Mozambico, quando tutti lottavano uniti per l’indipendenza

Foto dell'utente Flickr United Nations - Licenza CC
Foto dell’utente Flickr United Nations – Licenza CC

Luglio 1971, l’aereo atterra ad Arusha per uno scalo tecnico, rotta a Dar Es Salaam, Tanzania. Terra rossa ai margini della pista, savana bruciata dalla siccità della stagione secca, un uccello azzurro da togliere il fiato spicca il volo in verticale. Dal portellone aperto entra aria tiepida e un odore grasso e arancione. Ho la sensazione di aver toccato il suolo di un luogo materno, mamma Africa.

Ho 24 anni, reduce del ’68 milanese, un diploma di infermiera caposala in tasca, una valigia e un sacco da montagna. Un accordo verbale per un anno di lavoro all’ospedale del Movimento di Liberazione del Mozambico – FRELIMO situato a Mtwara, al confine con il Mozambico.

Mi immergo in una realtà che mi è sconosciuta. Ma con la gioia di avere una straordinaria occasione per collaborare alla distruzione di un incredibile stato di ingiustizia. Mi sono resa conto da subito che avrei dovuto ottenere la fiducia di coloro con cui avrei vissuto in contatto, quindi mi sono ripromessa di osservare. Non dare pareri precipitati, non fare domande che potevano essere imbarazzanti ed essere il più utile possibile.

Il FRELIMO era nato nel 1962 dall’unione di tre organizzazioni nazionaliste formate da mozambicani fuggiti nei Paesi confinanti dopo che l’amministratore portoghese del distretto di Mueda, nel Nord del Paese, il 16 giugno 1960, aveva fatto massacrare a tiro circa 600 persone inermi delle 3.000 che si erano riunite davanti alla sede del Governo locale chiedendo ingenuamente l’indipendenza.

Il 25 di settembre 1964, il movimento dava inizio alla guerriglia nelle regioni confinanti con la Zambia, il Malawi e la Tanzania, dove erano situate le basi di appoggio, tra cui l’ospedale Americo Boavida a Mtwara.

Nel 1971, al mio arrivo, il Movimento era reduce da due avvenimenti importanti.

Il primo fu l’attentato mortale al presidente Mondlane nel 1969 realizzato, pare, dalla polizia segreta portoghese (PIDE) con un libro bomba e la sua sostituzione con Samora Machel, ex infermiere e comandante in capo dell’esercito di guerriglia. Il secondo, l’offensiva militare chiamata Operação Nó Górdio (Operazione Nodo Scorsoio), realizzata nel 1970 dal generale portoghese Kaulza de Arriaga che, con i suoi 35.000 uomini, elicotteri e napalm, aveva come obiettivo la distruzione totale del Movimento, ma che fu ampiamente respinta e la cui sconfitta determinò i primordi del Movimento dei Garofani che nel 1974 rovesciò la dittatura di Marcelo Caetano in Portogallo.

All’ospedale ricevevamo i feriti evacuati dalle zone di guerra (in barelle trasportate a piedi!) e i malati gravi della popolazione civile delle zone liberate, quelle più vicine al confine. Nel campo regnava un’atmosfera di certezza nella vittoria futura – anche se si parlava sempre di “guerra prolungata” – derivante in gran parte dai recenti successi militari e di fiducia nel presidente Machel, dotato di una profonda umanità e conoscenza del suo popolo.

Sono stata accolta con grande apertura. Dopo un mese ero già invitata alle riunioni generali del campo, dove ci venivano date le notizie sull’andamento della guerriglia, ci erano comunicate le direttive della direzione del movimento e si discutevano tutti gli aspetti della vita dell’ospedale, la sua organizzazione, i turni, i nuovi materiali e medicinali arrivati, ecc.

Ognuno poteva dare il suo parere, criticare un collega o un superiore. Ma una volta terminata la riunione regnava la disciplina militare della guerriglia. Tutti gli abitanti del campo, infermieri, ausiliari, cuochi, lavandai avevano fatto l’addestramento militare nel campo di Nachingwea e la maggior parte era reduce da azioni di guerra.

Nel settembre del ’71 la direzione del Movimento determinò che la coppia di medici bulgari che lavoravano all’ospedale, un infermiere mozambicano diplomato in una scuola coloniale e io, programmassimo un corso di nove mesi per infermieri destinati alle piccole unità sanitarie delle zone liberate.

