Riso e petrolio, il fiorente contrabbando tra Nigeria e Benin

Il villaggio di Ganvié, in Benin, è una gradevole destinazione turistica: costruito interamente su palafitte erette nel centro del lago Nokoué, affascina e attrae i visitatori; i suoi abitanti vivono soprattutto di pesca e dei proventi del turismo.

Tuttavia, saltano presto all’occhio i barconi utilizzati per un’altra attività assai redditizia e diffusa: il contrabbando. Molto più grandi e capienti delle piccole piroghe utilizzate per la pesca o gli spostamenti. Mi viene subito spiegato che viaggiano fino al confine con la vicina Nigeria per essere riempiti di merci di ogni tipo: dalle casse di bevande ai vestiti, dai cellulari ai pezzi di ricambio per auto e motociclette.

Barcone utilizzato per il contrabbando con la Nigeria a Ganvié, vicino a Cotonou

Tuttavia, il bene principale che viene importato illegalmente è un altro: la benzina. Per le strade del Benin si possono notare banchetti che vendono carburante in damigiane di vetro o bottiglie di Pastis insieme ad altre bibite: si tratta, appunto, della benzina di contrabbando proveniente dalla Nigeria, dove viene raffinata in modo clandestino nelle cosiddette “firewood distilleries“, nascoste tra le mangrovie nelle aree paludose (e la cui pericolosità sia per l’ambiente sia per chi ci lavora è evidente).

La Nigeria è il più grande produttore di petrolio del continente africano; il furto e la raffinazione illecita sono attività diffuse, soprattutto nell’area del delta del Niger, dove vi sono numerosi giacimenti petroliferi e si concentrano le attività di estrazione. Tali furti avvengono con modalità diverse: nelle stazioni di stoccaggio per l’esportazione (dove si registrano grandi ammanchi), durante il trasporto su gomma, tramite pirateria e sequestro di petroliere e per mezzo di furti su grande e piccola scala dagli oleodotti (il cosiddetto tapping o bunkering, ovvero “spillatura”). Sono appunto questi ultimi, in particolare, a rifornire le firewood distilleries e il conseguente contrabbando verso i Paesi confinanti, per un volume di circa 30.000 barili al giorno.

Ultimo gradino della distribuzione: una rivendita nel centro di un villaggio rurale nel Comune di Dassà-Zoumé

I trafficanti entrano in Benin attraverso percorsi nascosti nella foresta lungo i circa 800 km di confine: gli stessi percorsi seguiti da Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura, per fuggire nel 1994 dal regime del dittatore militare nigeriano Sani Abacha, da cui era stato perseguitato e condannato a morte. Si passa anche attraverso le lagune situate al confine, come accade a Ganvié, oppure tramite rotte marine segrete nel Golfo di Guinea.

Il carburante, una volta attraversato il confine, viene distribuito capillarmente all’interno del Paese dai cosiddetti “hommes-bombe”, motociclisti che trasportano innumerevoli taniche di benzina alla volta, con tutti i rischi che ciò comporta, specie durante l’attraversamento di città e aree densamente popolate e trafficate. Numerosi sono infatti gli incidenti, che coinvolgono sia i motociclisti, sia passanti o persone (spesso ragazzini e bambini) che si occupano della distribuzione.

Il contrabbando in Benin costituisce una fonte di reddito, diretta o indiretta, per una grande fetta di popolazione. Si calcola che negli anni Ottanta circa il 90% degli scambi commerciali nel Paese avvenissero all’interno di questa economia parallela, che di fatto costituisce uno dei più grandi mercati neri al mondo, di cui il carburante rappresenta la voce principale.

Ad oggi, circa l‘80% del carburante utilizzato nel Paese è di origine illecita: le poche pompe di benzina non riescono a soddisfare le richieste della popolazione, e i prezzi del carburante al mercato nero, detto “kpayo“, sono molto più convenienti. Come spiega anche un rapporto del Ministère du Développement du Benin, la soppressione del traffico di contrabbando (qualora fosse possibile, visto il sempre crescente potere dei trafficanti) può avere dei risvolti positivi solo nella misura in cui si risponda con politiche atte a contrastare la disoccupazione e ad incentivare l’abbassamento dei prezzi del carburante.

