Attenti agli emoji, possono essere elementi di prova in giudizio

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Zakeera Docrat e Russell H. Kaschula pubblicato su The Conversation]

Eric Goldman, professore di diritto all'Università di Santa Clara in California, durante la presentazione del suo studio sugli "Emoji e il Diritto" la scorsa primavera. Immagine ripresa da Flickr/SCU ILSO in licenza CC.
Eric Goldman, professore di diritto all’Università di Santa Clara in California, durante la presentazione della sua rivoluzionaria ricerca “Emoji e il Diritto”. Flickr/SCU ILSO in licenza CC

Gli emoji sono diventati onnipresenti nelle nostre comunicazioni testuali: i messaggi sono pieni di faccine sorridenti, cuori e altre icone grafiche. Disegnati per la prima volta alla fine degli anni Novanta dal designer giapponese Shigetaka Kurita per la più grande compagnia telefonica NTT DoCoMo, gli emoticon oggi si trovano ovunque.

Ma se si pensa che un emoji possa essere interpretato dal destinatario come una minaccia o un’offesa, sarebbe inserito in un messaggio con la stessa rapidità? E se quella “faccina” sorridente ti portasse in Tribunale? O addirittura ti vincolasse giuridicamente a un contratto che non hai mai sottoscritto formalmente?

Sono sempre di più i corpus di giurisprudenza provenienti da Paesi di tutto il mondo, tra cui Regno Unito, Nuova Zelanda e Francia, in cui i Tribunali sono stati invitati a interpretare gli emoji come prove in giudizio. Ciò ha visto, a sua volta, un aumento di scritti accademici sull’argomento, comprese le ricerche condotte nel campo della linguistica forense, oggetto di diversi studi.

L’espressione linguistica forense viene coniata per la prima volta nel 1968 dal professore Jan Svartvik, in seguito a un’analisi linguistica di una serie di dichiarazioni legali. Successivamente nel 2004, il linguista forense John Olsson definisce questa disciplina come:

…l’interfaccia tra lingua, reato e diritto dove quest’ultimo include l’applicazione delle leggi, le questioni giudiziarie, la legislazione, i procedimenti giudiziari e le controversie, persino quelle che potrebbero comportare soltanto alcune violazioni della legge o qualche necessità di ricorrere alle vie legali.

A livello mondiale, ai linguisti forensi viene chiesto di offrire la loro testimonianza da esperti sugli emoji impiegati come prove in giudizio. Sebbene l’uso degli emoticon nei contenziosi in Tribunale non abbia fatto ancora troppo notizia in Sudafrica (gli autori dell’articolo insegnano alla Rhodes University NdT), sulla base delle esperienze in altre parti del mondo è probabile che i linguisti forensi possano ben presto essere fatti intervenire nelle Corti di vari Paesi. Ecco perché questi esperti in Sudafrica dovrebbero tenersi aggiornati sui nuovi sviluppi degli emoji come elementi di prova.

A questo proposito, un paio di anni fa, si è tenuto un convegno di due giorni alla Rhodes University in cui linguisti forensi e giuristi interessati alla lingua e al diritto hanno discusso degli sviluppi internazionali della questione. Si è anche analizzato come gli emoji possano essere interpretati all’interno del contesto culturale e linguistico sudafricano.

Incontri simili si svolgeranno anche con i membri della Legal Fraternity (organizzazione di professionisti del diritto) affinché i giudici e i magistrati possano interpretare gli emoji e capire l’importanza di ricorrere nei Tribunali a testimoni esperti come i linguisti forensi.

Gli emoji nelle Corti dei vari Paesi

Durante i processi, i linguisti forensi intervengono come professionisti in grado di fornire analisi linguistiche di documenti legali e di altri elementi di prova orali e scritti, tra cui gli emoji. Essi riescono, inoltre, a identificare gli autori in base alla lingua impiegata in uno scritto o in una deposizione e a fornire servizi di interpretazione e traduzione giuridiche nei processi.

Gli Stati Uniti, probabilmente, hanno fatto da apripista per quanto riguarda casi in cui è stato dimostrato in Tribunale che gli emoji sono stati diffamatori. In un procedimento giudiziario, per esempio, il querelante sosteneva che la faccina che fa la linguaccia l’avesse offeso e diffamato sui social network. Sulla base dei fatti e delle altre circostanze del caso, la Corte ha stabilito che questo emoticon mirava a offendere, deridere, criticare e denigrare.