Gli allievi erano i praticanti che fungevano da infermieri e che avevano solamente una preparazione pratica. Raramente avevo visto tanta voglia di studiare, di imparare. Fioccavano continuamente domande, sia durante le lezioni che dopo, durante i pasti, o sotto il grande albero di mango dove, la sera, chi non era di turno si riuniva a chiacchierare e ad ascoltare per radio le notizie della BBC per l’Africa, la Voice of America, e la Radio del Mozambico.

Il sabato mattina andavamo tutti a lavorare nel grande orto, che forniva verdura fresca alla dieta dei malati e di tutti noi. E la domenica tutti in spiaggia, compresi i pazienti con ferite infette che, per ordine del nostro medico bulgaro, dovevano fare il bagno in mare ed esporre la ferita al sole per accelerarne la cicatrizzazione.

Nel 1973 il campo fu sorvolato più volte da aerei di ricognizione portoghesi. Fu quindi deciso che non si dovevano tenere le luci accese, tranne quelle notturne nelle due corsie dell’ospedale ed eventualmente nella sala operatoria. Per cui si lavorava con la torcia in mano e con lampade a petrolio. Intorno al campo furono scavate trincee che portavano ad un boschetto vicino. E le nostre chiacchiere serali sotto il mango divennero ancora più magiche alla luce della luna o delle stelle.

Mi era stato dato anche l’incarico di dare una preparazione basica di puericultura alle guerrigliere che lavoravano nei vari campi di accoglienza per bambini, sia nelle zone liberate che a Tunduru.

Tunduru (dal nome del villaggio tanzaniano più vicino) era un campo scuola con circa 1000 bambini e adolescenti che frequentavano l’asilo e la scuola elementare. Erano figli dei guerriglieri uomini e donne impegnati nelle zone di guerra, o bambini rimasti orfani.

Così nell’intervallo di 3 mesi tra un corso per infermieri e l’altro mi recavo lì. Niente elettricità né acqua corrente. I dormitori e le aule erano costruiti in argilla sostenuta da un’intelaiatura di canne di bambù e i tetti erano di lamiera. Nella cucina all’aperto si usavano come pentole i bidoni della benzina tagliati a metà. E i bambini andavano a ricevere il loro pasto con il piatto di latta in mano, divisi per classi in interminabili file ordinate, disciplinatissimi. L’acqua era raccolta da uno dei due fiumiciattoli che abbracciavano il campo e la dieta consisteva in polenta bianca e fagioli bolliti con qualche cipolla in acqua e sale, senza altri condimenti. La mattina un thè caldo molto zuccherato e una bella fetta di pane. La notte, dove il buio era buio davvero (come lo rimpiango!), sentivamo le risate delle iene che venivano a mangiare le immondizie nella grande buca ai margini del campo.

Durante il terzo corso per infermieri, la mattina del 25 aprile del 1974, ascoltiamo per radio la notizia del colpo di Stato in Portogallo. Fermento indescrivibile: “…ma sarà vero?”,  “allora ce l’abbiamo fatta, è finita la guerra. Possiamo tornare a casa”, “ma quando, ma come…”.

Tutti fermi: un comunicato della direzione esorta a continuare normalmente tutte le attività perché il colpo di Stato si era verificato in Portogallo e non si sapeva ancora cosa sarebbe successo alle colonie. Intanto si intensifica l’offensiva militare, la base portoghese più vicina al confine viene persuasa alla resa mediante comunicati lanciati via megafono che garantivano l’incolumità ai soldati portoghesi che si fossero consegnati. E così è stato: sono stati condotti a Dar Es Salaam, passando dal nostro campo, e sono stati affidati alla Croce Rossa per il rimpatrio.

Nel gennaio del 1975, cinque mesi prima della dichiarazione dell’indipendenza vengo trasferita nella capitale Lourenço Marques (attuale Maputo) e poi subito a Beira, la seconda città del Paese, come direttrice didattica della scuola per infermieri; finalmente il Mozambico! 

Due insegnanti portoghesi della scuola, così come tutti i medici dell’ospedale (erano tutti portoghesi; al momento dell’indipendenza i medici mozambicani non arrivavano a dieci, su una popolazione di circa 10 milioni di abitanti) si preparano a tornare in Portogallo, spaventati per quello che pensavano sarebbe loro successo se fossero rimasti. Inutile tentare di dissuaderli.

