Hong Kong, suicidi sospetti, morti misteriose. Il coraggio si paga

A prima vista Hong Kong è la stessa di sempre.

Ci sono ancora le anziane signore in pensione che tolgono il malocchio agli angoli di Causeway Bay, e ci sono ancora gli indovini che leggono le carte ai passanti di Temple Street. Il mercoledì sera si scommette come sempre sulle corse dei cavalli della Happy Valley, e il distretto finanziario pullula ancora di sciami di uomini d’affari che ronzano intorno agli uffici in giacca e cravatta. A Bute Street continuano a vendere pesci rossi, cavallette, rane e lombrichi per una manciata di dollari, e sui tetti dei grattacieli i giovani sorseggiano cocktail ghiacciati e costosi mentre tengono la città ai propri piedi.

Una ragazza e i tanti pesci rossi venduti a Bute Street. Immagine ripresa da Flickr/Hellstromer in licenza CC

Voci Globali è tornata in questa città ancora una volta, ed è rientrata a casa con un’amara verità.
La vita di tutti i giorni va avanti, ma Hong Kong non sarà mai più la stessa.

E così abbiamo preso la metropolitana, in mezzo alla gente comune, quella che vive questa realtà ogni giorno: abbiamo trovato tante persone che siedono silenziose sui sedili, assorti negli schermi dei loro cellulari. Niente che non si vedrebbe in qualsiasi grande città del mondo.

Ma poi abbiamo peccato di indiscrezione per qualche istante e abbiamo sbirciato sui loro telefoni, come in fondo facciamo un po’ tutti quando siamo annoiati sui mezzi pubblici. E così ci siamo accorti che Hong Kong non è come qualsiasi altra grande città, perché tutte quelle persone silenziose guardano i loro cellulari riunite nella stessa intima preoccupazione: qualcuno scrive sui gruppi di Telegram, qualcun altro guarda un video sulla violenza della polizia, e qualcun altro ancora legge un articolo che parla di nuovi arresti.

Uscendo dalla metropolitana, abbiamo visto gruppi di ragazzi che si spostano stretti ai loro zainetti, quegli zainetti che in un’altra città porterebbero solo libri e quaderni, ma che oggi ad Hong Kong contengono caschi, colliri, maschere anti-gas.

I giovani manifestanti di Hong Kong nascosti dietro le maschere di V per Vendetta. Immagine ripresa da Flickr/KatonBeanz in licenza CC

Abbiamo iniziato ad imbatterci in una serie di scritte inquietanti, e ad ogni passo sono diventate così tante e così forti da non riuscire più ad ignorarle.
Assassini.
Non potete ucciderci tutti.”
Ancor meno siamo riusciti ad ignorare l’uscita B1 della stazione della metropolitana di Prince Edward.
È lì che la sera del 31 agosto scorso la polizia ha fatto irruzione, scagliandosi su manifestanti e gente comune. I pochi video messi in circolazione sembrano le riprese di un film dell’orrore, dove le persone urlano, piangono, si abbracciano forte. Molti sanguinano dalla testa per colpa delle manganellate. Per terra ci sono decine di ombrelli ancora aperti, ombrelli che avevano invano usato per difendersi.

La stazione chiude per colpa di un serio incidente“, diceva la voce registrata di una donna agli altoparlanti.
E da quella sera neanche Prince Edward è più la stessa. Si è trasformata in una sorta di cimitero a cielo aperto dove la gente passa, lascia un fiore bianco, accende una candela e se ne va. Abbiamo visto persino una ragazza che ogni mattina arriva sul posto con una scopa e una paletta, per raccogliere i petali secchi e assicurarsi che tutto sia pulito. Non vuole essere fotografata né parlare con nessuno.
È una visione che fa gelare il sangue nelle vene, perché questo cimitero a cielo aperto è lì per puntare il dito contro qualcuno, è lì per dire che non vuole dimenticare ciò che è successo.

E infatti sì, c’è un qualcuno che si sente il dito puntato contro. Qualcuno che però non abbiamo visto, perché va a Prince Edward solo nel cuore della notte, lontano da occhi indiscreti. Prova a far sparire tutte le scritte, butta fiori e candele nella spazzatura, pensando che ripulire basti per cancellare ogni traccia e assolvere ogni peccato. Eppure non è così. Il mattino dopo la gente torna con nuovi fiori, più di quelli che c’erano già. E quando abbiamo chiesto loro perché lo fanno, ci hanno risposto:

La polizia nega, ma noi siamo convinti che qui dentro siano state uccise delle persone.

E in effetti un uomo che lavora in una camera mortuaria ha poco dopo dichiarato che quella sera sei persone sono state uccise, tutte avevano il collo spezzato. Le autorità negano, eppure da allora l’uscita B1 è murata, come a proteggere qualcosa.

Uno dei piccoli altarini allestiti a Prince Edward, per ricordare una delle giovani ritrovate in mare. Foto scattata dall’autrice dell’articolo

E poi la gente ci ha raccontato la loro storia, felici di aver trovato degli stranieri disposti ad ascoltarli.
Ci hanno detto che dall’inizio delle proteste di giugno si sono già contati più di cento suicidi, una cifra assolutamente inusuale. Poi, senza curarsi di abbassare la voce, com’è tipico della personalità coraggiosa e ribelle di chi è cresciuto ad Hong Kong, ci hanno confessato i loro timori: Crediamo che non si tratti solo di suicidi.”

Ci hanno spiegato di come quasi sempre le vittime di queste morti misteriose siano ragazzi giovani e coinvolti nelle proteste.
Ci hanno raccontato di Chan Yin-Iam, una ragazza di quindici anni il cui cadavere è stato trovato in mare senza vestiti. E sempre da quelle acque che bagnano le spiagge di Hong Kong sono emersi tanti altri corpi senza vita. Li hanno dichiarati “affogati”, eppure in alcuni casi le loro mani sono legate e le loro bocche ricoperte da nastri adesivi.
Altri giovani si sarebbero gettati dai piani alti dei palazzi, ma c’è chi crede che sia stato in realtà qualcuno a metterli lì quando erano già morti.

Vicino ai loro cadaveri sull’asfalto non è stata ritrovata nessuna traccia di sangue, e sui loro polsi compaiono spesso segni di manette. I corpi sono rigidi e violacei, come se fossero già morti da un paio di giorni.”

Quando abbiamo chiesto se non avessero paura ci hanno risposto che sì, ne hanno. Ma che devono essere coraggiosi.

Uno squarcio di Hong Kong. Immagine ripresa da Flickr/Tetedelart1855 in licenza CC

Abbiamo discusso della situazione con tante altre persone, ascoltando sia chi dice che i manifestanti stanno solo combinando guai, sia chi li sostiene.
E poi, come tutti quegli stranieri che vanno e vengono, abbiamo lasciato Hong Kong. Siamo ritornati alle nostre vite, al sicuro, lontano dai guai, forse dimenticandocene anche un po’.

Però è rimasta una sottile tristezza, una fitta che sentiamo ogni volta che qualcuno nomina Hong Kong. Un sottile dispiacere che custodisce il ricordo di questo grande centro finanziario d’Oriente che oggi fa tic tac come una bomba ad orologeria, trascinando nel suo ingranaggio una generazione di giovani che lotta nonostante la depressione e lo sconforto, distrutti da un tiranno troppo grande per essere sconfitto e abbandonati da una comunità internazionale che preferisce non interferire.

Carlotta Erre

Laureata in Scienza della Mediazione Linguistica, da tre anni si dedica alla sua più grande passione: viaggiare raccontando le storie dei posti e della gente che incontra, soprattutto in Asia, suo continente preferito.

Carlotta Erre

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