Bolivia, anatomia di un golpe. Perché hanno destituito Morales

[Traduzione a cura della Redazione dall’articolo originale di Alke Jenss pubblicato su OpenDemocracy]

Evo Morales di Joel Alvarez da Wikimedia Commons

I simboli sono essenziali per riuscire a comprendere l’attuale crisi boliviana. La Wiphala, dallo scorso 10 novembre, è stata rimossa da tutti gli edifici pubblici e “strappata via” dalle uniformi di polizia, su cui veniva sfoggiata da ormai 10 anni. L’autoproclamata presidente ad interim Jeanine Añez ha prestato giuramento stringendo fra le mani una grossa Bibbia. Gli esponenti della Chiesa, secondo alcune fonti, avrebbe affermato: “Il Pachamama non tornerà più a Palazzo. La Bolivia appartiene a Cristo“.

Le analisi politiche, così come gli eventi, mostrano chiaramente che Evo Morales è stato defenestrato da un colpo di Stato. Dopo le elezioni del 20 ottobre, l’Organizzazione degli Stati americani (OAS), in ragione di presunti brogli elettorali, aveva suggerito di tornare alle urne. Sebbene i dati statistici non avessero rilevato alcuna “irregolarità”, Morales, seguendo il consiglio dell’OAS, aveva annunciato nuove votazioni. Ma i vertici militari hanno comunque “chiesto” le sue dimissioni.

Per spiegare il conflitto di immagini è fondamentale tener conto dei rapporti di classe, etnia e genere. Il Governo Morales, al momento del suo insediamento nel 2005, incarnava un profondo desiderio di cambiamento. Nelle aree rurali i livelli di povertà avevano raggiunto l’80% mentre infuriava lo scontro sulla privatizzazione di beni pubblici (acqua) e sull’estrazione di risorse naturali (gas). Quel malcontento aveva spinto molti movimenti indigeni e sociali a supportare la candidatura di Morales sul presupposto che né le istituzioni né le politiche in vigore fossero rappresentative dei loro interessi.

Il “processo di trasformazione“, obiettivo dichiarato del Governo Morales e riassunto nell’innovativa Costituzione del 2009, avrebbe dovuto, anche sul piano simbolico, portare alla concreta realizzazione dello Stato Plurinazionale della Bolivia. La Wiphala, non a caso, rappresenta proprio un segno di riconoscimento per tutti coloro i quali si identificano come indigeni boliviani.

 Dal 2005, i cambiamenti socio-economici sono stati evidenti. La politica di redistribuzione ha portato ad una considerevole riduzione della povertà, che dal 63,9% (2004) è passata al 32,7% (2013) 63.9% (2004) al 32.7% (2013). La diminuzione della disparità di reddito è stata significativa fino al 2011. Inoltre, è stata introdotta la pensione anche per i lavoratori del settore informale. Sono cresciuti gli investimenti pubblici nell’istruzione e nella sanità. La Costituzione è intervenuta a limitare la proprietà privata. La riforma agraria ha avuto inizio. Il controverso conflitto tra Stato e investitori è stato abbandonato. E per la prima volta nella storia della Bolivia una donna indigena faceva parte della compagine governativa. Casimira Rodríguez era, infatti, ministro della Giustizia.

A troncare il “processo di trasformazione” in atto non è stato però soltanto il recente colpo di Stato.

Le tensioni interne hanno esplicitato tutte quelle contraddizioni strutturali insite nel percorso di integrazione nell’economia mondiale. Le politiche sociali sono state attuate attraverso l’aumento delle estrazioni. Il super-ciclo delle materie prime, con forte domanda di petrolio e gas, ha permesso la distribuzione della ricchezza anziché la sua redistribuzione. La nazionalizzazione del petrolio e del gas, grande successo economico supportato dal 92% delle società, è rimasta incompiuta. Alcune imprese transnazionali hanno accettato tasse più elevate e joint venture con società statali.

Tutti questi fattori hanno favorito la dipendenza dello Stato dalle esportazioni. E al tempo stesso hanno impedito la diversificazione dell’economia e della produzione industriale nonché la protezione dalla volatilità dei prezzi sul mercato globale. Come era prevedibile, il crollo del petrolio ha aumentato il deficit fiscale. Le esportazioni boliviane si basano per il 76% sui minerali e metalli rari, mentre per il 15,9% sui prodotti agroindustriali. Dal 2015, per la prima volta dopo 10 anni, la bilancia commerciale è in negativo.