Una caratteristica peculiare del mercato nero del carburante in Benin è la sua organizzazione: si tratta di una struttura fortemente gerarchizzata a livello nazionale, dipartimentale, comunale fino al singolo rivenditore a bordostrada; l’Association des Importateurs, Transporteurs et Revendeurs des Produits Pétroliers (AITRPP) si è imposta negli anni come una vera potenza nel contesto nazionale.

Rivendita di carburante di contrabbando lungo una delle principali arterie asfaltate del Benin; si notano anche le taniche gialle utilizzate per il trasporto dalla Nigeria.

L’importanza di questo traffico clandestino salta agli occhi anche in un contesto impensato: visitando la galleria di arte contemporanea della Fondazione Zinsou a Ouidah e Cotonou, mi sono trovato davanti alle opere di Romuald Hazoumé. Nato nel 1962 a Porto Novo, capitale del Benin, egli utilizza le vecchie taniche impiegate nella distribuzione clandestina del carburante per realizzare installazioni ed altri lavori artistici: in particolare, sono famose le sue maschere. Le sue opere assumono così un ruolo di denuncia politica: rivisitando l’arte tradizionale africana, richiamano l’attenzione sulle problematiche di ordine sociale ed economico di cui il contrabbando di carburante è l’indice. Così l’artista spiega il suo lavoro:

I send back to the West that which belongs to them, that is to say, the refuse of consumer society that invades us every day”.

“Rimando indietro all’Occidente ciò che gli appartiene, vale a dire il rifiuto della società consumistica che ogni giorno ci invade “.

Opera di Romuald Hazoumé. Foto pubblicata in licenza Creative Commons su Flickr da Willard

Le merci di contrabbando viaggiano però anche in senso opposto: il riso proveniente dal Sud-Est asiatico arriva via nave in Benin, dove l’importazione ha un prezzo minore, e parte in direzione della Nigeria per le medesime rotte clandestine. Proprio per questo, di recente, la Nigeria ha chiuso i suoi confini con la Repubblica del Benin: prima del blocco, intorno ai 3.000 sacchi di riso venivano contrabbandati ogni giorno.

L’obiettivo del blocco è quello di sostenere, da una parte, la vendita della produzione nigeriana di riso e, dall’altra, fermare il commercio clandestino. A farne le spese, ovviamente, la popolazione nigeriana, che vede aumentare considerevolmente il prezzo del riso, l’alimento più consumato nel Paese, oltre che commercianti e taxisti che svolgevano attività lungo il confine.

La produzione interna di riso, infatti, resta ad ora insufficiente per coprire il fabbisogno nazionale. A causa del blocco sono aumentati, inoltre, i prezzi di altri alimenti di base largamente consumati come olio di arachidi e pollo e tacchino congelati, i quali venivano di solito importati da altri Paesi dell’Africa Occidentale.

Il tutto nonostante l’adesione, lo scorso luglio, di Benin e Nigeria al nuovo accordo per la libera circolazione di beni e servizi in Africa (AfCFTA, ovvero African Continental Free Trade Agreement) e la situazione, stando a quanto dichiarato dal presidente nigeriano Buhari, non dovrebbe risolversi in tempi brevi.

[Tutte le foto, ove non diversamente indicato, sono dell’autore dell’articolo]

Umberto De Magistris

Laureato in Giurisprudenza a Genova, cultore della materia in diritto comparato, si occupa in particolare della storia dei sistemi giuridici in Africa subsahariana. Ha lavorato in un centro d'accoglienza per richiedenti asilo e, dopo esperienze di ricerca in Sud America e Kazakistan, collabora a progetti di cooperazione allo sviluppo in Africa Occidentale.

Umberto De Magistris

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