Colonialismo digitale, il Sud globale reclama il possesso dei dati

[Traduzione a cura di Davide Galati dall’articolo originale di Jacqueline Hicks pubblicato su The Conversation]

C’è una situazione di stallo a livello globale sull’archiviazione dei dati personali. Al termine del vertice G20 in Giappone lo scorso giugno, numerosi Paesi in via di sviluppo si sono rifiutati di firmare una dichiarazione internazionale sui flussi di dati, la cosiddetta Osaka Track. Tra i motivi per cui Paesi come l’India, l’Indonesia e il Sudafrica hanno boicottato la dichiarazione c’è il fatto che all’interno del documento non hanno trovato spazio i loro interessi sulla gestione dei dati.

Con altri 50 firmatari, la dichiarazione rappresenta comunque una dichiarazione di intenti a negoziare ulteriormente nel futuro, ma il boicottaggio rappresenta una battaglia in corso da parte di alcuni Paesi per far valere le proprie rivendicazioni sui dati generati dai propri cittadini.

Nell’ormai lontano 2016 i dati erano stati pubblicizzati come il nuovo petrolio. Nonostante la metafora sia stata rapidamente sfatata, resta ancora oggi un’utile chiave per comprendere l’economia digitale globale. Attualmente, mentre le negoziazioni internazionali sui flussi di dati si intensificano, il confronto con il petrolio aiuta a spiegare l’economia di quella che viene chiamata “localizzazione dei dati” – una competizione per conservare i dati dei cittadini all’interno del proprio Paese.

Proprio come le nazioni produttrici di petrolio avevano promosso le industrie di raffinazione per dare valore aggiunto al petrolio greggio, oggi i Governi vogliono che le aziende Big Tech mondiali costruiscano i data center sul proprio territorio. Il cloud che alimenta gran parte dell’industria tecnologica è radicato in vasti data center situati principalmente nel Nord Europa e sulle coste degli USA. Eppure, allo stesso tempo, le Big Tech statunitensi si rivolgono sempre più ai mercati del Sud globale per espandersi, mentre un numero sempre più grande di giovani esperti di tecnologia accede online.

Accuse di “imperialismo digitale”

Si prenda, ad esempio, il caso di Facebook. Se l’India è il Paese con il maggior numero di utenti Facebook, quando si guarda la posizione dei 15 data center di Facebook, dieci sono in Nord America, quattro in Europa e solo uno in Asia – a Singapore.

Paesi con il maggior numero di utenti Facebook nel 2019. We Are Social, DataReportal, Hootsuite, Facebook via Statista

Questo scollegamento tra le nuove fonti di dati e l’ubicazione dei data center ha portato ad accuse da parte di nazioni come l’India di “colonizzazione dei dati” e “colonialismo digitale“.

L’argomentazione economica che spinge i Paesi del Sud del mondo a richiedere più data center è che ciò darebbe impulso all’industrializzazione digitale creando vantaggi competitivi per le aziende cloud locali e sviluppando collegamenti con altre parti del settore IT locale.

Molti Paesi hanno flirtato con le normative nel merito della tipologia di dati che dovrebbero essere archiviati localmente. Alcuni hanno mirato solo a specifici settori, come i dati sanitari in Australia. Altri Paesi, come la Corea del Sud, richiedono il consenso della persona associata ai dati per la loro trasmissione all’estero. La Francia continua a perseguire la propria infrastruttura di data center, soprannominata “le cloud souverain“, nonostante la chiusura di alcune delle aziende inizialmente impegnate dietro quest’idea. Le leggi più complete sono in Cina e Russia, dove si impone la localizzazione di molti tipi di dati personali con riferimento a molteplici settori.

Paesi come l’India e l’Indonesia, con le loro vaste e crescenti popolazioni online hanno probabilmente il massimo da guadagnare economicamente da questi regolamenti in quanto attualmente ricevono dai giganti della tecnologia il minor investimento in infrastrutture dati rispetto al numero di utenti.

I benefici economici non sono chiari

I sostenitori della localizzazione dei dati citano la dipendenza strutturale dei Paesi in via di sviluppo dalle infrastrutture digitali di proprietà estera e l’ingiusta quota dei benefici economici del settore. Sognano di utilizzare la localizzazione dei dati per costringere le aziende tecnologiche a diventare entità permanenti sul suolo domestico al fine di arrivare ad aumentare il gettito fiscale che possono imporre loro.

