sistemi socio-ecologici complessi aiuterebbe a informare altre aree forestali del pianeta, in particolare quelle in Paesi e regioni con scarsa capacità di governo, in presenza di conflitti attuali o recenti, e culture tradizionali.

Davide Galati

Nato professionalmente nell'ambito finanziario e dedicatosi in passato all'economia internazionale, coltiva oggi la sua apertura al mondo attraverso i media digitali. Continua a credere nell'Economia della conoscenza come via di uscita dalla crisi. Co-fondatore ed editor della testata nonché presidente dell’omonima A.P.S.

Davide Galati

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