La nuova India, femminilità e conflitto identitario e religioso

[Traduzione a cura di Massimo Testa dall’articolo originale di Soumi Banerjee pubblicato su OpenDemocracy]

Veglia a lume di candela per la giornalista Gauri Lankesh assassinata a Bangalore il 5 settembre 2017 -  Pushkar V su licenza Creative Commons
Veglia a lume di candela per la giornalista Gauri Lankesh assassinata a Bangalore il 5 settembre 2017 –  Pushkar V su licenza Creative Commons

La sera del 5 settembre 2017 venne uccisa a colpi di pistola, a pochi passi dalla sua abitazione nell’area sud-occidentale di Bangalore, la giornalista Gauri Lankesh. Due sicari in motocicletta le spararono da distanza ravvicinata prima di dileguarsi. Secondo la polizia, fu usata la stessa pistola con la quale nel 2015 era stato ucciso lo scrittore e attivista MM Kalburgi, anche lui nemico della nazione agli occhi del Bharatiya Janata Party (BJP) al Governo.

Lankesh era la direttrice del Gauri Lankesh Patrika, un tabloid che si era guadagnato la fama di pubblicazione anti-regime durante il Governo guidato dal BJP. Il corpo di Gauri disteso in un lago di sangue fu, quella sera, l’ulteriore prova di quanto fosse in pericolo il diritto al dissenso sotto il controllo di un’ideologia responsabile della morte di Gandhi. Intanto, mentre dimostranti manifestavano contro l’assassinio con veglie a lume di candela, il BJP e la sua organizzazione madre Rashtriya Swayamsevak Sangh (R.S.S.), potente gruppo paramilitare nazionalista indù, occupavano i social media per festeggiare la morte dell’ennesima impavida donna, giustificandone l’esecuzione come se fosse stata lei stessa a provocarla per aver criticato l’ideologia del Sangh Parivar.

Per le elezioni generali del 2014, il BJP di Narendra Modi fece una campagna elettorale ostentatamente incentrata sul Vikas (sviluppo) e propose una visione di “Nuova India” alla quale il Paese rispose positivamente. Modi, abile oratore, affrontò ogni tematica contro l’establishment – corruzione, demonetizzazione, avanzata dello sciovinismo etnico – strumentalizzando i sentimenti nazionalistici e mostrando affinità con l’idea di nazione dell’estrema destra. In campagna elettorale perseguì una strategia populista con la quale cercò di coniugare l’ideologia nativista del suo partito con le aspettative, le paure e i pregiudizi popolari. Questa concezione comprendeva la visione di una “Nuova India”, basata sulla classificazione di genere e religiosa del popolo e aderente all’idea di nazionalismo divisivo del BJP.

Si presentò come aam admi (uomo comune), dicendo di essere un ex chai-wala (venditore di tè), la cui unica ambizione era servire il Paese come un chowkidar (guardiano). I suoi proclami evocavano un preciso repertorio ideologico – quello di una Hindu Rashtra (Nazione Indù) che demonizza le minoranze religiose (soprattutto i musulmani), considerate ‘gli altri malvagi’. Caterina Kinnval evidenzia che ciò che Modi ha in comune con gli altri populisti – nel proporre ai suoi seguaci quello che Pankaj Mishra definisce “la nuova utopia della grande India” – è la capacità di combinare narrazioni nativistiche espresse in termini nazionalistici con la consapevolezza che sono i sentimenti, le immagini e i simboli, piuttosto che l’argomentazione razionale o l’accurata ricostruzione storica, a galvanizzare gli individui.

Modi si dichiara orgogliosamente nazionalista indù e intanto rimane in silenzio di fronte a un cyberspazio sempre più antisecolare nel quale i liberali sono insultati come “liber-tardati” (abbreviazione di liberali ritardati).