Nel 2010, il Paese organizzò la Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico, durante la quale veniva fissata l’agenda in materia ambientale. Purtroppo, le politiche reali non sono state all’altezza della ventilata trasformazione socio-ecologica.

Il PDN 25 (Piano di sviluppo nazionale 2025), pubblicato nel 2015, riconosceva la Bolivia comepotenza energetica” regionale, in particolare per la presenza di combustibili fossili e grandi dighe idroelettriche. A riguardo, il vicepresidente García Linera aveva dichiarato: “Il Ventunesimo secolo per la Bolivia significa anzitutto produrre petrolio, industrializzare i prodotti petrolchimici e i minerali (…). Stiamo cercando di individuare le aree più ricche di gas e acqua, nonché i siti adatti alla costruzione di nuove dighe. Dove c’è acqua, c’è oro puro che cade dal cielo.”

Il Piano costituiva però un’ulteriore contraddizione rispetto alla concezione del “buen vivir” e della transizione energetica. E trascurava del tutto l’impatto ambientale derivante dai grossi progetti idroelettrici. Le fonti rinnovabili costituiscono solo il 2% della produzione energetica boliviana.

Il PDN 25 ha peraltro riaperto la polemica sull’eventuale costruzione di un’autostrada nel TIPNIS (territorio indigeno e parco nazionale Isiboro Secure). Già nel 2011, le comunità indigene, contrarie ai progetti infrastrutturali suscettibili di distruggere i loro territori, avevano marciato contro il Governo. Le proteste avevano spinto Morales a sospendere il progetto. Ma il CIDOB (Confederazione delle popolazioni indigene della Bolivia) e il CONAMAQ (Consiglio nazionale di Ayllus e Markas del Qullasuyu) avevano comunque ritirato il loro supporto al presidente. Nel 2015, i decreti relativi al PDN 25 hanno rilanciato la costruzione di strade all’interno del TIPNIS nonchè le ricerche di petrolio e gas nelle aree protette, sottoposte a mitigazione ambientale. Le contraddizioni aumentano se si pensa che molte concessioni di gas e petrolio coincidono tanto con i parchi nazionali che con le terre di titolarità indigena come, ad esempio, il TIPNIS.

Manifestanti per la preservazione del TIPNIS di Dani Gu da Flickr in licenza Creative Commons

All’interno di tutte queste antinomie, il consolidamento del partito di Morales, il MAS, come progetto politico stesso, si è riflesso su tutti quei soggetti che avrebbero potuto influenzare le politiche statali. Le frange ecologiste interne al MAS così come le iniziative al di fuori del partito hanno perso potere decisionale. Quasi come se il MAS riuscisse a cooptare, incanalare e limitare la partecipazione politica. I gruppi femministi hanno a lungo criticato Morales e il suo partito per aver minimizzato gli effetti di certi atteggiamenti patriarcali sulle relazioni di genere boliviane. Nel Paese, i tassi relativi alla violenza di genere sono molto alti. Investire sulle politiche di genere non è però una priorità.

L’ampia base di consenso di cui godeva Morales si è andata restringendo fino a toccare un punto di non ritorno il 21 febbraio 2016, quando è stato indetto un referendum per decidere se il presidente potesse (o meno) candidarsi per un quarto mandato. L’esito del voto, seppure con una maggioranza minima, è stato sfavorevole. Il Governo ha fatto allora ricorso, attraverso il Parlamento, ai meccanismi giuridici. E la Corte Costituzionale, nel 2018, ha stabilito che impedire la candidatura di Morales costituiva una violazione dei suoi diritti politici. La reazione popolare non è stata positiva: sono aumentate le critiche verso le pratiche messe in atto dal MAS e diversi strati della società boliviana ha iniziato a non riconoscersi più nel “processo di trasformazione“.

Tuttavia, il background economico e culturale dei settori che dominano lo scenario post-golpe è completamente diverso rispetto a quello dei movimenti indigeni e ambientalisti che criticavano Morales per non aver attuato cambiamenti radicali.

I suprematisti bianchi appartenenti all’alta classe delle province orientali, profondamente razzisti e sessisti, sembrano aver stretto un’alleanza con le organizzazioni indigene del settore minerario di Potosi, da lungo tempo in conflitto con il MAS. Il candidato alla presidenza Carlos Mesa è stato tagliato fuori. Mentre un gruppo radicalizzato si è formato intorno a Luis Fernando Camacho. Quest’ultimo dirige il Comitato civico di Santa Cruz e apparentemente ha ottenuto il sostegno della polizia promettendo un aumento delle pensioni.

La senatrice di estrema destra Jeanine Añez, proveniente dal dipartimento del Beni, si è autoproclamata presidente senza raggiungere il quorum necessario. Le registrazioni audio, diffuse dal giornale costaricano El Periódico, insinuano il dubbio di un possibile coinvolgimento della destra brasiliana con cui Camacho si è incontrato più volte. L’alleanza con Marcos Pumari, leader del Comitato civico della regione mineraria Potosi – i cui scontri con il MAS sui canoni minerari risalgono alla relativa legge del 2011 – ha permesso a questo gruppo bianco e omogeneo di rivendicare la diversità.

I Comitati civici sono assimilabili alle camere di commercio. Santa Cruz, la regione più ricca della Bolivia, produce circa il 70% delle derrate alimentari nazionali e ospita importanti progetti di estrazione di gas ed energia idroelettrica nonché industrie agroalimentari in fase di espansione. La famiglia di Camacho è co-proprietaria del gruppo Inversiones Nacional Vida, società che investe in gas, servizi e compagnie assicurative.

L’élite imprenditoriale delle facoltose regioni orientali, i cosiddetti media luna, si è opposta alla politica di Morales sin dal 2005. La paura di perdere l’accesso privilegiato alle risorse, l’inizio della redistribuzione della terra e l’aumento di potere da parte delle comunità indigene hanno costituito i fattori principali di un’escalation di tensione culminata, nel 2008, in una minaccia di secessione. All’epoca, Camacho era presidente dell‘Organización Juvenil Cruceñista (UJC), un’organizzazione accusata di comportamenti violenti durante il corso di quel conflitto.

Le negoziazioni tra le élite economiche e il Governo Morales erano riuscite a placare gli animi per diversi anni. Il MAS aveva pagato il prezzo di questa “pacificazione” aprendo alle proposte del settore agricolo. Le politiche messe in atto per concedere più terra alle agroindustrie hanno però fortemente rallentato la riforma agraria e contribuito a intensificare la deforestazione. I recenti incendi, a loro volta, hanno sconvolto le comunità indigene.

Ora la spaccatura è più profonda che mai. L’organizzazione per l’estrazione del litio, fondamentale per il passaggio alle auto elettriche, ha alimentato le tensioni esistenti. Le proteste guidate da Pumari e le pressioni post-elettorali hanno portato Morales ad annullare un accordo tra la neonata impresa statale di litio YLB (Yacimientos de Litio Bolivianos) e la ACI Systems, una società tedesca di medie dimensioni impegnata nel settore dei sistemi energetici, inclusa la lavorazione del litio in Bolivia.

Morales, a settembre, presenta la prima auto elettrica fabbricata interamente in Bolivia. Eppure, il Comitato civile di Potosi chiede maggiori introiti per la regione.

Le proteste successive al 20 ottobre sono state inizialmente guidate dai giovani della classe media urbana per poi espandersi ad altri segmenti della società, contrari a Morales per tutte quelle ragioni finora esposte. L’unione tra i manifestanti indigeni che si opponevano a Morales e gli attuali sostenitori del colpo di Stato è davvero problematica.

La molteplicità delle voci rivela invece una società altamente eterogenea e politicizzata. La Federazione sindacale dei minatori della Bolivia (FSTMB) ha sottolineato i risultati di Morales ma ha comunque voluto le sue dimissioni, soprattutto per evitare un bagno di sangue.

Dal canto suo, l’Unione contadina indigena (CSUTCB) si è opposta alle dimissioni chiedendo alla polizia di operare nei termini di legge. Altri gruppi indigeni accusano invece Morales di non aver mai trasformato il “modello di sviluppo”. Per loro è importante la transizione energetica più che i grandi progetti infrastrutturali e ritengono anche il Comitato civile di Camacho responsabile per gli incendi dilaganti a Santa Cruz. I gruppi femministi, nonostante gli iniziali attacchi a Morales, hanno condannato il colpo di Stato e la violenza razzista dei suoi sostenitori e dei militari.

Ad El Alto, il MAS e altre organizzazioni si sono mobilitati contro questa violenza al punto da spingere la polizia a lasciare la città indigena.

La repressione violenta tanto contro i sostenitori del MAS che nei confronti di quanti criticano il golpe dimostra che l’eterogeneità è sia una forza che una debolezza. Coloro che a ottobre hanno marciato contro Morales potrebbero ora ritrovarsi ad essere oggetto di una severa repressione da parte del Governo di estrema destra. Gli indigeni con le loro critiche a Morales non intedevano certo provocare un colpo di Stato bensì sostenere una transizione democratica.

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