Pratiche artistiche di resistenza alla politica di invisibilizzazione

Nulla è invisibile di per sé, non è uno status
ma un atto politico di invisibilizzazione.
D. Blanga Gubbay

Alessandro Carboni, Unleashing ghosts from urban darkness, foto di Enrico De Stavola.
Alessandro Carboni, Unleashing ghosts from urban darkness, foto di Enrico De Stavola.

Resistere all’invisibilizzazione è possibile attraverso l’azione di pratiche artistiche capaci di creare, rigenerare e riappropriarsi dello spazio pubblico: costruiscono visioni e narrazioni altre in grado di dare voce e rendere visibile chi e cosa prima non lo era.

Questo il nodo centrale intorno a cui si è sviluppata Performing Resistance, piattaforma discorsiva digitale, promossa da Atlas of Transitions Biennale, che ha visto coinvolti artisti, accademici, curatori, attivisti e ricercatori internazionali.

Nei giorni tra il 16 ed il 20 giugno hanno avuto luogo incontri e dialoghi, in streaming su Facebook e YouTube, promossi da Emilia Romagna Teatro Fondazione, dal Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna e da Cantieri Meticci e curati da Piersandra Di Matteo, Pietro Floridia, Melissa Moralli e Pierluigi Musarò.

Agli incontri, che rimarranno disponibili sul sito web di Atlas of Transitions (anche Bologna Cares vi ha dedicato spazio), hanno partecipato più di 1200 persone provenienti da tutto il mondo: Nigeria, Messico, Giordania, India, Brasile, USA, oltre a Paesi europei come Austria, Polonia, Inghilterra, Germania, Francia e Italia. La formula della Summer School digitale ha così aperto un dibattito senza confini.

Tra i temi discussi, il Covid ha avuto ampio spazio non solo per la sua attualità ma per la tangenza e pertinenza con le questioni poste dalla Summer School: il virus ha enfatizzato le disuguaglianze sociali accentuando le gerarchie dell’invisibilità.

Tra gli invisibili vi è la popolazione migrante definita ancor prima della pandemia come minaccia e, con il virus, divenuta minaccia biologica. Questo il passaggio sottolineato con lucidità dalla studiosa Lilie Chouliaraki. Il socio-politologo belga Marco Martiniello evidenzia che in questo momento, in cui la popolazione globale è biologicamente vulnerabile, si assiste a un ritorno al razzismo biologico. Aspetto promosso in alcuni casi dalle stesse istituzioni attraverso l’uso di metafore che rimandano all’ambito bellico.

La guerra attiva processi di invisibilizzazione attraverso la numerizzazione dei defunti e la sanitarizzazione della morte: dei corpi non vi è né storia né visione, questo è avvenuto tanto per i deceduti a causa del Covid-19, quanto per i deceduti sui confini. Nikos Papastergiadis ha notato che, sebbene temporaneamente, la quarantena ha fatto sì che la popolazione di tutto il mondo vivesse in una condizione di violenza e di separazione dagli affetti analoga a quella che vivono costantemente i migranti, rivelando importanti similitudini.

Il legame tra il Covid e le migrazioni apre molteplici questioni tra cui il ruolo ed il potere che le arti hanno di produrre contro-narrazioni e posture critiche. Riprendendo la teoria di Jacques Ranciére, Federica Mazzara afferma che l’arte può essere uno strumento estetico capace di condurre alla mobilitazione degli individui attraverso azioni concrete, esperienze e produzione di conoscenza. Le pratiche artistiche consentono di osservare il mondo attraverso un punto di vista che va oltre quello predominante europatriarcale, per dirla con Minna Salami, attivista femminista e critica della società. Nella contemporaneità la conoscenza è soggetta a processi o che conducono all’invisibilizzazione e alla marginalizzazione di alcuni saperi che, tuttavia, possono essere riscoperti spostandosi in luoghi diversi da quelli tradizionalmente considerati come spazi del sapere.

In dialogo con Piersandra Di Matteo, il curatore e ricercatore Daniel Blanga Gubbay, mette in evidenza come i McDonald’s siano diventati dei luoghi importanti per i migranti, in particolare lungo la rotta balcanica, grazie alla possibilità di usare connessione Wi-Fi gratis, servizi igienici e elettricità per ricaricare il telefono, diventando un nuovo centro di scambio di informazioni e di conoscenze. A partire da questo assunto nasce McDonald’s Radio University, progetto ideato da Akira Takayama che decentralizza l’Università trasformando le panchine di alcuni Mc Donald’s in sale conferenze urbane.

McDonald’s Radio University, progetto ideato da Akira Takayama. Foto di Masahiro Hasunuma.
McDonald’s Radio University, progetto ideato da Akira Takayama. Foto di Masahiro Hasunuma.

La connessione tra arte e impegno politico è un arnese che può illuminare zone d’ombra sui temi della migrazione e dei confini. Tra questi vale la pena soffermarsi su Remembering Lampedusa (A. Blom, K. Horsti, A. Neguse, I. Tucci), progetto cinematografico che dà voce ai sopravvissuti e alle famiglie delle vittime della strage del 3 ottobre 2013, nella quale 368 migranti eritrei sono morti durante l’attraversamento del Mediterraneo. Questo lavoro non solo dà spazio a una narrazione altra, ma pone una questione fondamentale sull’estetica e sul concetto stesso di confine.

Con estetica del confine, la studiosa Karina Horsti intende la percezione e l’esperienza legata a uno spazio che, come nel caso di Lampedusa, può essere meta turistica per alcuni e luogo di salvezza per altri. I confini sono realtà mobili, modificati dal tempo: per alcuni sono visibili, per altri no e assumono significati diversi a seconda del soggetto che li attraversa. Inoltre è proprio la temporalità dei confini che, di volta in volta, permette di determinarli, costruirli o decostruirli. Risulta, dunque più adeguato parlare di confini utilizzando il verbo bordering che consente di comprenderne la natura processuale.

L’uso delle altre parole e di nuove narrazioni promosse da progetti artistici consentono dunque di incarnare e far visualizzare punti di vista sovversivi, capaci di dare spazio e voce agli invisibili e agli inascoltati: è il caso del progetto di Max Hirzel Migrant Bodies, reportage fotografico concentrato sulla storia di una persona in transito.

La spazio di empowerment da parte di gruppi marginalizzati è stato uno dei temi centrali dei dialoghi Performing Resistance: molti artisti, accademici e curatori tra cui i dramaturg Tunde Adefioye e Mohammed Al Attar, e la regista e studiosa Weronika Szczawińska, riconoscono come essenziale un discorso sulla natura, il ruolo e le funzioni delle Istituzioni Culturali nella definizione di tali spazi.

Secondo Adefioye, all’interno delle istituzioni europee si cela un razzismo diffuso che continua a escludere alcuni gruppi. A suo dire, l’Europa, nascosta dietro una facciata di progressismo, è incapace di generare veri e propri spazi di auto-produzione del potere decolonizzante, in cui sia pienamente riconosciuto l’apporto di una scena black. Al Attar e Szczawińska affermano che le Istituzioni Culturali dovrebbero lavorare strutturalmente sull’inclusività per ripensare dall’interno il sistema in maniera profonda.

Chiunque, tuttavia, nell’iniziare un progetto o più semplicemente nell’affrontare la quotidianità ha il dovere di operare forme di autocritica, riconoscendo i propri privilegi. Questo è uno dei modi per promuovere diversità, inclusione, e forme di resistenza.

ZimmerFrei, Atlante _ Mercato Albani
ZimmerFrei, Atlante _ Mercato Albani

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.