“Black Lives Matter” nell’indifferenza sugli abusi sui neri d’Africa

Foto dell’utente Flickr Jason Hargrove, (licenza CC BY 2.0)

Black Lives Matter. Dibattiti, sit-in, dirette tv, dirette Facebook, gente inginocchiata.

Inginocchiata come quell’uomo (bianco) che ha tenuto il suo peso sul corpo di quell’uomo (nero) fino a soffocarlo. I can’t breathe. Un ultimo rantolo diventato preghiera e dopo qualche giorno l’urlo dei tanti che in ogni parte del mondo hanno detto che la violenza, evidentemente razziale, non poteva essere più taciuta. Ma quella frase che diventa rantolo era già stata ripetuta e ripetuta.

Nel 2014 un altro uomo (nero) era stato soffocato da un uomo in divisa (bianco) durante un’operazione di arresto che sembrava più un’azione di wrestling. Quell’uomo si chiamava Eric Garner e il fatto accadde a New York e quel poliziotto che strinse mortalmente il braccio intorno al collo di Garner (né i suoi colleghi) pagò mai per quello che di fatto fu un omicidio.

Prima e dopo Garner ce ne sono stati altri. Almeno 70 persone negli ultimi 10 anni hanno ripetuto quella frase, l’ultima, prima di morire. “Three words, 70 cases. The tragic history of ‘I can’t breathe’” è una recente inchiesta di giornalisti del New York Times che hanno documentato tutti i casi degli ultimi anni, persone tra i 19 e i 65 anni, più della metà afro-americani.

Ma se il movimento Black Lives Matter ha finalmente solcato i confini degli Stati Uniti, dove è nato, una domanda ora è necessaria: i corpi neri hanno tutti lo stesso valore? Contano davvero in quanto black lives o ce ne sono alcuni (moltissimi) che rimangono nascosti in quella loro oscurità, invisibili, o semplicemente ignorati?

Se della brutalità della polizia bianca si è parlato e si continua a parlare cercando giustizia per chi ne ha subito le conseguenze estreme, quella delle forze dell’ordine (o dei militari) degli Stati africani sembra rimanere un affare limitato alla cronaca – spesso solo locale – e spesso di interesse solo per le ONG che si occupano di diritti umani ma i cui report avrebbero dovuto da tempo mettere la società civile in allarme, più di quanto in realtà accada, sulle deroghe ai diritti umani in certi Paesi.

In Sudafrica l’Apartheid e la “violenza di massa” della polizia (tocca ribadire, bianca) contro i sudafricani neri aveva toccato le coscienze in tutto il mondo, anche in Italia, portando alla formazione di movimenti anti-apartheid, boicottaggi, campagne, con lo scopo di fermare quelli che erano veri e propri massacri – basti ricordare Shaperville o quella foto che divenne simbolo della ferocia di chi usava le armi per mettere a tacere proteste pacifiche e sacrosante contro uno Stato razziale e segregazionista.

Da sempre però – e in questi mesi di lockdown gli esempi sono drammaticamente aumentati – anche la polizia (nera) abusa del proprio potere contro cittadini inermi, minacciando, picchiando, uccidendo. Ma quello che dovrebbe saltare agli occhi è che non esistono movimenti allargati impegnati a porre all’attenzione questi fatti. Una disattenzione – o disinteresse – che non fa che dare spazio a poteri illegitimi e impunità.

L’emergenza Covid-19 oltre a isolare Paesi e persone ha anche portato a galla la vera natura di quella che viene spacciata come “sicurezza del Paese” nei piani dei Governi. L’uso eccessivo della forza da parte delle polizie africane è una “canzone vecchia” ascoltata fin troppo. E se qualcuno ha cominciato nel periodo della pandemia a mettere insieme elenchi di testimonianze, non bisogna dimenticare che non si parla di casi isolati, né circoscritti.

Due donne assalite dalla polizia durante il periodo di lockdown in Uganda. Credit: Daily Monitor

Anche se vorremmo evitare il pericolo della generalizzazione, nella maggior parte dei Paesi africani la polizia fa paura. Nell’ultimo report di Transparency International che riguarda i livelli di corruzione nel settore pubblico (compresi i corpi di sicurezza) l’Africa sub-sahariana risulta 32 su 100, il più basso indice regionale.

Nessuno ha fermato le proteste in alcuni Paesi africani “In solidarity with George Floyd” come si leggeva su alcuni cartelli. Ma cosa accadrebbe se ci fossero proteste analoghe nei confronti dei propri Governi che chiudono un occhio sulla brutalità delle proprie forze di polizia o militari, e qualche volta la alimentano?

Pochi giorni fa un giovane ventenne è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco sparato da un poliziotto ad Anambra, Sud Est della Nigeria; un altro uomo è stato ucciso in Nigeria solo per non aver rispettato, secondo il poliziotto che gli ha sparato, il lockdown. Sono soltanto singoli e recenti casi, alcuni generano un po’ di rumore sui social, altri passano via inosservati. E continuerà ad essere così, come affari interni di cui non vale la pena occuparsi. Dopotutto accade a casa loro. Dopotutto pare proprio che alcune black lives abbiano valore e importino a qualcuno, altre – migliaia di altre – di valore ne hanno meno o nessuno.