Ma la vera novità nella campagna per le elezioni generali del 2019 è stato il recupero della ideologia Hindutva nell’ambito della sfera sociale e politica, per segnare il confine tra appartenenza e non appartenenza alla nazione. Il nazionalismo di Modi intercetta lo zeitgeist (spirito culturale) di un passato patriarcale a supremazia maschile negli ambiti della spazialità, della storicità e del genere. Lo Hindutva del BJP afferma la mascolinità e il desiderio virile come coscienza nazionale collettiva che rafforza il suo senso dell’onore nel proteggere la nazione (intesa come entità femminile).

Narendra Modi, premier indiano -John Don – licenza Creative Commons

Conflitto di genere

Questa forma di conflitto identitario implica una storia lunga e complessa di creazione e marginalizzazione dell’altro. Partendo dalla definizione di nazione di Benedict Anderson intesa come creazione ‘immaginata’, la dottrina del nazionalismo e del patriottismo che prevale oggi in India e ne plasma il carattere, teorizza la creazione di un ‘altro’ come mezzo per (im)porre legami tra ‘noi’, in un quadro in cui le nazioni sono “costitutitive delle identità delle persone attraverso contesti sociali che sono spesso violenti e sempre di genere”.

Tale nazionalismo fa pesantemente leva su sentimenti nazionalistici di genere per opprimere e dominare l’altro, indulgendo in un gioco di potere e vittimismo in cui si esalta l’annientamento del dissenso. Collocare il concetto di genere nel contesto del nazionalismo è fondamentale per la costruzione dell’altro attraverso un ordine simbolico in cui la fisicità delle donne diventa oggetto del desiderio maschile e perciò luogo di alterità. Cas Mudde identifica nativismo, autoritarismo, e populismo come i tre elementi essenziali delle politiche di estrema destra incardinate in storicità e genere, che non solo invocano sentimenti , ma di fatto disumanizzano, alienano e denigrano le donne intese come altro, proprio come è accaduto con Lankesh.

Studiose femministe come Kamla Basin, Ritu Menon, e Urvashi Butalia, hanno già pubblicato studi approfonditi sulle varie forme di ideologie imposte alle donne dal genere maschile per consolidarne il ruolo di portatrici di onore e purezza nazionali. Essi indicano come le tendenze omofobiche e misogine della destra radicale abbiano trovato sostegno tra molte donne, portando alla iper-normalizzazione della ‘cultura macho’. Le donne vengono indotte a percepirsi come deboli e sottoposte al genere maschile, al punto da disprezzare l’idea di libertà.

Tuttavia, le sostenitrici e le attiviste del BJP non guardano a tale ‘machismo’ come un’offesa. Esse cercano, piuttosto, di proteggere tale patriarcato come via di rinnovamento delle strutture sociali e delle tradizioni culturali – una forma organizzata di nazionalismo ultraconservatore che promette un ‘passato dorato’ ai suoi sostenitori ignorati, fedeli, eppure appassionati. Questo passato, o futuro, è quello in cui le donne trovano esclusiva realizzazione grazie ai loro ruoli nella riproduzione fisica e sociale della nazione.

Donne militanti

La maternità è associata alla nutrizione del corpo e della mente, ma l’attuale dottrina nazionalista indù le assegna anche più attivi doveri di protezione. Una delle personalità di spicco della destra radicale indiana in tal senso è Sadhvi Pragya Thakur, una nazionalista indù, principale sospettata della bomba scoppiata a Malegaon nel 2008.

Thakur si candidò alle elezioni del Lok Shaba a Bhopal, nel Madhya Pradesh, nelle liste del BJP, mentre era in libertà provvisoria per motivi medici. La parola “Sadhvi” nel suo nome, si traduce come veneranda: è una sanyaasini (donna santa) vestita di giallo zafferano che diffonde credenze tradizionali sulla purezza della razza e il machismo, spargendo allo stesso tempo odio contro le minoranze – una propaganda di destra condotta con abilità tattica.

