Gibuti, bambini di strada coperti dall’ombra dell’indifferenza

Gibuti, un Paese quasi sconosciuto, se non fosse per le morti in mare al largo dello stretto di Aden. Un Paese che spesso si trova nelle ultime posizioni delle classifiche mondiali, ma tra le prime nella classifica che riguarda la presenza dei bambini di strada. Girovagando per Gibuti a piedi, in macchina o in minibus, la loro presenza non può passare inosservata.

La popolazione della Repubblica di Gibuti, secondo l’ultima indagine della Banca Mondiale effettuata nel 2018, ammonta a 958.920 abitanti. All’interno di questa cifra non rientra, però, il numero dei rifugiati e dei richiedenti asilo che, secondo gli ultimi aggiornamenti dell’UNCHR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) a marzo 2018 risultano essere 27.803, tra cui rientrano anche i bambini di strada di Gibuti.

I bambini di strada sono un fenomeno presente in tutto il mondo, ma quasi invisibile all’opinione pubblica. Un tabù tra i più antichi nel corso della Storia e, non essendo un fenomeno di cui vantarsi, rimane nell’ombra sia per gli Stati sia per la politica, sia per noi singoli individui. Anche a Gibuti il fenomeno rimane da anni nascosto, ma è necessario che il sole che brucia il terreno arido del Paese illumini allo stesso tempo queste anime girovaganti tra le vie della città.

Il termine “bambino di strada” nasce ufficialmente a seguito del rapporto finale presentato da parte dell’UNICEF, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, in occasione del “Program on street children and street youth” nel 1985. Per un bambino di strada, la strada rappresenta la casa e/o la principale fonte di sostentamento visto che non sono adeguatamente protetti o sorvegliati da adulti responsabili.

Un’indagine effettuata dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ne ha identificato nel Paese 1.137, di cui 633 di età compresa fino ai 9 anni, di cui 195 bambine (30,8%) e 504 bambini di età compresa tra i 10 e i 17 anni, di cui 64 bambine (12,7 %). La numerosa presenza dei bambini di strada è dovuta al flusso di migrazione proveniente dall’Etiopia e dalla Somalia.

Gibuti, nonostante non abbia alcuna materia prima e non offra nessuna possibilità ai migranti, rimane luogo di passaggio per la sua posizione strategica in quanto è posizionato nel punto più vicino per raggiungere via mare lo Yemen e quindi l’Arabia Saudita: è questo il sogno degli etiopi in viaggio e in particolar modo dei bambini bloccati poi nel corso del cammino. Ma, il sogno arabo svanisce appena si arriva a Djibouti Ville: dallo scoppio della guerra civile in Yemen nel 2015 le partenze con i barconi si sono fermate e i rari casi di partenze improvvisate non finiscono bene.

Un caso recente è stato portato alla luce dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) alla fine del mese di luglio. È stato il caso di un barcone carico di migranti etiopi, in cui sono morte almeno 15 persone nel tratto di mare che separa Gibuti dallo Yemen. Morte di fame e di sete perché, forse per un guasto al motore, l’imbarcazione è rimasta bloccata in mezzo al mare. Le altre persone a bordo del barcone sono state prese in carico dall’OIM.

Bambini e ragazzi si trovano a compiere questo viaggio in condizioni estreme. La mancanza di acqua e di cibo è la prima difficoltà che incontrano. La mancanza di documenti, quella successiva. Si tratta di bambini che non hanno né la carta di identità etiope né alcun tipo di documento di viaggio.

La loro vita entra nell’ombra e nell’anonimato. Bambini che cercano di nascondersi tra i vagoni del treno che ogni due giorni unisce Addis Abeba, capitale etiope, a Gibuti; altri che camminano lungo la strada principale per cercare di nascondersi in qualche camion che viaggia verso l’ambita meta; altri ancora scappano alla polizia di frontiera etiope e gibutina scavalcando montagne vulcaniche sotto il sole cocente.

 

Piccoli piedi bruciati dal sole accompagnati da voci squillanti che chiedono samarat, “infradito”, sono la dimostrazione di quanto la strada sia stata lunga e difficile. Le partenze dei bambini avvengono in gruppi, dalle due alle cinque persone. Sono le stesse famiglie etiopi che invitano i bambini a partire con la speranza che in futuro potranno portare ricchezza, o almeno provvedere a chi rimane a casa.

La strada da compiere verso il sogno arabo è piena di ostacoli. C’è la polizia, Gendarmerie, da superare. E loro ce la mettono tutta per non essere individuati né dalla polizia etiope che procederebbe al rimpatrio nel loro Paese di origine né dalla polizia gibutina per cui sono immigrati clandestini e dovrebbero abbandonare il territorio.

 

Ma l’ostacolo maggiore rimane il sole. Quel sole illumina le ombre in cui si erano nascosti. Brucia l’asfalto su cui camminano per giorni interi per raggiungere il centro città. La luce mostra i loro nascondigli e offre l’occasione alla polizia per eseguire i rastrellamenti. Il sogno arabo diventa in poco tempo un inferno rovente. Gibuti, quello che pensavano essere il trampolino di lancio verso una nuova vita, diventa la loro trappola. La trappola della colla che usano come droga, della prostituzione, dello sfruttamento lavorativo, dell’elemosina, degli abusi; è la città che intrappola i loro sogni, di bambini innocenti in cerca di futuro.

Gibuti è Ahmad, bambino etiope di 10 anni, che lavora nel quartiere di Arhiba lavando scarpe dei passanti e le macchine parcheggiate e a fine mese riesce a raccogliere 10.000 franchi gibutini, l’equivalente di 50 euro. Soldi che, tramite una donna commerciante etiope, riesce a spedire a sua mamma, in Etiopia. Gibuti è la trappola, dove con fatica si stanno aprendo varchi di speranza rappresentati dalla costanza e dall’amore nello sguardo di Ahmad mentre mi saluta, abbracciandomi.

[Le foto sono dell’autrice dell’articolo]

Elena Baglietto

Specializzanda in Gestione delle Politiche e dei Servizi Sociali a Milano. Viaggiatrice da sempre, da tre anni vive in Africa. Il suo interesse maggiore è rivolto ai diritti dei minori e al loro sviluppo sociale in uno stato di benessere.

Elena Baglietto

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