I detrattori segnalano gli alti costi di business dei server locali, non solo per i giganti della tecnologia, ma anche per le start-up digitali che i Governi affermano di voler incoraggiare. Sostengono che le normative sulla localizzazione interferiscono con l’innovazione globale, sono difficili da applicare e ignorano i requisiti tecnici dei data center: prossimità alla “dorsale” di Internet dei cavi in fibra ottica, una fornitura stabile di elettricità e aria o acqua a bassa temperatura per il raffreddamento dei server giganti.

Dati: quant'è il loro effettivo valore? Foto in CC di torange.biz
Dati: quant’è il loro effettivo valore? Foto in CC di torange.biz

I tentativi di misurare l’impatto economico della localizzazione sono estremamente partigiani. Lo studio più citato del 2014 utilizza una metodologia opaca ed è stato prodotto dal Centro Europeo per l’Economia Politica Internazionale, un think-tank di libero scambio con sede a Bruxelles, almeno in parte finanziato da aziende multinazionali sconosciute. Non sorprende che indichi gravi perdite per i Paesi che scommettono sulla localizzazione. Tuttavia, uno studio del 2018 commissionato da Facebook ha evidenziato che la spesa dei suoi data center negli USA aveva creato decine di migliaia di posti di lavoro, sostenuto investimenti nelle energie rinnovabili e contribuito con 5,8 miliardi di dollari al PIL degli Stati Uniti in soli sei anni.

Come gli argomenti equivalenti a favore e contro il libero scambio, assumere una posizione dogmatica pro o contro la questione maschera altre complessità sul campo. I costi e i benefici economici dipendono dal tipo di dati archiviati, sia che si tratti di una copia o dell’unico dato, del livello di supporto governativo per sussidi infrastrutturali più ampi, per citare solo alcuni fattori.

Tra i sostenitori della localizzazione, l’India è la nazione che si è fatta più sentire, promuovendo la propria regolamentazione come un “modello per i Paesi in via di sviluppo“, ma è in una posizione di forza in tal senso data l’industrializzazione digitale e la manodopera tecnica relativamente avanzate. Altre economie emergenti con vaste popolazioni online, come l’Indonesia, hanno vacillato sulle loro normative sulla localizzazione sotto la pressione del Governo degli Stati Uniti, che ha minacciato di ritirare le condizioni commerciali preferenziali per altri beni e servizi se avessero proseguito con regolamenti restrittivi.

Cosa fanno i Governi con i dati

Mentre l’economia internazionale dei dati personali può seguire alcune delle stesse dinamiche generali della produzione di petrolio, i dati rappresentano un bene fondamentalmente diverso dal petrolio perché svolgono un doppio lavoro: non solo fornire valore monetario alle imprese, ma anche opportunità di sorveglianza per i Governi. Alcuni attivisti della società civile che ho incontrato nell’ambito delle mie ricerche in India e in Indonesia mi hanno detto di essere scettici nei confronti della propaganda dei loro Governi sul colonialismo dei dati, preoccupandosi piuttosto del maggiore accesso alle informazioni personali sensibili che la localizzazione consente ai Governi.

Non sono solo le grandi corporation e gli Stati ad avere ruoli da assumere in questa competizione per la “sovranità dei dati”. Gli sviluppatori di tecnologia possono sempre trovare nuovi modi per sostenere i diritti delle persone al controllo dei propri dati, ad esempio con piattaforme quali Databox, che offre a ciascuno di noi qualcosa di simile a un nostro server personale. Queste tecnologie sono ancora in fase di sviluppo, ma stanno germogliando progetti – principalmente in Europa – che non solo danno alle persone un maggiore controllo sui loro dati privati, ma mirano a produrre valore sociale anziché profitto. Questi esperimenti possono trovare uno spazio nel mondo in via di sviluppo accanto a ciò che stanno realizzando gli Stati e le grandi corporation.

Davide Galati

Nato professionalmente nell'ambito finanziario e dedicatosi in passato all'economia internazionale, coltiva oggi la sua apertura al mondo attraverso i media digitali. Continua a credere nell'Economia della conoscenza come via di uscita dalla crisi. Co-fondatore ed editor della testata nonché presidente dell’omonima A.P.S.

Davide Galati

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