L’interpretazione delle “faccine”, ovvero la definizione della reale intenzione nell’uso da parte del mittente, dovrà comunque essere determinata da diversi fatti e circostanze. Per esempio, dalla natura e dal tono di ulteriori tipi di comunicazione, dalla loro relazione e da ulteriori fattori legati all’episodio in esame. Tutto ciò merita un’interpretazione ancora più attenta nei contesti di plurilinguismo, dove la comunicazione assume specifici significati culturali.

Nel 2016, in Francia, un uomo è stato condannato a tre mesi di prigione per aver minacciato la sua ex ragazza. Le accuse sono state mosse anche sulla base di un messaggio inviato dall’uomo alla donna contenente l’emoji di una pistola. Secondo la Corte, l’icona grafica era interpretabile come “minaccia di morte sotto forma di immagine”.

Sculture di emoji all'interno della stazione metropolitana di San Paolo in Brasile. Immagine ripresa da Flickr/Elias Rovielo in licenza CC.
Sculture di emoji all’interno della stazione metropolitana di San Paolo in Brasile. Flickr/Elias Rovielo in licenza CC

Talvolta, gli emoji hanno vincolato le persone a obblighi contrattuali, come emerso da alcune cause nei Tribunali. Ad esempio, nel corso di procedimenti civili negli Stati Uniti, le Corti hanno interpretato gli emoticon con gli occhiali e quelli raffiguranti il pollice in su, il pugno contro pugno e la stretta di mano come un accordo o un’intenzione a stipulare un contratto.

Dare un significato legale agli emoji richiederà conoscenze specialistiche in campo giuridico. Per questo le figure dei linguisti forensi risulteranno indispensabili nelle aule per esprimere il loro parere da esperti e assistere i giudici nell’interpretazione di questa categoria di prove.

Configurandosi come una forma di comunicazione non verbale, gli emoticon necessitano di competenze linguistiche e legali. Ciò spiega perché nei Tribunali di tutto il mondo i linguisti forensi stiano diventando essenziali nel garantire a tutti una giustizia equa e accessibile. In tal senso, in un’aula sudafricana contraddistinta da multilinguismo e multiculturalità, il loro ruolo sarà di fondamentale importanza nell’interpretazione delle icone grafiche.

Interpretare gli emoji

Una delle grandi questioni con cui i linguisti forensi dovranno fare in conti in Sudafrica, come in ogni società multiculturale, è quella delle barriere interculturali. Queste, infatti, possono, involontariamente, mettere il mittente di un messaggio con emoji in una situazione imbarazzante – che potrebbe sfociare in una questione addirittura legale – se il destinatario interpreta l’emoticon in modo diverso dal significato previsto.

Sulla base della nostra ragione e delle nostre credenze e idee personali, alcune “faccine” possono risultare offensive, culturalmente insensibili e omofobe. Ad esempio, l’emoji della scimmia può apparire come razzista agli occhi di un destinatario africano in quanto assimilabile a quel passato oscuro che paragona i neri a questi animali. Così come l’emoticon del maiale può essere interpretato come offensivo o umiliante.

È ovvio che questi tipi di malintesi non si limitano solo al Sudafrica. In Italia, il gesto di chiudere la mano e puntare le dita verso l’alto (NdT conosciuto anche come “dita che si pizzicano” o “mano a cuoppo”) significa “Ma che vuoi?”.

Il Consorzio Unicode, l’organizzazione no-profit che si occupa della “standardizzazione dei software e della rappresentazione dei caratteri testuali a livello internazionale” ha affermato che il significato di questo emoji non verrà frainteso in quanto “tutti sanno che gli italiani quando parlano gesticolano. Eppure in India, ad esempio, lo stesso gesto è usato per chiedere a qualcuno se ha fame. Se invece in alcune parti del mondo il pollice in su sta a indicare che è tutto a posto, altrove si trasforma in un insulto.

Le faccine sono destinate a rimanere. Sulla scia degli esempi che ci arrivano dal mondo, non ci sono dubbi sul fatto che gli emoji sbarcheranno presto nelle Corti sudafricane. Così, attraverso la loro interpretazione come elementi di prova, i linguisti forensi saranno delle preziose guide per i Tribunali.

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica e Specializzata in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale, lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

Luciana Buttini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *