L’Amazzonia piange i suoi “Guardiani”. E la mattanza continua

Foto dell'utente Flickr CIFOR - Creative Commons License
Foto dell’utente Flickr CIFOR – su licenza Creative Commons

Si trovava sull’uscio della propria abitazione, a Xapurì, nello Stato brasiliano dell’Acre, quando un colpo di pistola ha messo fine alla sua vita. È il 22 dicembre 1988. Lui è Chico Mendes: seringueiro, leader sindacale ma soprattutto figura chiave della lotta contro il disboscamento della foresta amazzonica. Il suo è il primo omicidio “famoso” legato all’Amazzonia.

L’attivismo ambientale di Mendes, premiato dall’UNEP (United Nations Environment Programme) con il Global 500 Award nel 1987, ha senz’altro avuto il merito di accendere i riflettori internazionali sul problema dello sfruttamento illegale della foresta pluviale più grande del mondo.

A distanza di oltre trent’anni, però, la sua morte sembra essere stata quasi vana. L’Amazzonia – come dimostrano da ultimo i devastanti incendi della scorsa estate – è ancora una terra violentata dagli appetiti veniali di latifondisti, allevatori, imprenditori del settore petrolifero, del gas e dell’agroalimentare, che spesso agiscono con la connivenza degli Stati.

E gli attivisti ambientali continuano ad essere minacciati, intimiditi e brutalmente assassinati nel tentativo di difendere la “Madre Terra” e i diritti dei popoli indigeni che la abitano.

È giusto di qualche settimana fa la notizia dell’ennesima imboscata di un gruppo di taglialegna nella terra indigena Araribóia, nello Stato di Maranhão (Brasile), nel corso della quale è stato ucciso Paulo Paulino Guajajara e ferito Laércio Guajajara, entrambi membri dei cosiddetti “Guardiani della foresta“.

In una nota diffusa da Greenpeace, si legge:

a fronte del fallimento del Governo brasiliano nell’adempiere al proprio dovere costituzionale di proteggere i popoli indigeni e le loro terre, sono stati gli indigeni stessi, i ‘Guardiani della foresta’, ad assumersi questa responsabilità e tutti i rischi che comporta. Paulino e Laércio sono le vittime più recenti di uno Stato che sta sacrificando ambiente e diritti umani sull’altare del profitto.

Secondo la Commissione Pastorale della Terra, organizzazione no-profit brasiliana, “nell’ultimo decennio, più di 300 persone sono state uccise nel contesto di conflitti per l’uso della terra e delle risorse amazzoniche. Gran parte di questi omicidi sono stati commessi da persone coinvolte nel disboscamento illegale“.

Anche la Commissione interamericana dei diritti dell’uomo ha espresso preoccupazione per “l’allarmante numero di atti di aggressione, molestie e assassinii contro quanti si oppongono all’estrazione delle risorse naturali” e ad altri grandi progetti di sviluppo in prossimità dei territori amazzonici, sottolineando come “molti di questi crimini non vengano perseguiti con la dovuta diligenza, lasciando impuniti i loro autori”.

Ma facciamo un passo indietro, perché per meglio comprendere l’escalation di violenza contro i difensori della foresta è necessario aver chiaro il quadro generale, che nel caso dell’Amazzonia risulta piuttosto complesso.

Patrimonio ambientale, diritti dei popoli indigeni e sviluppo economico sono, infatti, strettamente interconnessi e imprescindibili gli uni dagli altri.

La regione Panamazzonica copre circa 7 milioni di km2 distribuiti lungo 9 Paesi. Il 60% della foresta affonda le sue radici in territorio brasiliano. Mentre il 13% si trova in Perù, il 10% in Colombia e la restante parte è suddivisa tra Bolivia, Ecuador, Guyana inglese e francese, Suriname e Venezuela.

Si tratta di una delle aree naturali più importanti del Pianeta. Il WWF parla di “un vero e proprio regno di biodiversità, acque dolci e sistemi idrologici”. Qui vive un decimo delle specie animali e vegetali conosciute, alcune delle quali in via di estinzione come il giaguaro o il boa constrictor.

L’area trabocca di materie prime pregiate: legno, gomma, minerali, gas e petrolio.

L’inestimabile patrimonio ambientale è peraltro arricchito da una vasta diversità culturale. Sono presenti, infatti, circa 440.000 popoli e 180 tribù indigene, di cui 114 in isolamento volontario.

Tra l’Amazzonia e gli indigeni esiste un legame indissolubile. La foresta, nel corso del tempo, ha plasmato usi, costumi e tradizioni dei nativi. Questi, a loro volta, si sono presi cura della Pachamama attraverso uno stile di vita che chiamano “buen vivir, basato sulla costanza ricerca di equilibrio, armonia e benessere collettivo con la natura.

È importante tener presente che per i popoli indigeni il territorio rappresenta un requisito fondamentale per lo sviluppo della loro cultura, vita spirituale e sopravvivenza economica. Non si tratta, come rileva la Corte Interamericana dei diritti dell’uomo “di una mera questione di proprietà comunemente intesa, quanto di un elemento materiale e spirituale di cui devono godere appieno anche per preservare la loro eredità culturale da trasmettere alle generazioni future”.

Proprio dalla connessione speciale con la Pachamama deriva il diritto collettivo degli indigeni alla terra, che si traduce nel possesso, uso, occupazione e abitazione dei territori ancestrali. Un diritto riconosciuto tanto da norme internazionali che da alcune Costituzioni latinoamericane.

Il diritto alla terra implica, però, l’obbligo per gli Stati coinvolti di delimitare, demarcare e attribuire la titolarità dei territori ancestrali. Le istituzioni statali, inoltre, non possono concedere permessi relativi all’estrazione e allo sfruttamento delle risorse naturali negli spazi indigeni non ancora regolarizzati.

Va da sé che la sola esistenza dei nativi viene percepita dai Governi interessati e dagli imprenditori senza scrupoli come un limite ai propri interessi economici. Per cui diventa necessario aggirare l’ostacolo attraverso politiche e pratiche poco ortodosse.

Non a caso, la Commissione interamericana dei diritti dell’uomo, evidenzia che in tutti gli Stati ospitanti l’Amazzonia si rintracciano “ritardi nei processi di demarcazione della terra, riconoscimenti e restituzioni parziali con condizioni sui requisiti di proprietà, appropriazioni indebite nonché forti pressioni provenienti dai settori economici legati alle industrie estrattive”.

Il Brasile rappresenta il caso più eclatante solo perché qui si intrecciano una serie di elementi letali, quali: l’estensione della foresta, una classe latifondista influente che blocca la riforma agraria nonché il boom del business agroalimentare, con soia e mais in testa.

L’elezione di Jair Bolsonaro non ha certo aiutato la causa amazzonica, considerando che il presidente ha fondato la sua campagna elettorale anche sul mottonon ci sarà un solo centimetro in più di terra indigena”, arrivando a paragonare gli indios amazzonici agli “animali da zoo.

Secondo il reportRainforest Mafias” di Human Rights Watch (HRW), Bolsonaro nel suo primo anno di mandato “ha ridotto l’applicazione delle leggi ambientali, indebolito le associazioni federali ambientaliste e duramente criticato coloro i quali s’impegnano e si sono impegnati a preservare la foresta pluviale“.

Non solo, il suo atteggiamento, secondo quanto riferito da alcuni dirigenti pubblici a HRW, ha rafforzato l'”Ipê mafia”, così chiamata dal nome dell’albero Ipê il cui legno è tra i più pregiati e ricercati dai taglialegna. Una rete criminale che “dispone della capacità logistica di coordinare su larga scala l’abbattimento, la lavorazione e la vendita di legname” e “usa la forza contro chiunque cerchi di ostacolarla”.

Video tratto dal canale YouTube di Human Rights Watch

In questo contesto, è palese che gli attivisti ambientali rappresentino un vero e proprio intralcio per i loschi affari di quanti vedono nell’Amazzonia solo una mucca da mungere per il proprio profitto. E quando le parole non sono più sufficienti, attori governativi e societari passano alle maniere forti.

Al momento, non ci sono dati disponibili sul numero di omicidi commessi nel corso di quest’anno. Ma il CIMI (Brazil’s Indigenous Missionary Council), nel reportViolence Against Indigenous Peoples in Brazil”, sottolinea che “nel corso del 2019, sono già stati segnalati 160 casi di invasione di terre, sfruttamento illegale di risorse naturali e danni alle proprietà in 153 territori indigeni” dell’Amazzonia.

La lista degli ambientalisti amazzonici che hanno subito una qualche forma di violenza è purtroppo molto lunga.

Qui, però, vogliamo dar voce soprattutto alle donne che stanno svolgendo un lavoro encomiabile per preservare l’Amazzonia e proteggere i diritti delle comunità indigene che la abitano, mettendo a rischio la propria vita.

Mi minacciano di morte, ma non ho paura di queste parole. Come donna di Sápara, ho intenzione di combattere per il mio territorio”. A parlare, in una testimonianza riportata da Amnesty International, è Nema Grefa, presidentessa della Nazione Sápara dell’Ecuador che si batte contro le attività petrolifere nel suo territorio. Nell’aprile 2018, in un video diffuso online, un uomo armato di lancia affermava “I presenti (…) stanno per uccidere Nema Grefa; lei non ha territorio”. Nonostante il volto dell’uomo fosse visibile, le competenti autorità non sono intervenute ad identificarlo e perseguirlo. A Nema, sono stata accordate misure di protezione. La leader indigena sostiene però che “non siano sufficienti e che rimanga alto il rischio per lei e la sua comunità”.

Non è diversa la battaglia che conduce l’equadoregna Salomè Aranda, leader Kichwa e membro del collettivo “Women Defenders of the Amazon Against Natural Resource Extraction”. Nel 2018, ha infatti denunciato l’impatto ambientale delle operazioni petrolifere nel bacino del fiume Villano. Per questo motivo, Salomé è stata aggredita e la sua casa attaccata a colpi di pietre. “Questo attacco – dice la donna in una conferenza stampa – è la loro risposta alla mia lotta in difesa della vita e dei nostri territori dallo sfruttamento del petrolio”.

La lotta di Dilma Ferreira Silva contro i danni provocati dalle dighe si è, invece, fermata lo scorso 22 marzo. Coordinatrice regionale del MAB (Movimento dei popoli colpiti dalla dighe), per tre decenni aveva difeso i diritti delle oltre 30.000 persone costrette ad abbandonare le loro case e la loro terra per permettere la costruzione della mega diga idroelettrica di Tucuruì, nello Stato brasiliano del Parà. Dilma, insieme al marito e ad un amico di famiglia, è stata imbavagliata, torturata e uccisa a coltellate.

Sempre nello Stato del Parà, ha trovato la morte, 14 anni fa, la missionaria americana Dorothy Stang. Aveva combattuto a fianco di contadini e indigeni per difendere le terre dalle mire dei fazendeiros ad Anapu. Sorella Dorothy riceveva di continuo avvertimenti e minacce ma continuava a ripetere “nessuno uccide una vecchia signora di più di 70 anni”. Il 13 febbraio 2005, il suo corpo è stato trivellato con 6 colpi di pistola.

Non sorprende che gli attivisti amazzonici siano sotto attacco. L’ONG Global Witness, nel report annuale dedicato ai difensori della terra, rimarca che “nel 2018, gli ambientalisti uccisi in varie parti del mondo sono stati ben 164”. Difendere i diritti umani è una missione rischiosa, si sa…

Colpisce però l’inerzia della comunità internazionale di fronte alle violenze che ogni giorno vengono perpetrate nei confronti di quanti si adoperano per tutelare la grande foresta e i suoi indigeni.

Occorre un cambio di rotta. Un’azione concreta che vada ben oltre i proclami, le dichiarazioni di principio e i G7 a tema, perché, come sosteneva Chico Mendes, “cerimonie pubbliche e funerali non salveranno l’Amazzonia.

Video tratto dal canale YouTube di Greenpeace

Tiziana Carmelitano

Autrice freelance, si occupa in particolare di temi globali nonché di violazioni dei diritti umani in contesti conflittuali, post-conflittuali e in situazioni di "Failed States". Con un occhio di riguardo per donne, bambini e giustizia transitoria. Il tutto in chiave prevalentemente giuridica. Convinta che la buona informazione abbia un ruolo decisivo nell'educazione al rispetto dei diritti fondamentali e delle diversità.

Tiziana Carmelitano

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