Allo stesso modo se ne andarano tutte le persone tecnicamente più preparate, spesso distruggendo i macchinari delle poche fabbriche e sabotando camion e trattori. Lasciando un Paese grande tre volte l’Italia con il 97% di analfabeti che parlavano più di 15 lingue principali, senza contarne le varianti locali e un’economia basata sullo sfruttamento brutale della colonia da parte del Portogallo, sulle monoculture basate sul lavoro obbligatorio, tra cui il thè, il cotone, lo zucchero, il sisal, sul lavoro forzato come pena per crimini minori.

Era una società coloniale razzista dove erano applicate le pene corporali come le frustate (io stessa ho visto le cicatrici sulla schiena di più di una persona) e la palmatória (oggetto in legno o altro materiale usato per battere sulle mani o sul corpo a mo’ di punizione). Mi indignavo per l’arroganza, il disprezzo e l’indifferenza che usavano i coloni verso la popolazione.

Un mese dopo la proclamazione dell’indipendenza il Governo del FRELIMO, partito unico al Governo, nazionalizza la Sanità, l’Educazione e la Giustizia. La popolazione si riversa nelle scarse Unità Sanitarie. Gli infermieri con maggiore esperienza devono dedicarsi allo screening dei malati, curando quelli con i problemi meno gravi, indirizzando ai pochissimi medici i pazienti con problemi più seri. Mi ricordo di aver visto in una giornata quasi cento persone.

I primi anni dopo la liberazione sono stati caratterizzati da uno straordinario entusiasmo, da uno sforzo collettivo immenso per il recupero economico e per la costruzione di un nuovo concetto di Nazione e di società.

Si lavorava senza badare all’orario di uscita. Si realizzavano attività quali la pulizia e manutenzione dei giardini delle unità sanitarie, dei cortili delle scuole e delle strade della città di domenica mattina presto, a titolo volontario. Molti, oltre al lavoro, si improvvisavano alfabetizzatori o insegnanti delle serali. Tutti studiavano: i bambini e i ragazzi in tre turni durante il giorno e gli adulti di sera in scuole sempre straripanti e illuminate fino alle 11 di notte.

Nelle fabbriche, uffici pubblici, scuole, ospedali furono create direzioni collettive in cui tutte le categorie di lavoratori erano rappresentate. Soprattutto nelle fabbriche e nelle imprese la mancanza di competenza amministrativa delle nuove leadership in moltissimi casi portò in breve al loro fallimento con grave danno dell’economia del Paese già a pezzi. Malgrado ciò fu dato grande impulso all’agricoltura e si notavano segni di miglioramento.

Evidentemente il percorso di liberazione e l’inizio di ripresa del Mozambico costituivano un pessimo esempio per il regime di apartheid del Sudafrica e per la Rodesia del Sud, attuale Zimbabwe, governata da una minoranza bianca che aveva dichiarato unilateralmente l’indipendenza dall’Inghilterra.

Molti portoghesi conservatori della classe più abbiente che si erano rifugiati in quei Paesi, dopo un tentativo fallito di colpo di Stato nei giorni successivi alla firma della pace con il sostegno dei Governi che li ospitavano, formarono un esercito di guerriglia costituito da mercenari che cominciò a colpire alcuni luoghi strategici, tra cui per esempio i tralicci dell’alta tensione lasciando al buio e senz’acqua le principali città per giorni e giorni. Reclutarono contadini poveri e persone scontente, dandosi il nome di Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO) e dettero inizio a una guerra civile estremamente sanguinosa durata 16 anni che mise il Paese in ginocchio.

[Segue… Qui il link alla seconda parte della corrispondenza]

Maria Salghetti Drioli

Infermiera Caposala in pensione, nel 1971 si è unita al Fronte di Liberazione del Mozambico FRELIMO, per formare infermieri e assistenti puericultrici necessari alla guerriglia in atto. Dopo la dichiarazione dell’indipendenza ha ricevuto la nazionalità mozambicana e ha lavorato nell’ambito della formazione di operatori sanitari e nella riorganizzazione dei servizi infermieristici dell’Ospedale Centrale di Maputo. Ha partecipato a progetti contro l’AIDS. Attualmente vive e svolge lavoro volontario in sostegno di famiglie e bambini vulnerabili nella periferia della capitale.

Maria Salghetti Drioli

2 thoughts on “Mozambico, quando tutti lottavano uniti per l’indipendenza

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    12 Luglio 2020 in 16:11
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    Davvero una grande donna coraggiosa.

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