Thakur è anche un membro attivo dell’ala militante delle donne del Vishwa Hindu Parishad, Durga Vahini. È interessante sapere che il nome dell’organizzazione, Durga Vahini, si riferisce alla dea Durga, una donna guerriera mitologica creata per sconfiggere un demone chiamato Mahishasura. La leggenda narra dell’aura e del potere immensi della dea alla quale il demone alla fine dovette soccombere. La sua mobilitazione in questo contesto serve a sostenere l’impegno militante delle donne per la causa nazionalistica come manifestazione del loro ruolo di cura e protezione.

Una delle fondatrici di questa organizzazione, Sadhvi Ritambhara, era particolarmente popolare per aver fatto circolare in tutto il Paese delle audiocassette registrate che contenevano le sue prediche sul potere che hanno le donne di eliminare le forze del male – espressione riferita ai musulmani dell’India.

Sadhvi Ritambhara e l’ideologia su cui si fondava l’azione del Durga Vahini nel 1992 furono determinati nello scatenare i disordini tra indù e musulmani sulla vicenda Ram Janmabhoomi-Babri Masjid. Queste narrazioni divisive di sciovinismo etnico furono usate per indebolire la memoria di un ‘passato condiviso’ e per costruire invece realtà che negano una storia passata di coesistenza. Nel portare avanti una politica identitaria che accentua il sessismo, il razzismo e la conflittualità tra le caste, donne come Sadhvi Pragya Thakur, Sadhvi Ritambhara Devi, e Uma Bharti (altra fondatrice del Durga Vahini), per citarne solo alcune, sono il prodotto di un sistema di valori intriso di ideologie patriarcali. Tuttavia, esse riservano uno spazio alle donne attive e militanti che lottano per questo.

Nel complesso, comunque, tali attiviste mostrano affinità con il punto di vista del maggioritarismo indù che propina una ‘cultura macho’ nella quale uomini virili (leggi: intrepidi figli della nazione) proteggono la nazione ‘femmina’, debole e vulnerabile. Inoltre esse nutrono predilezione per un’ideologia che stereotipizza le donne nei ruoli-modello di figlie, mogli e madri, senza lasciare molto spazio per lo sviluppo della loro individualità. Le attiviste indù nell’ambito del movimento nazionalista paradossalmente lavorano per diffondere il messaggio che le donne indù dovrebbero fare più figli. La maternità viene così trasformata in un elemento chiave di un’agenda nazionalista che sottrae il controllo della sessualità femminile alle stesse donne e le rende mero strumento di magnificazione della nazione.

Le tedofore del maggioritario

Come Amrita Basu spiega nel suo “Attivismo delle donne indù in India e i problemi che solleva”, “l’immaginario della maternità” è una componente basilare di tutti i movimenti nazionalisti, che sottopone il corpo delle donne alla stretta sorveglianza dei loro guardiani maschili, proprio come la madre nazione femmina è vigilata dallo Stato maschio.

Nel perseguire l’onore nazionale, il sacrificio della identità femminile appare inevitabile nella mentalità di un nazionalismo militante che, o prende il controllo del corpo delle donne perché vulnerabile, o mette in atto archetipi mitologici indù di una femminilità forte protettrice della nazione, seppure quest’ultima fondata su un ordine patriarcale. Ciò promuove un’immagine di donna virile e guerriera che lotta contro le forze del male per liberare la nazione, offrendo allo stesso tempo una rappresentazione fantastica della sua fisicità, dipinta con sensualità come la Madre nazione con tutta la sua ‘grazia e bellezza’, come immaginata dagli ‘intrepidi’ figli di Bharatmata.

Donne come Sadhvi Pragya Thakur sono le tedofore di una società in cui l’idea della conquista del potere poggia sulla diffusione di un discorso di demonizzazione dell’altro. Diffondere paura nelle minoranze e commettere terribili atrocità contro di loro è considerato liberatorio in questo assetto strettamente maggioritario. La parte della società che le acclama prende di mira le “degenerate della nazione” come Lankesh, nel loro perseguimento della permanente tirannia della maggioranza sulla minoranza.