Effetti della brutalità della polizia in Camerun. Credit: Ambaland.com

Condanniamo la brutalità della polizia, tranne la nostra” è il titolo di un articolo sulla sezione satirica di  African Arguments che ha messo in luce i paradossi e le ipocrisie venute a galla come da una fogna all’indomani dell’ennessimo “I can’t breathe“. Compresa quella dell’Unione Africana, che a nome del presidente della Commissione, Moussa Faki Mahamat, si era premunita di inviare un tweet in cui si condannava l’uccisione di Floyd. Ovvio che in molti abbiano reagito suggerendo di guardare in casa propria prima che in quella altrui.

Se, come ci piace dire, esiste una sola razza, quella umana, allora forse è giunto il momento di considerare che la vera lotta contro il razzismo non può che essere intersezionale, dove questo termine ci aiuta a riflettere sul fatto che le discriminazioni e le oppressioni avvengono prima di tutto sul fronte economico-sociale. Prima ancora che basate sul colore della pelle. Perché sono discriminazioni strutturali, più difficili da scardinare e persino da comprendere. Quanti casi ci sono di neri benestanti derisi, abusati, picchiati, uccisi?

Nel 2019 un africano su 3 viveva al di sotto della soglia di povertà e le proiezioni per il futuro non sono ottimistiche, tutt’altro. Se oggi oltre 450 milioni di persone vivono in stato di estrema povertà, nel 2030 – anche per l’aumento demografico – saranno 550 milioni. Sono queste, come la classe operaia (che in Africa è rappresentata soprattutto da agricoltori, pescatori e piccoli commercianti) le persone più vulnerabili. Quelle la cui vita – a leggere le notizie di cronaca – sembra contare meno di quella degli altri. E gli altri, nel continente africano, sono i ricchi, la classe medio-alta emergente, i politici, i potenti.

Ogni anno circa 100 miliardi di dollari lasciano l’Africa in flussi finanziari illeciti – attraverso l’evasione fiscale e schemi di sovrapprezzo dei contratti – per finire in paradisi fiscali controllati da Stati europei o dagli Stati Uniti. Ci sono ancora molti che sottolineano che “qualsiasi esame delle questioni attuali in Africa non può ignorare i secoli di dominio straniero del continente”, dominio che “ha lasciato un’eredità di Stati inefficaci e illegittimi”. Pochi invece quelli che evidenziano la responsabilità di una parte della classe dirigente africana e la complicità tra potenti – di Paesi africani e Paesi occidentali – che siano multinazionali, Governi, grandi aziende, nello sfruttare beni e territori lasciando crescere le ingiustizie sociali, sorvolando sulle oppressioni ai cittadini.

È paradossale che capi di Stato in Africa abbiano pubblicato post del tenore #JusticeforGeorgeFloyd ma lascino correre abusi di potere, violenze, continue vessazioni (non ultime richieste di denaro per evitarle, quelle vessazioni). È paradossale che afro-americani abbiano inscenato proteste, anche in Paesi africani, a sostegno di Floyd, dimenticandosi di tutti i corpi neri dei fratelli africani. Ed è persino paradossale quella lettera firmata da oltre 100 scrittori africani che hanno condannato gli atti di violenza contro gli afro-americani negli Stati Uniti. “We ask all decent human beings to join us in being our brothers’ and sisters’ keepers”, hanno scritto.

Quando si comincerà a parlare anche a nome dei milioni di fratelli e sorelle che sul suolo africano subiscono la violenza di Stato tutti i giorni, in un luogo o in un altro, nel silenzio degli attivisti occidentali, compresi gli afro-discendenti?

Se vogliamo andare alle origini, il suprematismo bianco le sue radici, la sua ragion d’essere, la sua giustificazione le ha trovate qui (tratta, colonialismo), qui dove con il tempo si sono ben radicati concetti come: potere del denaro, inamovibilità del leader, immunità dovuta alla funzione, impunità. Qui dove Black Lives Matter ha un tono beffardo, un sapore amarissimo. Qui dove non arriva l’eco di campagne e iniziative a dimostrare che la loro vita conta. Qui dove si potrebbe cominciare a pensare che razzismo è anche quando per venire considerato “fratello” più che la pelle nera devi avere il passaporto di un altro colore.

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista. Per anni è stata redattore e responsabile di sede all'AdnKronos. Scrive di Africa anche su Ghanaway, su Nigrizia e altre riviste specializzate. Si interessa e scrive di questioni che riguardano il continente africano, di diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Direttore responsabile di Voci Globali. Fondatrice del progetto afrowomenpoetry. Co-fondatrice e coordinatrice del progetto OneGlobalVoice, Uniti e Unici nel valore della diversità.

Antonella Sinopoli

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