Migrazioni, arti performative, città e forme di resistenza

Possono essere le arti performative uno strumento per promuovere azioni in comune nelle nostre città, per alimentare mutualità tra cittadini, abitanti, immigrati e nuovi arrivati, spazio di lotta contro le pronunce non inclusive che marginalizzano i migranti? Atlas of Transitions Biennale promuove una settimana di dialoghi e incontri dal titolo Performing Resistance, spazio digitale che indaga il rapporto tra arti, migrazioni e città inclusive con interventi di studiosi, curatori e artisti internazionali. Gli incontri, aperti a tutti e gratuiti, si svolgeranno in streaming dal 16 al 20 giugno su Facebook e YouTube.

Performing Resistance è una Summer School Internazionale – gli interventi sono per lo più in inglese. Si tratta della riconfigurazione alternativa e digitale della Summer School, in parte ripensata a causa dell’emergenza sanitaria in corso, che si sarebbe dovuta tenere a Bologna coinvolgendo 30 partecipanti selezionati attraverso un bando pubblico. Ben 130 canditure erano arrivate provenienti da tutto il mondo.

Promossa da Emilia Romagna Teatro Fondazione, dal Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna e da Cantieri Meticci, questa piattaforma di studio – curata da Piersandra Di Matteo, Pietro Floridia, Melissa Moralli e Pierluigi Musarò – riflette sulla capacità delle pratiche performative di creare spazi di resistenza, narrazioni altre e processi di riappropriazione e immaginazione dello spazio pubblico. Altri nodi di indagine saranno il confine tra arte e attivismo, la necessità di riconfigurare l’arte pubblica a partire dai dettami del distanziamento sociale, la creazione di dispositivi alternativi al sapere codificato.

Informazioni, programma completo e abstract degli interventi su: https://bologna.emiliaromagnateatro.com/atlas-of-transitions-biennale-performing-resistance/

Avranno un’attenzione particolare all’emergenza Covid-19 gli interventi di Lilie Chouliaraki e di Nikos Papastergiadis. Nel primo (16/6 h17) è investigata la rappresentazione simbolica delle vittime nell’attuale pandemia in relazione alle retoriche populiste che contribuiscono a distribuire responsabilità e a legittimare un particolare ordine sociale.

Nel secondo (20/6 h11) vengono indagate le pratiche di collaborazione nel contesto urbano post-pandemico a partire da una riflessione sugli scenari futuri dell’arte pubblica. Sophie Djigo e Camille Louis (17/6 h12) affrontano la politica del “no fixing location”, volta alla sistematica distruzione dei campi precari che gli esiliati della “Jungle” di Calais costruiscono nel tentativo di attraversare il confine.

Sulla stigmatizzazione dell’immagine distorta delle migrazioni interviene Federica Mazzara (17/6 h17) analizzando una serie di contributi artistici finalizzati a sovvertire le rappresentazioni dei confini. Karina Horsti (17/6 h19) propone una riflessione critica su come istituzioni e operatori culturali, artisti e attivisti possono rendere visibili confini invisibilizzati.

Strategie artistiche in rapporto alle rappresentazioni della diversità sono l’oggetto degli incontri con la regista e performer francese Léa Drouet (18/6 h12), il drammaturgo siriano Mohammad Al Attar e la regista teatrale polacca Weronika Szczawińska (20/6 h15). Daniel Blanga Gubbay (18/6 h17) indaga i dispositivi della conoscenza attivi in progetti educativi finalizzati alla produzione di spazi inclusivi di produzione e trasmissione del sapere.

Hektor Ciftja (19/6 h15) riflette sul rapporto tra mezzi di comunicazione e inclusione sociale. L’emergere di una generazione urbana “post-razziale” radicata localmente ma connessa a livello transnazionale è invece al centro dell’intervento di Marco Martiniello (19/6 h17).

Tra gli invitati ci sono inoltre Tunde Adefioye, dramaturg e lecturer afroamericano, che dal 2007 vive in Belgio, e Minna Salami, blogger, critica della società e docente nigero-finlandese e svedese.

Adefioye (16/6 h19) prende ispirazione dalla definizione di ribelle, formulata da Saidiya Hartman nel suo libro seminale Wayward Lives/Beautiful Experiments, proponendone una diversa accezione. I ribelli in Europa, persone nere e meticce, non sono inclusi nel tessuto storico dell’Europa occidentale; il lavoro di archiviazione che li riguarda deve, pertanto, ancora essere svolto. Il dramaturg si focalizzerà su questo aspetto e sulla conseguente necessità di una fondazione drammaturgica nera capace di osservare chi occupa le città europee e chi ne è escluso.

Interessato alla creazione di uno spazio reale che ospiti i troppi altri esclusi dall’attuale società (altri canoni, altri tipi di persone, altri punti di vista), Adefioye si interroga, attraverso l’arte urbana, sul futuro della società richiamando all’attenzione la responsabilità individuale di educarsi, ma anche e soprattutto il compito di grandi e piccole istituzioni culturali di assicurare a un numero sempre maggiore di individui l’inclusione nei processi socio-politici e decisionali.

In questa prospettiva il linguaggio diviene, per Adefioye, strumento progettuale attraverso cui creare nuovi scenari, superare vecchi significati, plasmare una vita sociale in comune al di là di fittizie celebrazioni della diversità che ignorano dinamiche di potere non mettendole in discussione. Rientrano in questo approccio, tra i vari progetti: Urban Woorden (2009), Beyond the Binary (2017), Seniorenslam (2018-2019) e la sua partecipazione, dal 2016, come city dramaturges presso KVS. Evidenziando la marginalizzazione delle minoranze, Adefioye si impegna, attraverso l’arte, a strutturare un approccio radicale di inclusione sociale.

L’intervento di Minna Salami (19/6 h19) affronta la necessità odierna di nuove sinergie tra le diverse dimensioni socio-culturali nel campo dell’espressione creativa e della rivalutazione di un empirismo interiore nel campo della percezione. A partire da questi approcci, nuove forme di consapevolezza decoloniale, antirazzista e di resistenza femminile possono essere attuate.

Attorno a queste tematiche prende forma nel 2010 il blog di Salami, “MsAfropolitan”, nel quale il femminismo è collegato a una più ampia riflessione critica sulla cultura contemporanea a partire da una prospettiva afrocentrica.

Il termine afropolitanism, coniato nel 2005 da Taiye Selasi nel racconto Bye Bye Babar, viene ripreso nel titolo della piattaforma e restituito da Minna Salami attraverso una molteplicità di dimensioni.  L’afropolitanism è una posizione filosofica con la quale si guarda al mondo – dunque spazio concettuale, sociale, linguistico, culturale, politico, psicologico e spirituale: è il patrimonio culturale ed umano che rivendica l’origine africana dell’umanità e insiste sul riconoscimento del contributo culturale africano all’umanità all’interno del cosmopolitismo.

L’afropolitanism è uno spazio che include parimenti arte, teoria e scienza, ed è plasmato da coloro che vi partecipano: è uno spazio femminista e queer poiché – rivendica Salami – una riflessione contemporanea non può prescindere dai contributi del femminismo.

È importante segnalare, inoltre, che Performing Resistance supporta Mediterranea #Saving Humans, piattaforma della società civile presente nel Mediterraneo Centrale con una nave battente bandiera italiana e attiva con una rete di “equipaggi di terra”. “Mediterranea” sarà oggetto dell’intervento di Michael Hardt e Sandro Mazzadra (18/6 h19). Imperdibile.

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