Gauri Lankesh versus l’empowerment militarizzato

L’idea di nazionalismo di genere a base religiosa è diventata più problematica per effetto del crescente malcontento dei suoi critici nella società civile. Donne che difendono i paradigmi liberali e secolari sulla nazione hanno cominciato a creare resistenza contro la mentalità culturale e religiosa prevalente che nega alle donne i diritti fondamentali, la capacità di agire e la loro stessa autodeterminazione. Lankesh era una di queste donne, coraggiose e di rara statura morale, che si dedicava alacremente alle vittime dei linciaggi e difendeva i diritti delle minoranze religiose e di casta. Nel suo tabloid Gauri Lankesh Patrika, affrontava questioni scomode per l’establishment, ritenendo le persone al potere responsabili di tutti i linciaggi delle minoranze, di tutti gli attacchi agli attivisti per i diritti umani o alla intellighenzia che difende le minoranze – femministe, liberali e comunisti.

Mentre Amnesty International definiva Gauri Lankesh come “intrepida d’India”, lo spazio per il dissenso nel quale Lankesh rendeva pubbliche le sue preoccupazioni si sta comprimendo con il crescente coinvolgimento femminile al movimento Hindutva. Sikata Banerjee vede questo impegno alla partecipazione politica ‘militaristica’ in proteste, attacchi e azioni di linciaggio come una forma di ansia culturale. Paola Bacchetta ritiene che queste ideologie di destra non siano liberatorie, ma piuttosto producano un illusorio senso di empowerment attraverso metafore militaristiche attraverso le quali si incontrano l’immagine della dea femmina guerriera e l’iconografia femminile, mutando così le ‘madri’ in ‘lottatrici’.

Questa trasformazione tutta maschile della personalità femminile all’interno della destra indù ha, di fatto, militarizzato la nozione di empowerment a tal punto da portare alla perdita di empatia nei confronti di coloro che un tempo avevano conquistato la libertà per l’India. Un esempio è stato un episodio che si è verificato all’inizio dello scorso anno, quando il Paese si stava preparando alla sua diciassettesima elezione generale. Il 30 gennaio 2019, la segretaria nazionale dello Mahasabha indù, Pooja Shakun Pandey, ha sparato a un’immagine di Gandhi ad Aligarh, nello Uttar Pradesh, per celebrare l’anniversario della sua morte e ricoperto invece di ghirlande la statua del suo assassino.

Tali episodi ci avvertono che il Paese ha iniziato a imboccare una pericolosa china verso il fascismo, un fascismo fondato su narrazioni patriarcali che vanno da quelle che definiscono le donne come cittadini di seconda classe culturalmente inferiori, a quelle che le applaudono per la loro militanza attiva a servizio delle ideologie della ‘vera nazione’.

L’apparente paradosso in questa esaltazione della passività e della sottomissione da una parte, e dell’attivismo e della militanza dall’altra, e i modi in cui esso è risolto o neutralizzato nella ideologia Hindutva, richiede un approccio più controintuitivo per capire la questione di ‘genere’ all’interno del movimento. Allo stesso tempo, al di fuori del movimento Hindutva, le donne che partecipano all’attivismo nella società civile e sfidano questi ruoli costituiti sono relegate al ruolo di “altre”, degenerate e sacrificabili in quanto tali.

Massimo Testa

Dirigente della pubblica amministrazione, si è innamorato della lingua e della letteratura anglosassone a Belfast, dove ha vissuto e lavorato quasi tre anni. Traduce per hobby letteratura inglese e americana, e ha frequentato corsi e seminari di traduzione letteraria presso il Centro di Perfezionamento Universitario di Misano Adriatico. Appassionato di scienza e politica internazionale, ha cominciato a collaborare come traduttore volontario per TED Talks e Global Voices.

Massimo Testa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *